Avete ragione #2

Un mio amico mi scrive dopo una mia ennesima riflessione politica pubblicata sul mio profilo Facebook in relazione alla finta telefonata a Fabrizio Barca. Lo status era un pretesto, ma il commento del mio amico mi ha fatto pensare. A dispetto di un tono indispettito perché esasperato, il messaggio è chiaro: “siete troppo impegnati a giocare a Risiko per occuparvi dei problemi veri: non state facendo politica”. E dagli torto. Il Partito Democratico è il luogo simbolico di uno psicodramma permanente, bloccato com’è in una eterna primaria, in una grande lotta tra correnti e fazioni che non diventa dibattito costruttivo su temi, problemi, idee, ma spartizione di cose. Si gioca a mettere bandiere e a speculare su numeri quando in realtà la vera missione di un partito – fare politica – viene meno perché lasciata ad altri soggetti. E poi ci chiediamo perché la gente non ci vota più, e perché non riusciamo più a far capire che militare in un partito ha senso, che votare ha senso e che impegnarsi ha senso. Forse perché in fondo non lo sappiamo (più) nemmeno noi. E qui non è questione di governo Renzi o no (per quanto mi riguarda: no!). E non è nemmeno il pensiero su un Civati scissionista o meno (per quanto mi riguarda: prevalentemente meno). Bensì il fatto che stiamo perdendo, giorno dopo giorno, credibilità. E per qualcuno stiamo già cominciando a scavare.

Quando abbiamo finito le Primarie nazionali ci siamo visti tra di noi (che abbiamo a più livelli supportato la corsa di Civati) e abbiamo deciso una linea d’azione: fare cose, impegnarsi, cercare di capire come fare bene politica sul territorio. Poi sono arrivate le campagne per la segreteria regionali, poi è arrivato il problema della staffetta di governo, poi sono arrivate tutte le baggianate burocratiche che sembrano interessarci molto più di altre cose rispetto al fare politica (e adesso arriveranno le elezioni europee e, almeno per quanto riguarda il Piemonte, le regionali). E in tutto questo, le associazioni sul territorio costruiscono progetti, fanno movimento, si preoccupano di curare le proprie realtà e di non farle morire. Perché in un momento come questo è importante avere una visione ad ampio raggio che non riusciamo a tradurre in azione politica. Perché? Perché siamo autoreferenziali, miopi, incapaci di uscire dalle logiche che stiamo subendo e incapaci di credere che forse non abbiamo ragione. Non è questione dello storico complesso d’inferiorità della sinistra italiana. Si tratta proprio di aver smesso di essere la sinistra italiana in senso ampio. Ovvero quella spinta che ti pone a essere felice solo se lo sono anche gli altri – per citare il poeta – e che ti porta a costruire qualcosa, o quantomeno cercare di farlo con la visione più ampia possibile.

Mi spiace essere privo di argomentazioni davanti alle accuse del mio amico. Perché ha ragione. La politica dovrebbe partire dalle sue lacune per cercare di capire dove ha sbagliato e cominciare a ricostruire qualcosa. La buona volontà è necessaria per ripartire, ma non basta: ci vuole anche voglia di impegnarsi, di sbattersi, e di capire che esiste un modo fuori dalle sezioni del Partito Democratico (sì, le chiamo ancora così) che delle primarie se ne frega e vuole solo costruire delle realtà che abbiano senso e che producano movimento e aggregazione e socialità. Posso solo dire che i buoni propositi ci sono. Almeno da parte mia, e da quelli con cui diciamo spesso: “cerchiamo di fare cose e di cambiare il modo di pensare di questo posto”. Perché il nostro grande nemico è l’autoreferenzialità e l’idea che esista solo il partito come orizzonte politico. E invece la politica la fai ogni giorno, in ogni piccola azione, e in ogni contesto in cui riesci a muoverti per migliorare la vita tua e di chi ti sta intorno.

Sarà retorico ma mi sembra un buon punto di partenza, se ce ne rendiamo conto.

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