Di cosa parliamo quando parliamo di movida

Giovedì 27 marzo si è tenuto un consiglio aperto alla cittadinanza della Circoscrizione 8 di Torino, quella di San Salvario, il quartiere dove abito, da anni al centro di un problema ‘movida’. Si è cercato di affrontare la questione a partire da alcuni problemi oggettivi di ordine pubblico, alcuni eventi che personalmente ritengo molto antipatici (i raid delle forze dell’ordine modello Baghdad) e alcune necessità del territorio ha prodotto una sorta di sfogatoio incontrollato, una gazzarra caotica che ha prodotto solo confusione, ha portato il dibattito a un livello abbastanza avvilente e ha acuito ancora di più le varie polarizzazioni in atto. Così i problemi non si risolvono. Non si risolvono i problemi paragonando la situazione di San Salvario a quella dell’Ilva o di Guantanamo, accomunando l’inquinamento acustico alle pratiche di tortura sulla privazione del sonno. Non si risolvono i problemi accusando il comune di Torino – che probabilmente ha sbagliato diverse cose – di ordire un complotto ai danni dei giovani (che si devastano di alcool) e meno giovani. Non si risolvono contrapponendo a una questione di ‘movida’ selvaggia un modello di quartiere “tranquillo e sereno per statuto” come se San Salvario fosse un luogo residenziale, un dormitorio dove la vita notturna si vive nelle quattro mura e dove lo sviluppo civile sia semplicemente uno sviluppo in cui nessuno rompe le scatole all’altro. Non sono così ingenuo da negare le problematiche e gli aspetti deteriori della ‘movida’: abito in questo quartiere da 20 anni. So bene cosa vuol dire. Ma so anche bene che cos’era prima che i locali cominciassero ad aprire. E, mi dispiace, ma io a quella San Salvario non ci voglio tornare (e potrei anche chiedere testimonianze a mio nonno, che aveva una gastronomia in via Berthollet dove adesso c’è l’Ottico all’angolo con piazza Madama). Io voglio lavorare per risolvere i problemi nella maniera più laica possibile. Perché se è vero che certe cose possono e devono essere migliorate, è vero anche che non possiamo pensare che la ragione stia solo ed esclusivamente da un lato e che tutto quello che viene dal comune o tutto quello che può fare un organo amministrativo sia da tacciare di inappropriatezza e di scarsa lettura della realtà.

Al consiglio cui ho assistito c’è stato parecchio populismo. Ho sentito molti slogan facili, molte parole buttate al vento per solleticare il ventre molle di un disagio che invece è molto più stratificato e molto più difficile da gestire. Se non usciamo dalla logica dello slogan urlato e delle frasi reboanti non andiamo molto lontano, anzi. Oltre al paragone con Guantanamo e l’evocazione dello stato di polizia, ho addirittura sentito che “se si continua così ci scappa il morto”, additando come futuri responsabili gli assessori Mangone e Tedesco, intervenuti alla discussione: mi sembra una minaccia vagamente da anni Settanta, ma forse sono troppo paranoico.

In ogni caso non sono solo molto critico con tutta la retorica del no alla ‘movida’. Ma sono anche molto critico contro il no a prescindere. Ad esempio l’attacco strumentale al Nightbuster – un sistema additato di essere un carro dello sballo perché porta i giovani a divertirsi – o l’argomentazione per cui tutti hanno diritto a divertirsi ma alle NOSTRE condizioni (di chi? e chi lo decide cosa è giusto e cosa è sbagliato?).

A chi invoca soluzioni drastiche e calate dall’alto suggerisco di leggersi un po’ di letteratura sulla gentrification e sullo sviluppo urbano. Lo consiglio anche a assessori e amministratori proprio perché gli interventi calati dall’alto non funzionano. MAI. Il quartiere è un ecosistema complesso, che vive di logiche e equilibri fragilissimi che non possono essere risolti per decreto. Ma su questo tema possiamo parlarne quanto volete. Per il resto ci sono alcune cose che si possono fare come politica e come amministrazione. Magari cercando di mettere assieme i bisogni di tutti e capire come migliorare dagli errori del passato. E anche per evitare la futura desertificazione del quartiere (che, come è sempre capitato, vive una curva di sviluppo).

