Note da una campagna elettorale. Fine. #tutticonviotti

Mi ricordo di quando ci siamo trovati ad Alessandria, per l’apertura della campagna alla segreteria regionale. Avevamo pure portato un’ospite importante, Elly Schlein, che stava già avendo una sua ribalta nazionale grazie ad alcune giustissime battaglie combattute nel partito. Eravamo al Moscardo ed eravamo in meno di dieci persone. Nevicava. Mauro se n’era andato via in bici. Eravamo usciti un po’ demoralizzati. Qualcuno sotto sotto pensava che una partenza falsa ci poteva stare, altri invece pensavano già che stavamo per fare uno sbaglio. Io ho pensato immediatamente alla seconda stagione di The West Wing, e ai primi comizi di Jed Bartlet. Poca gente. Poco entusiasmo. Poi una frase giusta, un atto di onestà, e tutti si illuminano, tutti capiscono che in quel momento si stava realizzando qualcosa e che quella persona era una persona speciale. Ecco. Siamo partiti da meno di dieci persone (di cui alcuni addirittura entrate da pochissimo nei gangli del partito, seguendo il suggerimento di quel Pippo Civati lì che ti dice che le cose cambiando cambiandole e diamine se ti convince… pure Eloisa Franchi, che se convince lei…) in un ristorante alessandrino sotto la neve di Gennaio, siamo finiti in oltre 28 mila a portare in trionfo in piazza Madama Cristina Daniele Viotti parlamentare europeo. 28 mila persone. Come mi fanno notare: una fila umana che si abbraccia per 45 chilometri. In questa campagna ne avremo percorsi 45 mila. Con le macchine (di Simone e Andrea), con i treni, con i piedi. Ma quelle poche persone che c’erano ad Alessandria sono quelle che in quella giornata, ancora di più, si erano rese conto che si stava cominciando a costruire qualcosa, e un qualcosa di davvero importante. Perché davvero basta poco, e basta un momento, per capire se vale la pena o meno. E non conta quanta gente hai davanti, conta la voglia di metterci tutto te stesso per una cosa in cui credi. E ci abbiamo creduto tanto. Perché #tutticonviotti non era solo uno slogan. #unaltromodo non era solo un hashtag. #nduma non era solo un’esortazione di comodo. Perché l’abbiamo presa sul serio. Abbiamo fatto in modo che ci fosse sempre qualcuno pronto a guidare (io ho pure imparato ad andare in autostrada). Abbiamo sempre fatto in modo che anche se pochi, fossimo motivati a continuare. Che non ci si prendesse male per un’inziativa fallita, o una prestazione scadente. Perché le cose vanno viste nel loro complesse, e nella lunga maratona un momento di stanca c’è. Soprattutto quando sei l’underdog e devi correre più veloce degli altri e con delle scarpe peggiori. Quando tutti danno la tua vittoria 1-100. E invece scopri mano a mano che più gente ti segue, più gente si convince che quello che si sta facendo è giusto e bello. Che passa le notti con te a pensare a dove andare, cosa fare, come analizzare le situazioni. Che ti chiama alle 2 di notte (questo solitamente è Fabio) per dirti che se ti sei dimenticato una cosa puoi sempre recuperarla ma è importante perché siamo tutti ingranaggi di una macchina che si sta costruendo. Perché poi uno è stremato dal fatto di fare tre campagne elettorali in un anno, ma è anche contento e assieme spaventato. Perché poi uno rischia di farsi l’abitudine. Uno rischia di pensare che quando hai a che fare con Viotti hai a che fare con il politico standard. E invece no. Basta poco, eh, ma se hai la fortuna di avere a che fare con lui poi capisci che è tutto più facile. E io voglio farmi l’abitudine. Perché voglio che la politica sia una cosa bella. E portare un po’ di quella bellezza e quella leggerezza – quella gioia con cui abbiamo sempre affrontato le cose e con cui abbiamo sempre cercato di costruire la nostra campagna elettorale – in un mondo un po’ bloccato, un po’ abituato, un po’ sedato dalla routine e dall’ovvio e da tutto quello che sapete leggendo i giornali. E invece non è sempre così, e lo abbiamo dimostrato. Lo abbiamo dimostrato cominciando a gennaio, anche contro il parere di alcuni di noi, di correre per la segreteria regionale e poi per il parlamento europeo. Non eravamo tutti convinti ma mano a mano lo siamo diventati, e siamo stati tanti. Più siamo più vinciamo, scrivevamo. E ce l’abbiamo fatta. E abbiamo contribuito alla scrittura di un libro. Un nuovo libro. Un libro bellissimo che non finisce alla prossima scadenza, ma si rinnova e continua. Perché è un libro che stiamo scrivendo tutti assieme. Parla di noi, della nostra idea di politica, e della nostra idea di mondo. E sono sicuro che continueremo a scriverlo tutti assieme. Tutti insieme. Chi c’era, chi c’è, e chi ci sarà. Da qui. Perché abbiamo fatto una cosa importante. Ed è solo l’inizio.

