Note da una campagna elettorale #1

Da quando mi sono iscritto al Partito Democratico non ho fatto altro che fare campagne elettorali. Una cosa che mi piace tantissimo. Ho la fortuna di collaborare con persone fantastiche, che vogliono davvero una politica diversa e un’idea di partito che guardi a una sinistra contemporanea (qualunque cosa voglia dire, ma ci torneremo prima o poi) e in grado di costruirsi attorno a una prospettiva di futuro che parte dai frammenti di realtà che vogliamo tenere e su cui vogliamo costruire. Ogni tanto, però, avverto la necessità di prendermi una pausa. Oggi posso, ad esempio. Ma non è sempre così. Siamo in quei momenti in cui le cose subiscono un’accelerata potentissima. Non si pensa a niente (forse perché si pensa a troppe cose e tutte nello stesso momento). Si è continuamente sotto stimolo. Come una scossa elettrica. E poi, quando tutto questo finisce, è come se si fermasse di colpo. Una frenata improvvisa. E quando la frenata finisce, tutte le particelle in movimento si posizionano a casaccio. Vanno dove non devono essere. Scombinano tutto. Che già non c’è un piano, poi se questo è totalmente rovesciato allora si va in tilt. Se hai visto un po’ di televisione, sai quanto i ritmi di una campagna elettorale possano essere massacranti. Anche se fino a quando non li vivi non te ne rendi conto fino in fondo. Nell’ultima stagione di The West Wing, ad esempio, Josh Lyman finisce letteralmente a pezzi al punto che Sam Seaborn accetta di tornare nello staff della Casa Bianca a patto che il suo migliore amico si prenda la tanto sospirata vacanza una volta finita tutta quella pazzia. E meno hai mezzi (= soldi), più la campagna elettorale è massacrante. Tre/quattro ore di sonno per notte quando va bene dopo una giornata in cui hai preso un posto e ci hai costruito attorno quattro o cinque iniziative. Tanti paesi. Anche i più sperduti. Ognuno con i suoi problemi, che sono problemi veri, di gente vera. Macchina. Treno. Sistemazioni d’emergenza per non gravare sulla nota spese (e ringrazia che hai amici che nonostante ti conoscano da dieci anni ti sopportano ancora al punto da piazzarti sul divano alle 23 con due ore di preavviso). Cibo quando capita e cosa capita (hai voglia a fare il gastrofighetto quando la prospettiva alimentare di un Icaro freddo – con sommo stupore dei commessi dell’Autogrill – appare di colpo molto allettante). E le persone che incroci ti guardano, analizzano in un decimo di secondo le tue occhiaie, e ti chiedono come sta andando e tu non puoi fare altro che dire la verità: «stiamo facendo una cosa bellissima». Perché è vero. Vediamo un sacco di posti. Conosciamo un sacco di situazioni. Parliamo con molte persone che nonostante tutto ancora ci vede come interlocutori affidabili perché banalmente siamo delle persone come loro, con i loro problemi e il loro fardello esistenziale da portarsi dietro (e sì, il Partito Democratico ha molti problemi, e non sono certo io a negarli). Impariamo. Camminiamo. Cresciamo. E alla fine capisci che ne vale la pena. Che sì, forse hanno ragione quelli che dicono che la politica si fa da un’altra parte – ad esempio nella segreteria del tuo circolo, dove vorresti tornare per discutere quel paio di documenti politici che hai scritto – ma alla fine dici che no. E’ giusto così. Stai facendo una cosa giusta. Perché stai facendo una cosa bella. Perché è in queste occasioni che si capisce dove hai sbagliato e come migliorare. Perché c’è qualcosa che va oltre la ricerca del consenso, la costruzione della risposta semplice ai problemi complessi, all’obiettivo di questa corsa (che è portare il mio candidato al Parlamento Europeo, nello specifico) e anche al sistema stesso che regge un meccanismo complicato come un partito politico. E’ il fatto che quando tutto sembra essere fermo e quando tutto attorno a te sembra chiudersi, coprendo la linea dell’orizzonte, allora questo mettersi in marcia ti fa capire che i nostri confini sono sempre troppo piccoli e troppo stretti, che dovresti veramente cercare di alzare lo sguardo e capire cosa ti stai perdendo, muoversi costantemente non per paura di sentirsi morti, ma perché è l’unico modo che hai per capire che ti stai stendendo vivo. La baita in montagna può aspettare. Prima bisogna rimettersi in marcia.

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