Un ricordo. Philip Seymour Hoffman

Vado al cinema da quando ho memoria. Sono ormai 24 anni. In tutto questo tempo, di gente ne è morta. Di attori capaci di lasciare il segno. Di registi che hanno inciso in maniera decisiva sulla storia di questa arte con capolavori eclatanti. Ma le loro morti non mi hanno mai toccato più di tanto. Non mi hanno mai colpito a livello viscerale. Niente che potesse andare oltre un dispiacere ma che non sentivo mio. Non per fatalismo o distacco, ma perché “everything dies, baby, that’s a fact” (cit.). Ma questa morsa allo stomaco l’ho già provata altre volte. Quando è morto Mark Linkous degli Sparklehorse. E quando è morto Alex Chilton. Lì non sono riuscito ad ascoltare i Big Star per almeno un paio di anni. Ecco. Questa è forse la prima volta che sento la morte di un attore come una morte di almeno una piccola parte di me. Non ho intenzione di leggere nemmeno un articolo di quelli che verranno scritti sulla morte di Philip Seymour Hoffman. Ho già letto il titolo di Repubblica (“Trasformista da Oscar”) e ho avuto voglia di scagliare il computer dall’altro lato della stanza. Perché Philip Seymour Hoffman era una cosa nostra. Era una cosa che parlava a noi e di noi. Era un corpo che si muoveva nelle pieghe e negli angoli bui della storia, cercando di mostrare quella fragilità umana che viviamo ogni giorno. Del superamento delle nostre paure. Della rivendicazione della nostra diversità. Dell’idea che solo unendo assieme le forze, mentre il mondo non si ferma quando noi ci sentiamo disarmati, possiamo farcela. Nei film in cui più l’ho amato (e sono tanti) lui era questo. Lui era quello che cercava di corteggiare una ragazza senza cercare di fingere o nascondersi. Lui era quello che dava consigli a una generazione con la consapevolezza che ogni lotta sarebbe stata persa, ma divertente da affrontare. Lui era quello che cercava di aiutarti sempre e comunque anche se forse non era in grado di farlo fino in fondo. Io non voglio sapere cosa è successo, né come se ne sia andato. Io so solo che mi mancherà. E non poco. Io so solo che ho perso un amico ideale. E c’è quel momento, verso la fine di Magnolia, quando il magnate della televisione che sta assistendo sta per morire e lui telefona per avere un’informazione, e nel crescendo drammatico della storia – che in quel momento ha un apice di intensità quasi insopportabile – dice, disperato, senza forze, all’uomo che non vuole aiutarlo: “Questo è il punto della storia in cui lei mi dà una mano”. Ecco. Philip era così per me. Per noi. E lo so. E non sarà più così. Ciao.

philip-seymour-hoffman-20090318-499591(1967-2014)

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