Andrò per punti:

  • LOCALI

Il problema sono i locali? No. Il problema sono un certo tipo di locali e un certo tipo di avventore. Il problema non è attaccare quel locale che ha un’offerta in qualche modo diversificata e aiuta la creazione di un tessuto culturale – dal concerto alla rassegna artistica generica – e aiuta lo scambio di idee e creazione di una comunità. Il problema è l’esplosione di locali tutti uguali che funzionano solo come dispenser di alcolici e non hanno nessun altro ruolo se non quello di dispensare alcolici. Il problema non è il locale che mette musica, ma il vociare della gente che ci sta attorno. Il problema è una concentrazione troppo alta di locali in una zona circoscritta molto piccola. Ci sono due San Salvario: quella coi locali, e quella senza. Quella senza, di notte, non ha niente. Se si fossero aperti locali più a macchia di leopardi sulla superficie del quartiere, ci sarebbe stata una dispersione di gente con meno disturbo della quiete pubblica. Poi ci sarebbe un problema endemico non solo di Torino, ma della vita notturna del paese: comincia troppo tardi. I concerti iniziano alle 23 circa e prima non si fa niente. Se si volesse far chiudere un locale alle 2 del mattino, bisognerebbe fare in modo che la vita notturna cominci prima, banalmente. Ma questo è un problema culturale che non si risolve per decreto. Per decreto si può regolare la somministrazione di alcolici e il volume della musica in filodiffusione, non le abitudini delle persone.

  • TRASPORTI

San Salvario ha pochi parcheggi e strade piccole. Bisognerebbe lavorare per rendere il quartiere un posto car-free. Dove si può venire senza macchine. Più posti per biciclette (e ci stanno lavorando), un 18 che segue il suo tragitto normale anche di notte e con più passaggi sul modello delle metropoli internazionali (Londra ha un servizio di bus notturni a frequenza regolare che agisce su tutto il territorio: e stiamo parlando di una metropoli di 14 mln di abitati) e una metropolitana aperta 24 ore su 24 (almeno nel fine settimana). Sono misure che potrebbero coprire una fetta consistente di città e rendere inutile l’utilizzo della macchina (e a questo punto le strisce blu anche di notte avrebbero un senso perché usare la macchina sarebbe un lusso inutile). Uno dei veri problemi di San Salvario è la sosta selvaggia, la doppia fila e il caos dovuto al traffico: agiamo lì.

  • OFFERTA

Riprendendo alcuni degli spunti nella parte dei ‘Locali’, bisognerebbe fare in modo che l’offerta sia diversificata e quello che succede di notte non muoia di giorno. Anche qui ci sono due quartieri. La San Salvario notturna, con la sua controversa ‘movida’, e la San Salvario diurna, dove tra mille difficoltà ci si barcamena senza una vera ricaduta e offerta continua. Bisogna cercare di incentivare l’offerta culturale – e per culturale intendo un termine che racchiude molte specificità: dal piccolo artigianato e piccolo commercio, a nuove forme di imprenditoria giovanile e spazi di co-working, costruire un quartiere laboratorio vivo 24/7 e non solo nella fascia notturna – e far sì che anche di giorno il quartiere batta il suo cuore pulsante. Su tutto il territorio, eh: non solo nel quadrilatero interessato. So che le associazioni in questo stanno già lavorando: aiutiamo, forniamo una sponda, torniamo ad agire nel territorio.

