«E ci volevi fare un governo assieme?»

Lo schema, di solito, è questo. Un esponente del MoVimento 5 Stelle attacca, in televisione, Pippo Civati. Nella conseguente querelle sui social network – twitter, soprattutto – in cui i sostenitori di Grillo si scannano con i sostenitori di Civati, emergono quelli che tirano fuori il solito argomento: «Bravo Civati: e tu ci volevi insegnare che dovevamo farci un governo, assieme a questi». Di solito sono esponenti del Partito Democratico a vari livelli. Spesso sono pure persone di cui ho personale stima e con cui dialogo molto bene su una grande quantità di questioni e con cui condivido molto tranne i vari percorsi congressuali. Ma su questo tema proprio non ci sentono. Un po’ di chiarezza è doverosa.

Nel Febbraio 2013 il M5S è un partito neo-entrato in parlamento. I suoi esponenti sono tutti giovani, tutti membri di quella società civile a cui il PD ha smesso da tempo di guardare. Non sappiamo cosa aspettarci perché conosciamo Grillo, ma non conosciamo quelli che ha mandato in parlamento. Magari, su certi punti programmatici, dato il momento di crisi, si può trovare una convergenza, fare qualche riforma strategica (ad esempio la legge elettorale) e tornare a votare. Del resto, a fare il governo di larghe intese con il centro-destra sapevamo a cosa andavamo incontro (sia sui punti e sul programma, sia sulla sconfitta del progetto Italia Bene Comune che avrebbe portato l’esplosione dell’elettorato di sinistra). A Febbraio 2013 nessuno conosceva Alessandro Di Battista, nessuno conosceva Luigi De Maio, nessuno conosceva Riccardo Fraccaro, nessuno conosceva tutti i parlamentari espulsi per mancata obbedienza ai dettami del capo con buona pace di tutti i proclami al rispetto della costituzione. Insomma, quando Civati proponeva un dialogo con il M5S, lo proponeva sulla base di una ricerca di uno schema diverso – e magari fruttuoso – con persone la cui piattaforma comune poteva suggerire un’intesa programmatica per il bene del paese. Un nuovo presidente della repubblica, una nuova legge elettorale. Voto. E la cosa poteva anche funzionare. Del resto, gli otto punti programmatici di Bersani potevano rappresentare un’ottima base di partenza per un dialogo futuro. Del resto, l’elezione alla presidenza del Senato e della Camera di Piero Grasso e Laura Boldrini rappresentavano una buona idea per costruire un terreno comune. Del resto. Siamo in uno stato d’emergenza. Lo siamo ancora.

Quello che è cambiato molto è l’atteggiamento dei grillini. Constatata la paura di poter essere più deboli e di poter, addirittura, dialogare con i parlamentari, si sono arroccati. E attaccano il PD tutto secondo forme e metodi diversi. Proprio per confermare il proprio elettorato. Proprio per non perdere il consenso. E’ un gioco molto vecchio. Vecchio come il mondo. E come la politica. Il M5S attacca Renzi perché lo vede come l’altro da sé, il nemico da sconfiggere annientandolo. Il M5S attacca Civati perché lo vede come un pericolo in grado di disgregare il proprio elettorato e far recuperare al Partito Democratico quella vocazione ‘a sinistra’ e ‘progressista’ che rappresenterebbe in poche parole una grande perdita di voti. Insomma, nello schema del M5S, attaccare Civati con più violenza («La mafia è Civati che è costretto a restare in un partito in cui ha pagato 35mila euro per stare in Parlamento») serve a tenere assieme le truppe.

Quello che vorrei spiegare ai miei compagni del Partito Democratico (sì, ci chiamiamo ancora così, compagni, perché guardiamo dalla stessa parte e vogliamo la stessa cosa) è che nel Febbraio 2013 lo schema poteva essere un esperimento interessante. Adesso, a Maggio 2014, no. E lo stesso Civati non ha più cercato un dialogo con il M5S che andasse oltre le regole della buona educazione – e qui Fraccaro che si pulisce la giacca – o che fosse strategico all’ipotesi di una sponda ‘a sinistra’ per un governo Renzi forte e allo stesso tempo debolissimo (vedi i giorni in cui si paventava la creazione di un nuovo gruppo parlamentare al Senato con gli espulsi grillini). La prospettiva futura è quella di un M5S probabile seconda forza del paese con esponenti «più realisti del re». Questa prima legislatura grillina è stata un esperimento: le voci critiche e le dissidenze sono state epurate, e i prossimi eletti saranno inevitabilmente più fedeli, più obbedienti, più pronti al sacrificio frontale contro il pericolo dialettico.

Nel Febbraio 2013 non sapevamo a cosa andavamo incontro. Era una prospettiva che poteva valere il tentativo. Avevamo eletto due alte cariche dello stato anche grazie ai loro voti. Ed era meglio lavorare su quegli otto punti che non fare un governo con Alfano, Sacconi, Giovanardi, Mauro e Lupi. Nel Maggio 2014, invece, lo sappiamo bene.

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3 pensieri su “«E ci volevi fare un governo assieme?»

  1. L’M5S non è saltato fuori alle scorse politiche e anche prima avevano sbattuto fuori ad esempio la Salsi e Favia. Avevamo già visto Pizzarotti e avevamo già visto il modo in cui puntavano all’elettorato di centrodestra (e questo non solo Grillo).

    Dire che per il fatto che non conoscevamo Di Battista e De Maio era giustificato cercare una “larga intesa” è abbastanza assurdo. O sono l’unico con gli occhi aperti?

    1. Certo, ma il tentativo valeva la pena. Le elezioni di Grasso e Boldrini e un’ipotetica convergenza su Rodotà (o Prodi) avrebbero aperto uno scenario interessante, uno schema nuovo che in un governo di scopo che facesse due-cose-due strategiche per pochi mesi poteva anche funzionare. Ora no.

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