«E ci volevi fare un governo assieme?»

Lo schema, di solito, è questo. Un esponente del MoVimento 5 Stelle attacca, in televisione, Pippo Civati. Nella conseguente querelle sui social network – twitter, soprattutto – in cui i sostenitori di Grillo si scannano con i sostenitori di Civati, emergono quelli che tirano fuori il solito argomento: «Bravo Civati: e tu ci volevi insegnare che dovevamo farci un governo, assieme a questi». Di solito sono esponenti del Partito Democratico a vari livelli. Spesso sono pure persone di cui ho personale stima e con cui dialogo molto bene su una grande quantità di questioni e con cui condivido molto tranne i vari percorsi congressuali. Ma su questo tema proprio non ci sentono. Un po’ di chiarezza è doverosa.

Nel Febbraio 2013 il M5S è un partito neo-entrato in parlamento. I suoi esponenti sono tutti giovani, tutti membri di quella società civile a cui il PD ha smesso da tempo di guardare. Non sappiamo cosa aspettarci perché conosciamo Grillo, ma non conosciamo quelli che ha mandato in parlamento. Magari, su certi punti programmatici, dato il momento di crisi, si può trovare una convergenza, fare qualche riforma strategica (ad esempio la legge elettorale) e tornare a votare. Del resto, a fare il governo di larghe intese con il centro-destra sapevamo a cosa andavamo incontro (sia sui punti e sul programma, sia sulla sconfitta del progetto Italia Bene Comune che avrebbe portato l’esplosione dell’elettorato di sinistra). A Febbraio 2013 nessuno conosceva Alessandro Di Battista, nessuno conosceva Luigi De Maio, nessuno conosceva Riccardo Fraccaro, nessuno conosceva tutti i parlamentari espulsi per mancata obbedienza ai dettami del capo con buona pace di tutti i proclami al rispetto della costituzione. Insomma, quando Civati proponeva un dialogo con il M5S, lo proponeva sulla base di una ricerca di uno schema diverso – e magari fruttuoso – con persone la cui piattaforma comune poteva suggerire un’intesa programmatica per il bene del paese. Un nuovo presidente della repubblica, una nuova legge elettorale. Voto. E la cosa poteva anche funzionare. Del resto, gli otto punti programmatici di Bersani potevano rappresentare un’ottima base di partenza per un dialogo futuro. Del resto, l’elezione alla presidenza del Senato e della Camera di Piero Grasso e Laura Boldrini rappresentavano una buona idea per costruire un terreno comune. Del resto. Siamo in uno stato d’emergenza. Lo siamo ancora.

