Salvini e Di Maio sono inevitabili

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Dal 2016 in poi è ormai chiaro che la tendenza globale non è una semplice inversione di politiche, ma un nuovo campo di analisi del mondo e un per noi inedito rapporto dialogico con il reale. Negli ultimi venti-trent’anni le teorie e le analisi sul postmodernismo, sul mondo come narrazione, sull’inconsistenza dei fatti in luogo del trionfo dell’interpretazione, sulla mediatizzazione dell’esperienza personale svuotando sempre di più la dimensione comunitaria e la spinta all’azione politica delineano un contesto che ha generato una società del ultra-individualismo rancoroso e rivendicativo che porta a due conseguenze letali: la prima, il trionfo di un turbocapitalismo che ha ormai messo a valore ogni tipo di aspetto immateriale della vita di tutti i giorni (compresi sonno, sentimenti, affetti) e genera meccanismi di ansia sociale, solitudine e competitività espressa non con il dialogo ma con la polverizzazione dell’avversario (un avversario che, però, è ovunque e dovunque: dall’immigrato al povero, dal fidanzato al genitore fino ad arrivare al paradosso di vedere in se stesso il nemico); la seconda, la degenerazione della profezia distopica/dispotica thatchereaganiana per cui non esiste la società, ma solo l’individuo in un dominio delle funzioni sulla persona così elevato da avere addirittura polverizzato l’individuo. Hai voglia a parlare di “fame di realtà” e “ritorno del reale” (è durato poco, ma ci abbiamo creduto). In tutto questo, il cambio di paradigma è effettivamente apocalittico perché qui, al netto di costituzioni che reggono e episodici frammenti di resistenza, sta crollando l’intero assetto di un Occidente fondato sui principi emancipatori dell’Illuminismo. Da noi, questa tendenza, ha il volto bifronte di Salvini e Di Maio. E se mettiamo in fila gli elementi – andando a ritroso nel tempo, appunto – dobbiamo ammettere che effettivamente era il naturale evolversi di una situazione che solo adesso, forse, riusciamo a comprendere pienamente.

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In questa situazione votare non serve a niente

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dalla pagina Fb Logo Comune

In questa situazione il Governo del Presidente è l’unica non-soluzione possibile. Le elezioni anticipate, infatti, non risolverebbero assolutamente nulla. La politica — soprattutto quella italiana — si è sempre basata sul principio di dialogo, accordo, compromesso e anche di “non sfiducia”. Parole considerate bestemmie nel quadro post-politico in cui ci stiamo muovendo ormai da anni. Se non si è trovata una maggioranza è per il contesto culturale, non per la legge elettorale. Oggi, fare politica vuol dire addobbare una narrazione totalizzante, lanciarsi in una campagna elettorale permanente in cui l’obiettivo è prevaricare e annientare qualsiasi avversario. Non è un caso che i due partiti arrivati primi alle elezioni, M5S e Lega, non abbiano smesso per un secondo di fare campagna elettorale. La loro volontà non è fare un governo — governare vuol dire diventare impopolare: citofonare Renzi — ma consolidare e aumentare il consenso. È l’egemonia della propaganda permanente. Dire, come hanno ripetuto per settimane Salvini e Di Maio, di «essere a disposizione, sono gli altri che non vogliono» vuol dire porre proprio le condizioni dello stallo. Nessuno vuole governare con nessun altro. Una naturale conseguenza di una campagna elettorale che è stata, e che sarà sempre di più, brutale, aspra, vuota di contenuti e volta solo ed esclusivamente a distruggere simbolicamente le altre parti. La dico facile: come si può pensare, in questo contesto, di creare governi politici anche su accordi di compromesso dopo che per mesi (se non anni: come il 5s con il Pd) hai insultato le altre formazioni e aizzato le rispettive tifoserie? Ancora più facile: come si può pensare di fare accordi politici se a mancare è proprio la politica? La propaganda permanente si nutre dell’ostinata e infinita ricerca di un consenso “totalitario” in un quadro che, fortunatamente, totalitario non è. Se si pensa a una soluzione politica, anche attraverso il voto — visto sempre come panacea di tutti i mali — si rischia di rimanere molto delusi. Ci sono due non-soluzioni, in questo momento. Ed è logico che Mattarella ci provi.

