Avete ragione.

Sono iscritto al Partito Democratico. Da che mi ricordo ho quasi sempre votato Partito Democratico dalla sua fondazione in avanti. Durante le ultime primarie, ho sostenuto attivamente la campagna elettorale di Pippo Civati, che è arrivato terzo e che proponeva alcune cose chiare riguardo a questo governo, a questa legge elettorale, a questo schema di alleanze e al senso del dialogo. Leggo le critiche che ci stanno arrivando dopo quanto successo ieri e l’unica cosa che mi sento di dire è: “avete ragione”. Il governo Letta resta un governo per cui nessuno di noi ha votato, che nessuno di noi ha voluto, e che stiamo osservando proporre un piano politico che di progressista ha ben poco. L’abbassamento drastico dello stile del dialogo e del confronto (dalla gazzarra in aula ieri non si salva niente, dalla tagliola in poi) e i toni ormai insopportabili di gran parte delle formazioni politiche non possono far passare in secondo piano il fatto che il Partito Democratico stia purtroppo continuando a non svolgere il ruolo per cui è stato chiamato giocoforza da parecchi elettori che ancora credono in un progetto che guarda a sinistra. Che, come dice Luca Bottura, si limita a fotografare l’esistente, scende a patti, tratta col diavolo, perché con ogni evidenza incapaci di uno slancio, un progetto, una reale diversità.

E io come faccio ad andare dai miei amici di sinistra che credono – non a torto – che il PD abbia poco ora in cui riconoscersi, amici con cui condivido molte più cose di quelle che non condivido e dire loro che una speranza c’è, e dire che se stiamo uniti le cose possono cambiare, e che se riuscissero a sentire questo grande corpaccione anche un po’ loro potremmo risolvere assieme questo assurdo schifo che siamo costretti a guardare giorno dopo giorno? Io non lo so. Continuerò a provarci e continuerò a raccontarvi quello che succede. Forse combatterò per sempre contro mulini a vento e forse cadrò facendomi molto male. Ma non voglio arrendermi al cinismo di chi crede che sia tutto inutile. Anche se in Parlamento si sta facendo di tutto per confermare queste impressioni.

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Se l’Italia creativa alza la testa

In Italia esiste una categoria di lavoratori che non gode di alcun tipo di tutela: non è riconosciuta, non è organizzata e spesso non viene nemmeno pagata. È la categoria dei «creativi», dei «lavoratori intellettuali».

Nei giorni scorsi una video-campagna virale del collettivo Zero ha fatto il giro di internet generando un dibattito ampio e acceso. In questi video si assiste alla scena di un «creativo generico» (caratterizzato come la stilizzazione dell’hipster: camicia a scacchi abbottonata, smartphone in mano, barba e capelli alla moda) che dopo aver richiesto una prestazione all’idraulico, al giardiniere, al muratore, lo informa che per il lavoro «non c’è budget» ma che può ricompensarlo con una «grande occasione di visibilità» mettendo la sua foto su Facebook per sfruttare il network e la coda lunga.

Una frase che il lavoratore creativo si è sentito dire molte volte ma che nessuno direbbe al proprio idraulico, appunto. Lo slogan: creativo sì, coglione no. Il problema della retribuzione delle professioni creative in Italia è argomento ancora poco affrontato, ma sarebbe doveroso inserirlo in una discussione allargata sullo stato del lavoro e della precarietà. A questo proposito, ribadire che la battaglia del collettivo Zero sia sacrosanta pare scontato. Che il lavoro vada pagato, e che a prestazione dovrebbe corrispondere equa retribuzione non deve essere banalizzato.

Essere freelance non può essere sinonimo, com’è diventato, di gratuito. Ma questo non ci impedisce di farci altre domande. Ad esempio, sulla dimensione politica di una battaglia del genere. Per politica non si intende solo partito (anche se non sarebbe male che il Pd e le forze progressiste di questo Paese facessero proprie queste rivendicazioni), ma generazionale. Le urgenze di questa categoria sono anche le urgenze di almeno due delle ultime generazioni. […]

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L’odio sul web che nasce dalla realtà

La violenta reazione su Internet alla notizia del ricovero di Bersani è solo l’ultima di una recente serie di eventi che fanno riflettere sulla rete come specchio del disagio sociale. L’attacco all’ex segretario Pd si aggiunge alle minacce di morte a Caterina Simonsen. Una ragazza, come si ricorderà, rea di aver difeso la ricerca scientifica su animali.

Casi emblematici di una situazione complessiva. Basta andare sulle pagine Facebook e sui blog di politici e giornalisti per essere investiti da un’onda di risentimento. Il vocabolario rispecchia un comportamento che supera il puro trolling (su internet, il troll è un utente che interagisce con l’obiettivo di infastidire e sabotare la conversazione) e va legato a un sentire comune che ha più a che fare con l’Italia come Paese che con internet come «luogo».

Da un lato, come ha giustamente fatto notare Fabio Chiusi su Wired, perché internet non odia: è un mezzo neutro, che può essere usato come meglio si crede e non può essere censurato. Dall’altro, perché la tensione che si avverte sui social network è simile a quella che invade le strade quando si alzano le proteste dei forconi.

Prima di tutto, internet non è più una realtà virtuale, ma è uno spazio d’espressione della realtà. Poi, perché l’insulto, la mancanza del senso della misura, l’odio come strumento di prevaricazione altro non sono che il risultato di anni di annientamento del dialogo costruttivo, del ragionamento critico come strumento di riflessione sulle cose che succedono. Come fa giustamente notare Stefano Bartezzaghi su Repubblica, i nomi sono indicatori privi di corpo, come se dietro le parole «Bersani», «Simonsen» o addirittura «Schumacher» non ci fosse niente. […]

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