Quello che è cambiato molto è l’atteggiamento dei grillini. Constatata la paura di poter essere più deboli e di poter, addirittura, dialogare con i parlamentari, si sono arroccati. E attaccano il PD tutto secondo forme e metodi diversi. Proprio per confermare il proprio elettorato. Proprio per non perdere il consenso. E’ un gioco molto vecchio. Vecchio come il mondo. E come la politica. Il M5S attacca Renzi perché lo vede come l’altro da sé, il nemico da sconfiggere annientandolo. Il M5S attacca Civati perché lo vede come un pericolo in grado di disgregare il proprio elettorato e far recuperare al Partito Democratico quella vocazione ‘a sinistra’ e ‘progressista’ che rappresenterebbe in poche parole una grande perdita di voti. Insomma, nello schema del M5S, attaccare Civati con più violenza («La mafia è Civati che è costretto a restare in un partito in cui ha pagato 35mila euro per stare in Parlamento») serve a tenere assieme le truppe.

Quello che vorrei spiegare ai miei compagni del Partito Democratico (sì, ci chiamiamo ancora così, compagni, perché guardiamo dalla stessa parte e vogliamo la stessa cosa) è che nel Febbraio 2013 lo schema poteva essere un esperimento interessante. Adesso, a Maggio 2014, no. E lo stesso Civati non ha più cercato un dialogo con il M5S che andasse oltre le regole della buona educazione – e qui Fraccaro che si pulisce la giacca – o che fosse strategico all’ipotesi di una sponda ‘a sinistra’ per un governo Renzi forte e allo stesso tempo debolissimo (vedi i giorni in cui si paventava la creazione di un nuovo gruppo parlamentare al Senato con gli espulsi grillini). La prospettiva futura è quella di un M5S probabile seconda forza del paese con esponenti «più realisti del re». Questa prima legislatura grillina è stata un esperimento: le voci critiche e le dissidenze sono state epurate, e i prossimi eletti saranno inevitabilmente più fedeli, più obbedienti, più pronti al sacrificio frontale contro il pericolo dialettico.

Nel Febbraio 2013 non sapevamo a cosa andavamo incontro. Era una prospettiva che poteva valere il tentativo. Avevamo eletto due alte cariche dello stato anche grazie ai loro voti. Ed era meglio lavorare su quegli otto punti che non fare un governo con Alfano, Sacconi, Giovanardi, Mauro e Lupi. Nel Maggio 2014, invece, lo sappiamo bene.

L’Altra Europa? Costruiamola assieme.