ps — Certo, le elezioni non serviranno a nulla per i motivi che ho cercato di spiegare. A meno che il Movimento 5 Stelle non prenda, da solo, il 40%. La strategia mi sembra chiaramente quella.

pps — Chi pensa che l’attuale classe politica sia fatta di cialtroni sbaglia. Sono lucidissimi. Folli, forse. Ma lucidissimi.

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È davvero più facile immaginare la fine del mondo che non la fine del Partito Democratico?

Qualche anno fa pensavo, ingenuamente, che questi luoghi potessero aiutarci per favorire il dialogo e la costruzione di consapevolezza. Ho vissuto l’ultima fase in cui Internet era il luogo della scoperta e non il luogo della conferma e pensavo che i social network rappresentassero la naturale evoluzione dei forum, delle chat tematiche, delle piattaforme di file sharing e dei blog in cui per un certo periodo si è tentato di creare una cultura, una comunità alternativa. Una vera costruzione contro-egemonica rispetto al mainstream. Oggi non è più così, per motivi che conosciamo benissimo e che non è il caso di mettersi a elencare qui. E questa campagna elettorale ce lo sta confermando giorno dopo giorno. Avevamo ragione a temere il peggio: si è trattata della peggiore campagna di tutti i tempi. Vuota, volgare, basata sull’annientamento e la prevaricazione. Nessuno ha dettato l’agenda e tutti hanno cercato solo la mossa a effetto per galvanizzare le proprie tifoserie. Quelli che sanno usare le parole parlerebbero di “confirmation bias”: la nostra tendenza a muoverci nel campo delle convinzioni che abbiamo già maturato. Il luogo della conferma, appunto, non della scoperta.

Nessuno ha cambiato opinione rispetto a quanto già pensava in partenza. I dialoghi non portano da nessuna parte. È molto difficile che qualcuno abbia messo in discussione la sua intenzione di voto. Ci diamo pacche sulle spalle e ci facciamo forti per affrontare la lunga traversata che ci aspetta dal 5 marzo in poi. Anticipo: molto rumore per nulla, non capiterà nulla che non sia già successo. La differenza tra la percezione e la realtà, è che la percezione urla molto più forte. Il sistema è fatto per reggere, perché ha i suoi anticorpi e non sarà certo questa elezione a scuoterlo. Parlare di invasione di cavallette non funziona, non ha mai funzionato e, statene certi, non funzionerà certo adesso che per rabbia, frustrazione e risentimento abbiamo una buona parte dell’elettorato pronto a votare qualsiasi forza anti-sistema.

Lo dico perché ci ho pensato, in queste 48 ore, a quell’articolo che avete condiviso tutti e che per molti punti condivido anche. Quello sul guardarci negli occhi, sul votare ragionevole e inevitabile. Quello che ci dice che non ci sono alternative e che è più facile immaginare la fine del mondo che non la fine del Partito Democratico. È anche questo un “confirmation bias”. Chi è d’accordo, lo condivide con forza e ricrea uno spirito di squadra. Chi è contro, lo attacca con veemenza giustificabile e comprensibile. Ne ho anche discusso molto con persone che la pensavano o come me, o in maniera diametralmente opposta. Quell’articolo è una dichiarazione di voto. Non sposta niente, non va a colpire nel campo degli indecisi anti-sistema, non scalfisce le convinzioni di chi, semplicemente, di questa politica non ne può più e voterebbe qualsiasi cosa pur di sentirsi parte di un cambiamento rispetto a quello che c’era prima. Sono ragioni profonde, lecite, rispettabili, che non possiamo pretendere di liquidare come vezzo estetico. Se vai a dire alle persone che vogliono alternative che queste alternative non ci sono, io non lo so se stai dicendo il vero, ma sicuramente le stai allontanando ancora di più. Perché anche nel luogo delle conferme, c’è qualcuno che si ostinerà sempre a cercare di scoprire qualcosa di diverso. E non sarà l’inevitabile a fermarlo perché quando senti di non avere e, del voto utile, dei nostri pregiudizi di conferma e del nostro richiamo alla ragionevolezza, non sai davvero cosa diavolo fartene.

