La politica nella sua trasformazione: “House of Cards” di Michael Dobbs

Ho finito il romanzo di House of Cards. Un romanzo che Michael Dobbs, ex capo dello staff di Margaret Thatcher e ex capogruppo dei conservatori inglesi, ha scritto in un momento di rabbia e sconforto nei confronti della sua ex datrice di lavoro. Girala come vuoi, ma la politica resta una straordinaria forma di racconto. Dobbs non sembra un grandissimo scrittore (prosa un po’ piatta, invero), ma è riuscito a costruire un intreccio formidabile che spiega perfettamente – per certi versi ancora meglio della serie televisiva che ha riportato in auge quello che in Gran Bretagna è stato un vero e proprio best seller – alcune dinamiche della politica e del governo in un momento particolare di passaggio fondamentale da molti punti di vista. Siamo alla fine degli anni Ottanta (il romanzo è uscito proprio nel 1989), quindi vanno considerati tutti gli elementi di quel momento di passaggio. Compreso il problema della tecnologia e del rapporto della politica con la comunicazione di massa. Infatti è molto interessante il racconto che Dobbs fa sulla relazione tra i politici e i giornalisti, le dinamiche che muovono il lavoro dei cronisti di casa a Westminster e il ruolo della stampa nella costruzione del consenso. Il romanzo è fondamentalmente un saggio di comunicazione politica in forma narrativa. I politici ordiscono le loro oscure trame in un consesso chiuso e ermetico come quello parlamentare, ma quando parlano si rivolgono sempre al pubblico da casa. I corpi intermedi sono passati di mano, e il ruolo centrale lo gioca non il partito – che è definito più volte come qualcosa di molto vicino a un vecchio e grande animale morente – ma le macchine propagandistiche del partito: gli uffici stampa, le agenzie di comunicazione. Certe cose che solo adesso stiamo dando per scontato (facendo finta di aver capito sempre quello che stava succedendo attorno a noi), ma che arrivano alla fine di un lungo processo che resta molto interessante vedere nel suo svolgimento. E poi ti getta dentro i gangli della politica inglese, già per questo motivo di forte interesse visto che di solito si è sospesi tra i fatti di casa nostra e le narrazioni sulla politica americana. Tutto odora di Gran Bretagna, nel libro di Dobbs. Il conflitto tra tradizione e innovazione. L’understate e la ritualità. La schizofrenia di un impero morente che non riesce a capire da che parte andare. E via andare. Vedilo come un romanzo dalla prosa mediocre ma dal racconto fenomenale. Vedilo come una non-fiction sulla politica e sui ‘modi’ per costruirla fuori dalla politica stessa.
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