Gli omosessuali visti da destra

L’immagine che Fratelli d’Italia ha rubato a Oliviero Toscani per raffigurare la loro «visione» degli omosessuali non ha niente di straordinario (a parte il ‘furto’ per una causa cui il fotografo non aderisce minimamente): è la solita visione che le organizzazioni conservatrici e reazionarie hanno dei ‘diversi’. Mostrando così tutto quello che non è come loro, anche a livello di immaginario, suggeriscono un senso di paura e perturbante all’unità e alla tenuta dei tanto amati «valori tradizionali». Vista da destra, la società è una cloaca dove ogni stilla di diversità é pericolosa all’ordine costituito e alla sicurezza. La domanda che viene, guardando questi pericolosissimo omosessuali tatuati, é: «e loro cosa vogliono da me? Mi lascino in pace!». Niente di straordinario, in effetti. Uno stratagemma retorico proprio di questa parte politica (che in questo momento è in crisi di voti e di visibilità). La visione del diverso come nemico dell’ordine sottintende una società chiusa, intransigente, pericolosamente impaurita di tutto, rancorosa e ignorante. Aprirsi al mondo e alla contemporaneità potrebbe essere un grandissimo gesto rivoluzionario. Anche perché la società è spesso più avanti della politica.

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Il populismo è di destra

L’adozione e la diffusione degli strumenti di democrazia diretta, ad esempio, rappresenta un altro tentativo di aggirare i partiti. Non è certo una sfida nuova, questa. Tutt’altro. È comunque molto radicale perché va al cuore della legittimità stessa dei partiti come vettori di collegamento tra cittadini e istituzioni. Il populismo giacobino nasce proprio dall’appellarsi direttamente al popolo contro i «corpi intermedi» che distorcono e pervertono ai loro fini la volontà popolare. Oggi, tuttavia, la diffusione degli strumenti della democrazia diretta come i referendum appare del tutto insufficiente a determinare una emarginazione del partito in quanto tale. In fondo coloro i quali invocano l’uso continuo di questo strumento non sono gruppi di cittadini o associazioni della società civile, bensì formazioni politiche dell’estrema destra populista per delegittimare i partiti tradizionali, contrapponendo loro il volere «autentico» del popolo. Non per nulla vengono etichettate, a buon diritto, come populiste.

(Piero Ignazi, Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti, Laterza 2012, pp. 102-3)

The meaning of cool

Sono anni che mi capita di riflettere sul concetto di cool, sia per ragioni – diciamo – lavorative (sto scrivendo una tesi di dottorato sul cinema indie americano, che con il cool ha parecchio a che fare), sia per ragioni di interesse più generale. E oltre a leggere libri che spiegano molto bene cosa si intende e oltre a lavorare su cosa significa avere questa attitudine ai giorni nostri, ci sono altri elementi che possono spiegare bene il fenomeno. Ad esempio questo dialogo, tratto dal finale dell’episodio Homerpalooza, 24esimo episodio della settimana stagione de I Simpson. Oltre a essere uno dei migliori episodi di uno dei migliori prodotti culturali di tutti i tempi, ha questo scambio fulminante che spiega tutto per quanto riguarda il cool.

Homer: So, I realized that being with my family is more important than being cool.
Bart: Dad, what you just said was powerfully uncool.
Homer: You know what the song says: “It’s hip to be square.”
Lisa: That song is so lame.
Homer: So lame that it’s…cool?
Bart & Lisa: No.
Marge: Am I cool, kids?
Bart & Lisa: No.
Marge: Good. I’m glad. And that’s what makes me cool, not caring, right?
Bart & Lisa: No.
Marge: Well, how the hell do you be cool? I feel like we’ve tried everything here.
Homer: Wait, Marge. Maybe if you’re truly cool, you don’t need to be told you’re cool.
Bart: Well, sure you do.
Lisa: How else would you know?