  • CRIMINALITA’

L’equazione ‘movida:spaccio’ è facile. Un altro slogan da sventolare in campagna elettorale. Bisognerebbe andare alla radice del problema e cercare di capire come un quartiere, vivendo grazie a dinamiche complesse, possa risolvere il problema della criminalità e dello spaccio. Se si pensa che il consumo di droga sia concentrato nelle aree ad alta diffusione di giovani e vita notturna si attua una generalizzazione dannosa e inutile, che non fa bene alla comunità e porta consenso solo a chi propone una politica reazionaria. Bisogna cercare di affrontare la questione in maniera laica e strutturata, non attaccarsi a interventi dall’alto sperando che la polizia, i vigili, i carabinieri e l’esercito intervengano a purificare con il napalm via Berthollet. Bisogna invece fare sì che a San Salvario lo spaccio non sia più ‘ospitato’: con un’offerta diffusa su tutta la superficie del quartiere si può contenere il fenomeno dello spaccio secondo quel processo – testimoniato da ampia bibliografia – per cui un marciapiede in cui c’è vita è un marciapiede sicuro. I famosi angoli bui di San Salvario sono il problema, non quelli dove c’è troppa luce (e qui si ritorna al problema della diffusione del perimetro dei locali).

  • ECOSISTEMA

Bisogna cercare di creare un quartiere vivo e con un cuore pulsante, si diceva. Proprio perché venga meno la sensazione di ghetto che si va creando nella percezione comune. Sia di chi non vive il quartiere e indica San Salvario come “quella roba lì”, sia di chi vive San Salvario e si sente ostaggio a casa propria (e non è possibile, al netto dei toni esasperati e non condivisibili). San Salvario non è Scampia, non è Guantanamo, non è la Thyssen. Ma non è (ancora) Shoreditch, non è ancora Williamsburg. Non è ancora un quartiere la cui complessa stratificazione sociale e culturale trova una bilancia e un equilibrio che permette la coesistenza della vita notturna e diurna, dei commercianti del giorno e della notte, degli avventori dei locali e di chi la mattina va a lavorare con orario di ufficio. Non è ancora un quartiere completamente integrato nelle logiche che lui stesso – e come ‘corpo sociale’, non come oggetto di politiche dall’alto – dovrebbe innescare.

Non credo di aver detto tutto, e su alcuni punti mi sono sicuramente spiegato male. E’ una strada lunga, controversa e da affrontare. Ma è da affrontare con uno spirito dialogico e costruttivo. Le contrapposizioni tra giusto e sbagliato non fanno bene a nessuno e non risolvono niente. Poi, se quello che interessa alcuni comitati e alcune figure è solo portare acqua al proprio mulino e cercare consenso elettorale allora stiamo parlando di altro. Io invece voglio parlare del quartiere, della sua politica e della sua vita.

La Grande Bellezza. Amore e morte nel romanzo italiano

A un certo punto de La grande bellezza, l’amarissimo personaggio di Romano, interpretato da Carlo Verdone, saluta Jep Gambardella perché ha deciso di tornare “al paese” e di lasciare Roma. Per sempre. Perché molto deluso. Ed è qui che comincia la lettura politica del film di Paolo Sorrentino.

Ma cosa avete contro la nostalgia?
È l’unico svago che resta a chi è diffidente verso il futuro.
Romano (Carlo Verdone)