Sarò sincero e spero che qui non si metta in dubbio la mia onestà intellettuale. Volevo che Tsipras mi convincesse di più. Volevo vedere in L’Altra Europa una prospettiva, un’alternativa, una visione che andasse oltre un paio di slogan molto facili, molto giusti e molto belli (perché di assoluto buon senso) ma affogati in una retorica da “noi vs loro” che non ha tanto di diverso da tutte le altre retoriche politiche contemporanee contro le quali spesso ci siamo scagliati. Io cerco un’alternativa, una prospettiva, una possibilità. Spesso si dice che si usa la parola «populismo» per descrivere qualcosa che non ci piace. No, non è vero. Non è sempre così, perché è una parola che esprime un «come» e non un «cosa». E il «come» è importante. Adesso la uso per descrivere una cosa che mi piace: le frasi e le intenzioni di Tsipras (più uguaglianza e giustizia sociale, più attenzione agli ultimi, andare contro la politica dell’austerity). Io sono d’accordissimo, e appunto ho sempre cercato un dialogo – che spesso c’è, è fruttuosissimo e bellissimo – con esponenti delle formazioni che fanno parte de L’Altra Europa. Ed è indubbio che tutti noi si voglia più giustizia sociale. Mi sembra il fondamento base di una grande Europa politica che non sia solo un’unione finanziaria, ma un’unione che ha dei diritti minimi di dignità e di libertà dell’individuo che dobbiamo giustamente pretendere. Perché sì, le politiche di austerità non stanno portando da nessuna parte, ma non possiamo risolvere la faccenda semplicemente urlando uno slogan ben piazzato. Non si fa così. Così si cade nel gioco e nella configurazione narrativa degli ‘altri’. Così si accetta modus da cui abbiamo sempre cercato di differenziarci (e passiamo oltre la strategia di impersonificazione della politica, che mi sembra rispetti le stesse logiche che si accusato ad altri partiti). Soprattutto perché una forza che ha l’ambizione di cambiare le cose e orientare l’intera politica europea deve sapere che, nonostante le percentuali la vedano – su scala continentale – ben piazzata, la cooperazione e la partecipazione ai processi condivisi è fondamentale. Altrimenti non si va da nessuna parte. So cosa vuol dire fare parte di un partito che vuole da anni correre da solo. Non si fa molta strada. E allora non capisco. Non capisco e non mi piace quando Marco Revelli, chiudendo l’intervento di Tsipras, legge i dati di un sondaggio indipendente (che sto cercando di recuperare) sui tassi di gradimento dei candidati alla presidenza della commissione europea durante il recente dibattito televisivo dando l’enfasi maggiore sul fallimento di Martin Schulz, dato al 5% contro il 50% di gradimento del leader greco. Non mi piace che la piazza abbia accolto la notizia con un boato festante (molto più grande di altri applausi alle altre frasi del leader greco). Non mi piace perché il PSE è indubbiamente una formazione di sinistra, che ha una prospettiva di sinistra e un programma europeo di sinistra. Non mi piace perché si tende a mischiare la politica nazionale – dove il PSE ha gli stessi problemi del PD – alla politica europea. Non mi piace perché sembra il classico adagio del marito che per far dispetto alla moglie. Non mi piace perché sembra che il vero problema sia distanziarsi da Renzi sulla base di una alterità (sacrosanta, la avverto pure io) e non sulla base di una politica che faccia capire che un’alternativa esiste, è qui, è possibile, ed è rappresentata da noi. Come se il problema fosse sempre e comunque dimostrarsi «più di sinistra degli altri» che non semplicemente “di sinistra” tutti assieme e quindi opposti alla destra. Essere progressisti, e non conservatori. Se facciamo così, compiano il nostro grande errore storico. Distruggerci. Quando sei in parlamento, con i tuoi rappresentanti eletti, con chi credi di poter dialogare? Perché cadiamo sempre nella trappola di considerare una sinistra di dialogo e di sintesi una grande truffa che diventa paradossalmente peggio della destra? Perché non si fanno davvero le differenze? Perché chi per vocazione deve andare contro la semplificazione e la retorica del «tutto uguale a tutto» commette gli stessi errori? Anche fosse una precisa strategia politica – e non dubito possa esserlo – mi sembra una strategia politica molto poco lungimirante. Ma questa è una mia opinione.

Ieri pomeriggio, purtroppo, davanti a Palazzo Nuovo, indipendentemente dalle cifre, ho visto molto entusiasmo, molta rivendicazione identitaria – e lo dico con assoluto rispetto, non sono uno di quelli che crede nella politica post-ideologica e post-identitaria – ma poca complessità, poco orizzonte e, banalmente, poca politica. Capisco che forse il contesto fosse un po’ particolare, e questo non cambia molto la mia opinione su Alexis Tsipras, che resta positiva (opinione che mi sono fatto studiando il fenomeno e leggendo articoli su giornali anche non apertamente schierati come il manifesto), così come non cambia la mia opinione su alcuni candidati che voterei anche, ma alla fine è tutto un grande «boh!» che lascia parecchio amaro in bocca. Io spero ci possa davvero essere occasione di lavorare assieme, perché in fondo sono molte di più le cose che ci uniscono che quelle che ci dividono.

