L’Altra Europa? Costruiamola assieme.

Sarò sincero e spero che qui non si metta in dubbio la mia onestà intellettuale. Volevo che Tsipras mi convincesse di più. Volevo vedere in L’Altra Europa una prospettiva, un’alternativa, una visione che andasse oltre un paio di slogan molto facili, molto giusti e molto belli (perché di assoluto buon senso) ma affogati in una retorica da “noi vs loro” che non ha tanto di diverso da tutte le altre retoriche politiche contemporanee contro le quali spesso ci siamo scagliati. Io cerco un’alternativa, una prospettiva, una possibilità. Spesso si dice che si usa la parola «populismo» per descrivere qualcosa che non ci piace. No, non è vero. Non è sempre così, perché è una parola che esprime un «come» e non un «cosa». E il «come» è importante. Adesso la uso per descrivere una cosa che mi piace: le frasi e le intenzioni di Tsipras (più uguaglianza e giustizia sociale, più attenzione agli ultimi, andare contro la politica dell’austerity). Io sono d’accordissimo, e appunto ho sempre cercato un dialogo – che spesso c’è, è fruttuosissimo e bellissimo – con esponenti delle formazioni che fanno parte de L’Altra Europa. Ed è indubbio che tutti noi si voglia più giustizia sociale. Mi sembra il fondamento base di una grande Europa politica che non sia solo un’unione finanziaria, ma un’unione che ha dei diritti minimi di dignità e di libertà dell’individuo che dobbiamo giustamente pretendere. Perché sì, le politiche di austerità non stanno portando da nessuna parte, ma non possiamo risolvere la faccenda semplicemente urlando uno slogan ben piazzato. Non si fa così. Così si cade nel gioco e nella configurazione narrativa degli ‘altri’. Così si accetta modus da cui abbiamo sempre cercato di differenziarci (e passiamo oltre la strategia di impersonificazione della politica, che mi sembra rispetti le stesse logiche che si accusato ad altri partiti). Soprattutto perché una forza che ha l’ambizione di cambiare le cose e orientare l’intera politica europea deve sapere che, nonostante le percentuali la vedano – su scala continentale – ben piazzata, la cooperazione e la partecipazione ai processi condivisi è fondamentale. Altrimenti non si va da nessuna parte. So cosa vuol dire fare parte di un partito che vuole da anni correre da solo. Non si fa molta strada. E allora non capisco. Non capisco e non mi piace quando Marco Revelli, chiudendo l’intervento di Tsipras, legge i dati di un sondaggio indipendente (che sto cercando di recuperare) sui tassi di gradimento dei candidati alla presidenza della commissione europea durante il recente dibattito televisivo dando l’enfasi maggiore sul fallimento di Martin Schulz, dato al 5% contro il 50% di gradimento del leader greco. Non mi piace che la piazza abbia accolto la notizia con un boato festante (molto più grande di altri applausi alle altre frasi del leader greco). Non mi piace perché il PSE è indubbiamente una formazione di sinistra, che ha una prospettiva di sinistra e un programma europeo di sinistra. Non mi piace perché si tende a mischiare la politica nazionale – dove il PSE ha gli stessi problemi del PD – alla politica europea. Non mi piace perché sembra il classico adagio del marito che per far dispetto alla moglie. Non mi piace perché sembra che il vero problema sia distanziarsi da Renzi sulla base di una alterità (sacrosanta, la avverto pure io) e non sulla base di una politica che faccia capire che un’alternativa esiste, è qui, è possibile, ed è rappresentata da noi. Come se il problema fosse sempre e comunque dimostrarsi «più di sinistra degli altri» che non semplicemente “di sinistra” tutti assieme e quindi opposti alla destra. Essere progressisti, e non conservatori. Se facciamo così, compiano il nostro grande errore storico. Distruggerci. Quando sei in parlamento, con i tuoi rappresentanti eletti, con chi credi di poter dialogare? Perché cadiamo sempre nella trappola di considerare una sinistra di dialogo e di sintesi una grande truffa che diventa paradossalmente peggio della destra? Perché non si fanno davvero le differenze? Perché chi per vocazione deve andare contro la semplificazione e la retorica del «tutto uguale a tutto» commette gli stessi errori? Anche fosse una precisa strategia politica – e non dubito possa esserlo – mi sembra una strategia politica molto poco lungimirante. Ma questa è una mia opinione.