Romano ha più di cinquant’anni, come Jep, ma abita ancora in una camera con degli studenti universitari che – indifferenti al vuoto pneumatico della vita dei due “anziani signori” persi in trenini che non vanno da nessuna parte – hanno sulle loro spalle l’ingenuità della speranza e di un futuro da ricostruire. Ed è proprio quella generazione che, come fa notare giustamente Caliandro nel suo saggio, si troverà a dover ricostruire dopo che Jep Gambardella (ma sarebbe meglio dire Paolo Sorrentino) di colpo cannibalizza sia i quarantenni di Sabrina Ferilli (il cui personaggio muore di tumore), sia i trentenni di Luca Marinelli (Andrea, che si suicida).
La frase di addio pronunciata da Carlo Verdone è potentissima. Perché, al netto della banalità dell’addio “Roma mi ha molto deluso”, è una frase detta da Carlo Verdone. Che qui non è Romano, lo scrittore fallito che vive della luce riflessa della mondanità sfruttando l’amicizia pietosa di Jep, ma Carlo Verdone: l’ideal-tipo di una Roma che fa i conti col suo stesso fallimento culturale. È come se di colpo La Grande Bellezza riuscisse sì a essere un film di sintesi e “chiusura”, ma anche il film che liquida l’utopia di Walter Veltroni. Come se l’eccessiva stilizzazione, la ridondante rappresentazione di una Roma vuota e inconcludente, il cafonal consolatorio e la messa in scena ambiziosissima e decadente volesse liquidare – portandola al parossismo – quella narrazione politica fatta di nostalgia, retorica del bello, del puro e dove manca proprio qualsiasi vibrazione di conflitto. La Roma “arresa” di Verdone chiude la stagione della Roma di Veltroni, fatta di grandi eventi, cultura per tutti (e per nessuno), nuovo epicentro che mutuava i modelli anglosassoni senza capirne pienamente la struttura, una Cool Roma che echeggiava la Cool Britannia e che diventava l’ennesimo capitolo del grande romanzo su chi avesse poi sbagliato più forte.

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Politica R&R: affinità e divergenze tra Pippo Civati e Noel Gallagher

[disclaimer – Il titolo è uno specchietto per le allodole. Non è un paragone tra Civati e Noel Gallagher, ma semplicemente il tentativo di spiegare il funzionamento delle logiche di un partito politico attraverso le logiche di funzionamento di una band. Ci sono vari tipo di leadership, vari tipi di gruppi e diversi modi per vivere all’interno di un ecosistema complesso con infinite variabili.]

Quando Pippo Civati ha deciso, suo malgrado, di votare la fiducia al governo Renzi e restare nel Partito Democratico – dopo una settimana di grande disagio e travaglio conclusa nell’assemblea pubblica di Bologna – si è alzato un grande coro di stupore: “Ma come?”. È stata una decisione discussa e controversa. Si è cercato di spiegare la faccenda in lungo e in largo. Ma evidentemente ci sono proprio dei problemi nel comunicare faccende del genere – che sono per di più noiosissime logiche di partito – a chi è fuori, bontà sua, da queste pratiche. “Vi lamentate tanto delle epurazioni del MoVimento 5 Stelle”, dicono, “e poi rimanete lì dentro per paura di essere mandati via? Ma allora è vero che non sapete decidervi! Ma allora è vero che siete tutti uguali! Ma allora è vero che tenete solo alla poltrona! Ma allora è vero che siete senza palle!”.

Condividendo la scelta di Civati di continuare a fare politica nel Partito Democratico, mi sembra giusto cercare di spiegare nella maniera più pop possibile ciò che è successo. E perché non si possa avvicinare quello che sarebbe stato un allontanamento volontario dello stesso Civati in caso di una non-fiducia al governo Renzi (che, sia detto, è secondo me un governo che nasce sotto i peggiori auspici) e le epurazioni del M5S. Non voglio convincere nessuno, ma dal momento che anche acuti osservatori degli italici costumi stanno avendo difficoltà a capire come mai ogni tanto vada rispettata quella che in termini da Prima Repubblica chiameremmo “disciplina di partito”, mi sembra giusto tornare ancora su una questione per certi versi già vecchia.

È fondamentale sottolineare che se Civati non avesse votato la fiducia (e non parlo di astensione, già sperimentata con il Governo Letta), non sarebbe stato mandato via, ma si sarebbe allontanato lui. Di sua spontanea volontà. Perché? Spiegare questa cosa in termini puramente politici – una discussione negli organi dirigenti dove una linea è stata votata ad ampia maggioranza – non è sempre perfettamente comprensibile, ne convengo. Proviamo con un parallelo che conosciamo tutti molto meglio: le band.

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