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Quella puntata dei Simpson

In un episodio dei Simpson andato in onda oltre vent’anni fa – forse ve lo ricordate – il sindaco Quimby viene spinto dalla cittadinanza a istituire un costosissimo e inutile servizio di sicurezza per difendere Springfield dall’“invasione” degli orsi (ce n’era uno, ed era inoffensivo). Detta cittadinanza, di colpo, si rende conto di quanto costa il servizio e se ne lamenta con il sindaco che, di tutta risposta, incolpa un’altra “invasione”, quella degli immigrati clandestini. Viene quindi indetto un referendum, con una feroce campagna elettorale, per mandarli tutti a casa, questi immigrati fonte di ogni problema. Sicurezza, legalità, immigrazione. Non so, ma dal regolamento per le ong all’aiutiamoli davvero a casa loro, da Macerata alla fake-news sull’immigrato senza biglietto del treno, questa mi sembra ancora la metafora migliore per spiegare a che punto siamo, perché e perché andrà sempre peggio. Tra l’altro, Joe Quimby è un sindaco dei democratici.

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Macerata: le narrazioni tossiche impazziscono

Qualche mese fa era uscito un grafico in cui si illustrava come gli italiani avessero fiducia sostanzialmente nelle forze nell’ordine, nell’esercito e nel Papa. Solo in basso, ovviamente, la politica. Ai tempi commentammo con l’amara considerazione che il fascino dell’uomo forte capace di infondere sicurezza e conservazione, in questo paese, non passerà mai a meno che non si faccia una volta per tutte i conti con l’eredità del fascismo (quella che in tedesco è indicata come “vergangenheitsbewältigung”, la riflessione e il superamento del nazismo). Come disse una volta Corrado Guzzanti, il fascismo non è solo passo dell’oca e saluto romano, ma è un atteggiamento mentale, culturale e fisico che è instaurato nelle vene profonde di questo paese. Quindi forse il problema non è tanto nei consensi — comunque in crescita — di Casa Pound, quanto come questo ‘culturame’ possa intaccare e infiltrarsi ovunque.

Sui fatti di Macerata abbiamo detto tutto. La decisione di annullare la manifestazione antifascista è incommentabile e irricevibile: la codardia è la principale complice che permette a questi atteggiamenti di radicarsi e la rabbia e l’indignazione che leggo in giro sacrosanta. Quello di cui ho più paura, però, è che si stia parlando tra di noi e che il Paese voglia altro (considerate che Traini in carcere è stato accolto come un eroe) e che si stia vivendo l’onda lunga e l’effetto pratico di un deresponsabilizzazione lunga anni. Lasciando che tutto scorresse e che la narrazione tossica ad un certo punto impazzisse. Dalla politica, che insegue solo e comunque un consenso istantaneo senza proporre uno straccio di idea che sia una; ai media, che vanno a pescare ne torbido di un Paese assettato di pornografia, scandali e cronaca nera a buon mercato per sentirsi la coscienza a posto perché “i mostri sono sempre gli altri, signora mia”; per arrivare anche a chi probabilmente avrebbe potuto fare di più senza guardare dall’alto in basso tutti quelli che parlano a vanvera di fascismo, di uomo forte, di bisogno di mandarli tutti a casa bollandoli come ignoranti che non capiscono e passando oltre.

