L’Hotel di Wes Anderson è un fantastico esercizio di stile

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Un giovane scrittore in crisi (Jude Law) si rifugia in un albergo arroccato su una montagna di un immaginario paese europeo, la Zubrowka. La sua attenzione viene catturata da un anziano signore (F. Murray Abraham) che scoprirà essere il proprietario della struttura, un tempo grande e sfarzosa ma ora ridotta a rifugio di poche anime perse in cerca di riparo. I due si incontrano a cena. Il vecchio comincia a raccontare la storia del suo albergo, il Grand Budapest Hotel.

E qui comincia la storia dell’ottavo film di Wes Anderson, uno dei registi più significativi dell’ultima generazione. Anderson è tra gli autori che – assieme a Sofia Coppola, Paul Thomas Anderson, Spike Jonze, Michel Gondry e qualche altro – è riuscito a coniugare una ricerca stilistica e narrativa particolare alle favorevoli esigenze industriali che si sono create dopo il successo del cinema indipendente degli anni ’90 dei vari Soderbergh e Tarantino.

Gli studiosi lo chiamano indiewood, autori indie e soldi mainstream. Una zona di contatto dove è possibile raccontare storie particolari in modo particolare. Lo stile di Anderson è immediatamente riconoscibile, così come le storie che racconta: gli adulti-bambini e i bambini-adulti di Rushmore (1998) e, soprattutto, I Tenenbaum (2001), che simboleggiavano l’inquietudine, l’incertezza e lo smarrimento di diverse generazioni che si incrociavano in un luogo ideale nella storia e fuori dalla storia.

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