Ieri pomeriggio, purtroppo, davanti a Palazzo Nuovo, indipendentemente dalle cifre, ho visto molto entusiasmo, molta rivendicazione identitaria – e lo dico con assoluto rispetto, non sono uno di quelli che crede nella politica post-ideologica e post-identitaria – ma poca complessità, poco orizzonte e, banalmente, poca politica. Capisco che forse il contesto fosse un po’ particolare, e questo non cambia molto la mia opinione su Alexis Tsipras, che resta positiva (opinione che mi sono fatto studiando il fenomeno e leggendo articoli su giornali anche non apertamente schierati come il manifesto), così come non cambia la mia opinione su alcuni candidati che voterei anche, ma alla fine è tutto un grande «boh!» che lascia parecchio amaro in bocca. Io spero ci possa davvero essere occasione di lavorare assieme, perché in fondo sono molte di più le cose che ci uniscono che quelle che ci dividono.

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2 pensieri su “L’Altra Europa? Costruiamola assieme.

  1. alberto barbero ha detto:

    Santià, mi rivolgo a te confidenzialmente perchè ho la sensazione (la speranza) che facciamo la stessa strada, magari su diversi marciapiedi. Ti seguo da tempo e non scriverei qui se non avessi considerazione di ciò che pensi.
    Lasciami dire che non ci siamo. Non mi sembra affatto che l’Altraeuropa voglia cambiare le cose con uno slogan ben piazzato. Quello lo fa Grillo, lo ha sempre fatto Berlusconi e ora lo sta facendo Renzi molto più di Tsipras.
    La cooperazione e la partecipazione a processi condivisi è fondamentale: sfondi una porta aperta. Ma bisogna vedere CON CHI i processi sono condivisi. Bisogna entrare nel merito e guardare al concreto. Quando si fanno, con la destra, delle leggi che fanno l’interesse della destra, senza mai interpellare la base (di qualunque partito), senza nemmeno prendere in considerazione la possibilità di trovare maggioranze alternative, allora è difficile parlare di processi condivisi.
    Non è che si voglia essere più di sinistra degli altri. Si vuole essere di sinistra, opposti alla destra. Ancora sono con te. Ma il PD, in questo bel discorso, dov’è? Non raccontiamoci favole, Santià, da parecchi decenni non ne ho più l’età. So dove vai a parare. Ci sono tanti giovani validi nel PD, da Bonaccorsi a Civati, da Sinigaglia a Schlein, da Viotti a Spata. E anche “vecchi” come Tocci e Mineo, per non parlare di Barca (tutti più giovani di me). Ma il partito è altrove. E’ in mano ai democristiani.
    I posti importanti li ha riservati a insipidi ubbidienti come Moretti, Bonafè, Serracchiani.
    Ma io sono lo stesso convinto che bisogna confrontarsi, lavorare insieme per il futuro. Ed è per questo che voglio che il GUE sia forte, che sto con uno come Rodotà che, con buona pace della ministra Boschi, continuo a ritenere una mente lucida e indispensabile all’Italia come all’Europa. Perché un GUE forte forse convincerà il PSE a guardare dalla parte giusta.
    Finalmente.

    1. Caro Alberto, ti ringrazio per la stima e per il commento. La strada la facciamo dalla stessa parte. E secondo me il marciapiede è lo stesso. Solo c’è tanta gente e spesso non ci capiamo. O meglio, il posto in cui sto io non fa niente per capirsi, per capirci e per fare qualcosa che si avvicini a quello che vogliamo noi. Hai ragione su tutto e non sto a specificare perché ho l’impressione che parliamo la stessa lingua. Ovviamente ho massimo rispetto per Alexis Tsipras e anche io voglio che il GUE sia forte nel prossimo Parlamento Europeo. Così come voglio, però, che sia forte il PSE, perché la considero una famiglia di ‘sinistra di governo’ con cui la sinistra di Tsipras possa parlare. Quando ho letto il programma di Martin Shultz ho visto tutto quello che vorrei fosse il PD: un partito che si occupa degli ultimi, che si preoccupa di creare un welfare universale a difesa di condizioni di dignità minime. Uno stato che si preoccupa di creare uguaglianza e parità, non diseguaglianza e competizione non necessaria. I problemi del PD sono sotto gli occhi di tutti e non sto cerco a negarlo. Ho solo paura che L’Altra Europa, in Italia, viva la sindrome dell’esclusivismo e della mancanza di dialogo che a più riprese ci ha fatto male (e lo dico consapevole del posto in cui sto, una dicotomia che non mi fa stare molto bene quando parlo di politica). Insomma, io vorrei che evitassimo – noi che ci inseriamo nella piattaforma comune dei progressisti – gli errori del passato e lavorassimo per costruire qualcosa. Non lesinando le critiche ma evitando gli arroccamenti: se il PSE è forte conviene anche al GUE. Se il GUE è forte conviene anche e soprattutto al PSE. E a cascata sui partiti nazionali. Forse non con Renzi. Forse con una nuova prospettiva. Ma per me non è ancora completamente inutile provarci da qui.
      Io credo che si possa lavorare per guardare tutti dalla parte giusta. Perché è la nostra.

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