Non vorrei, insomma, che lo spazio che stanno occupando certi soggetti politici come Casa Pound e Lega Nord, e certi atteggiamenti di intollerante e lassismo con l’uso potente del “ma” per dire che, insomma, ok, qualcuno ha esagerato “ma” infondo bisogna capire l’esasperazione, non sia in realtà lo spettro di qualcosa di più ampio. Cioè che questo sia davvero un paese irrimediabilmente di destra. Ma non la destra borghese che esiste solo nei sogni di qualche buon conservatore dei centri cittadini: proprio la destra più violenta e totalitaria, prevaricante e rancorosa che riesce oggi a occupare degli spazi lasciati vuoti. Quando leggo il titolo dell’editoriale di Norma Rangeri su il manifesto di oggi «Destra in piazza, sinistra a casa» mi viene davvero il timore che la nostra “resistenza culturale” alla fine sia stata sostanzialmente sconfitta.

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Il cerchio che si chiude

Facebook decide, quindi, di favorire i post personali con più interazione tra gli utenti della stessa bolla a scapito di brand e media. Di base può sembrare anche una cosa positiva: meno contenuti sponsorizzati (a meno che non si paghi di più), meno rischio fake news, meno cose brutte dal mondo. Se ci pensate, però, è inquietante. Mark Zuckerberg vuole che il tempo su Facebook sia “tempo ben speso”. Pare che l’uso dei social network, e quello che si vede e si fruisce, abbia delle conseguenze sul morale e l’umore delle persone. Che agisca proprio a livello chimico nel cervello. Per il New York Times, si tratta della svolta più significativa dell’azienda in anni: «We want to make sure that our products are not just fun, but are good for people. We need to refocus the system». Si tratta di una chiara indicazione “etica” da parte di un’azienda privata – che segue i propri interessi, eh – che ti sta dicendo non tanto cosa devi pensare, ma come devi pensare. È un passaggio che esclude ulteriormente, chiudendo ancora di più l’utente dentro una campana di vetro azzoppando considerevolmente l’uso di Internet come “media civico e attivo” (ricordiamo come Facebook sia stato fondamentale per creare reti e organizzarsi a costo zero, e per le organizzazioni senza grossi capitali è un problema; oppure per la costruzione di un news feed interessante e internazionale). È come ne Il cerchio di Dave Eggers: Mark Zuckerberg non è più un imprenditore con una visione e un’ambizione ma è il più grande psichiatra contemporaneo. E Facebook il più grande psicofarmaco su larga scala mai prodotto. «To be good for people». In dosi sempre più grandi.

(via Facebook)

Lo spirito del tempo

Qualche tempo fa avevamo commentato con preoccupata ironia la pubblicità aynrandiana della Skoda. Da qualche giorno, invece, Spotify trasmette due spot altrettanto indicativi (con tutte le conseguenze del caso in termini di persuasione dei target e dell’audience). Il primo, è dell’Esselunga, che tra una canzone e l’altra manda annunci di lavoro puntando sulla nostra “voglia di fare” e di essere “dinamici” recitando il ritornello per cui la nostra realizzazione arriva solo tumulandoci nell’ufficio di un supermercato. Il secondo, ancora più preoccupante, è della Seat, che presenta un nuovo modello di suv sempre secondo lo schema “io sono quello che voglio essere” portando però avanti l’idea che in tutto questo ci debba essere la famiglia («Papà dice preservativo, mamma dice pillola, io dico SORPRESA!» con vociare di bambino sotto e tanti saluti al tema della prevenzione) e l’auto-realizzazione («Il punk dice anarchia, il pop dice muoviti, io dico LIBERTÀ»), il tutto ovviamente virato al maschile. La pubblicità ha sempre rispecchiato lo spirito del tempo. Se vuoi sapere com’è una società in questo momento, non leggere i libri, non ascoltare i dischi, ma guarda/ascolta la pubblicità. È lì che puoi capire alla perfezione come questo periodo storico sia ormai inesorabilmente neo-conservatore. Nei costumi, negli atteggiamenti, negli obiettivi. Possiamo guardarla da destra o da sinistra, ma stiamo vivendo una nuova epoca di conservazione. Di reazione, forse, ma pur sempre conservatrice.

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