Note da una campagna elettorale #1

Da quando mi sono iscritto al Partito Democratico non ho fatto altro che fare campagne elettorali. Una cosa che mi piace tantissimo. Ho la fortuna di collaborare con persone fantastiche, che vogliono davvero una politica diversa e un’idea di partito che guardi a una sinistra contemporanea (qualunque cosa voglia dire, ma ci torneremo prima o poi) e in grado di costruirsi attorno a una prospettiva di futuro che parte dai frammenti di realtà che vogliamo tenere e su cui vogliamo costruire. Ogni tanto, però, avverto la necessità di prendermi una pausa. Oggi posso, ad esempio. Ma non è sempre così. Siamo in quei momenti in cui le cose subiscono un’accelerata potentissima. Non si pensa a niente (forse perché si pensa a troppe cose e tutte nello stesso momento). Si è continuamente sotto stimolo. Come una scossa elettrica. E poi, quando tutto questo finisce, è come se si fermasse di colpo. Una frenata improvvisa. E quando la frenata finisce, tutte le particelle in movimento si posizionano a casaccio. Vanno dove non devono essere. Scombinano tutto. Che già non c’è un piano, poi se questo è totalmente rovesciato allora si va in tilt. Se hai visto un po’ di televisione, sai quanto i ritmi di una campagna elettorale possano essere massacranti. Anche se fino a quando non li vivi non te ne rendi conto fino in fondo. Nell’ultima stagione di The West Wing, ad esempio, Josh Lyman finisce letteralmente a pezzi al punto che Sam Seaborn accetta di tornare nello staff della Casa Bianca a patto che il suo migliore amico si prenda la tanto sospirata vacanza una volta finita tutta quella pazzia. E meno hai mezzi (= soldi), più la campagna elettorale è massacrante. Tre/quattro ore di sonno per notte quando va bene dopo una giornata in cui hai preso un posto e ci hai costruito attorno quattro o cinque iniziative. Tanti paesi. Anche i più sperduti. Ognuno con i suoi problemi, che sono problemi veri, di gente vera. Macchina. Treno. Sistemazioni d’emergenza per non gravare sulla nota spese (e ringrazia che hai amici che nonostante ti conoscano da dieci anni ti sopportano ancora al punto da piazzarti sul divano alle 23 con due ore di preavviso). Cibo quando capita e cosa capita (hai voglia a fare il gastrofighetto quando la prospettiva alimentare di un Icaro freddo – con sommo stupore dei commessi dell’Autogrill – appare di colpo molto allettante). E le persone che incroci ti guardano, analizzano in un decimo di secondo le tue occhiaie, e ti chiedono come sta andando e tu non puoi fare altro che dire la verità: «stiamo facendo una cosa bellissima». Perché è vero. Vediamo un sacco di posti. Conosciamo un sacco di situazioni. Parliamo con molte persone che nonostante tutto ancora ci vede come interlocutori affidabili perché banalmente siamo delle persone come loro, con i loro problemi e il loro fardello esistenziale da portarsi dietro (e sì, il Partito Democratico ha molti problemi, e non sono certo io a negarli). Impariamo. Camminiamo. Cresciamo. E alla fine capisci che ne vale la pena. Che sì, forse hanno ragione quelli che dicono che la politica si fa da un’altra parte – ad esempio nella segreteria del tuo circolo, dove vorresti tornare per discutere quel paio di documenti politici che hai scritto – ma alla fine dici che no. E’ giusto così. Stai facendo una cosa giusta. Perché stai facendo una cosa bella. Perché è in queste occasioni che si capisce dove hai sbagliato e come migliorare. Perché c’è qualcosa che va oltre la ricerca del consenso, la costruzione della risposta semplice ai problemi complessi, all’obiettivo di questa corsa (che è portare il mio candidato al Parlamento Europeo, nello specifico) e anche al sistema stesso che regge un meccanismo complicato come un partito politico. E’ il fatto che quando tutto sembra essere fermo e quando tutto attorno a te sembra chiudersi, coprendo la linea dell’orizzonte, allora questo mettersi in marcia ti fa capire che i nostri confini sono sempre troppo piccoli e troppo stretti, che dovresti veramente cercare di alzare lo sguardo e capire cosa ti stai perdendo, muoversi costantemente non per paura di sentirsi morti, ma perché è l’unico modo che hai per capire che ti stai stendendo vivo. La baita in montagna può aspettare. Prima bisogna rimettersi in marcia.