Se l’Italia creativa alza la testa

In Italia esiste una categoria di lavoratori che non gode di alcun tipo di tutela: non è riconosciuta, non è organizzata e spesso non viene nemmeno pagata. È la categoria dei «creativi», dei «lavoratori intellettuali».

Nei giorni scorsi una video-campagna virale del collettivo Zero ha fatto il giro di internet generando un dibattito ampio e acceso. In questi video si assiste alla scena di un «creativo generico» (caratterizzato come la stilizzazione dell’hipster: camicia a scacchi abbottonata, smartphone in mano, barba e capelli alla moda) che dopo aver richiesto una prestazione all’idraulico, al giardiniere, al muratore, lo informa che per il lavoro «non c’è budget» ma che può ricompensarlo con una «grande occasione di visibilità» mettendo la sua foto su Facebook per sfruttare il network e la coda lunga.

Una frase che il lavoratore creativo si è sentito dire molte volte ma che nessuno direbbe al proprio idraulico, appunto. Lo slogan: creativo sì, coglione no. Il problema della retribuzione delle professioni creative in Italia è argomento ancora poco affrontato, ma sarebbe doveroso inserirlo in una discussione allargata sullo stato del lavoro e della precarietà. A questo proposito, ribadire che la battaglia del collettivo Zero sia sacrosanta pare scontato. Che il lavoro vada pagato, e che a prestazione dovrebbe corrispondere equa retribuzione non deve essere banalizzato.

Essere freelance non può essere sinonimo, com’è diventato, di gratuito. Ma questo non ci impedisce di farci altre domande. Ad esempio, sulla dimensione politica di una battaglia del genere. Per politica non si intende solo partito (anche se non sarebbe male che il Pd e le forze progressiste di questo Paese facessero proprie queste rivendicazioni), ma generazionale. Le urgenze di questa categoria sono anche le urgenze di almeno due delle ultime generazioni. […]

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