Il valore di una vita, a Ferguson

C’è una cosa che mi lascia sconvolto – più di tutto il resto, intendo – rispetto a quello che sta succedendo a Ferguson (St. Louis, Missouri). Ed è il fatto che la polizia, non paga di aver assediato il quartiere – dando quindi l’idea di una sorta di controllo razziale – con un’attrezzatura che, per citare il New York Times, è più adatta a difendere una zona di Guerra di Baghdad che non un sobborgo americano (armi d’assalto e veicoli corazzati inclusi: la militarizzazione della polizia come grande eredità dell’era Bush), e non soddisfatta di ricevere l’aiuto della Guardia Nazionale – che è una ‘forza di occupazione’ (cit. Pagina 99) che porterà soldati a ogni angolo della strada che per la storia americana vuol dire principalmente Kent State University 1970 – ha ritenuto necessario divulgare alcune informazioni sul fatto che Michael Brown fosse colpevole di aver rubato una scatola di sigari. Già. Una scatola di sigari. A parte che ci sono fonti certe che ci informano che la colluttazione tra Brown e l’agente non ha niente a che fare con questo furto (sempre New York Times), e a parte il fatto che questo furto non dovrebbe portare in nessun caso all’avere una pistola puntata addosso, volete sapere quanto era il valore commerciale di questa scatola? Volete sapere quanto la polizia – a posteriori – ha ritenuto necessario ‘mercificare’ la vita di Michael Brown? 49 dollari.
 

Diritto al futuro

Abbiamo il diritto di non aderire agli arroganti discorsi dei politici, più impegnati a punire i furti di qualche rivoltoso che non a riformare il loro sistema scolastico e sociale. Abbiamo il diritto – e alcuni direbbero persino il dovere – di rifiutare la nostra fiducia a quelli che ci chiedono di fare sacrifici in un mondo di disparità che essi stessi si accaniscono a proteggere, a riprodurre e ad amplificare. Abbiamo il diritto, insomma, di rimanere liberi di osservare, di giudicare e di non fidarci delle parole di cui ci impongono l’uso.

(Marc Augé, Futuro, Bollati Boringhieri 2012, p. 120)

Angelino Alfano, niente di nuovo. Ma il coraggio del PD?

Quando ieri il ministro degli interni Angelino Alfano si è riferito ai venditori abusivi sulle spiagge italiane come i «vu cumprà» ci ha fatto un grande servizio. Come nel caso della polemica sull’Articolo 18, come nei casi recentemente citati da Alessandro Gilioli sul suo blog, dove addirittura lo ringrazia. E ha ragione a farlo. Perché così facendo Alfano ci ricorda chi è. Di che partito fa parte. A che orizzonte politico fa riferimento. E come mai abbiamo ragione – noi dissidenti del Partito Democratico – a considerare questa alleanza di governo una zavorra impossibile da digerire. Alfano ci ha ricordato che il Nuovo Centro Destra, sotto il cappello consolatorio della «responsabilità» è in realtà una formazione politica reazionaria e conservatrice, spaventata dall’altro, affezionata allo schema vigente, nemica dello stato sociale, dell’idea di una società aperta e libera. Ed è anche un soggetto politico in crisi, che ha preso pochissimi voti e che è quindi alla ricerca di una sua identità, di accreditarsi presso un certo elettorato e di dimostrarsi come portatore di una cultura politica che adesso sta vivendo un vuoto di potere (nonostante tutti i Patti del Nazareno di questo mondo). Ma soprattutto, è la dimostrazione di quello che la destra è in Italia e conferma le assai lungimiranti parole di Norberto Bobbio che, nel suo citatissimo Destra e Sinistra (Donzelli, 1994) identifica della diade tra «uguaglianza» vs «disuglianza» il vero discrimine tra una persona di destra e una di sinistra. La lotta ai «vu cumprà» è solo l’ultimo segno, in ordine di tempo, che siamo davanti a una forza politica profondamente iniqua, profondamente razzista, profondamente dalla parte del più forte e interessata a non vedere il quadro generale per prendersela con i deboli, le ultime ruote del carro, i diseredati. Se c’è dell’imbarazzo nel presidente del consiglio ad avere un ministro dell’interno espressione di questa ideologia, beh, forse farebbe meglio a manifestarlo. Soprattutto quando si parla un giorno sì e l’altro pure di «coraggio» come parola d’ordine della new wave politica.

Terza repubblica

Come abbiamo osservato in precedenza, anche nei suoi periodi più bui, la Dc – da sempre riconosciuta come un partito di correnti – non era arrivata a contarne più di una dozzina. E si tratta comunque di raggruppamenti con una precisa identità ideologica e, in molti casi, un pedigree culturale di tutto rispetto. Basta rileggere oggi il testo cult di Gianni Baget Bozzo sulla Dc delle origini per verificare l’abisso che separa le visioni del mondo a fondamento delle antiche correnti con le visioni – al più – del proprio ombelico su cui si basano quelle attuali. Lo stesso Pci aveva conosciuto forme di articolazione interna: ma tali forme avevano riguardato veri e propri cleavages nella storia del movimento operaio, che facevano capo a personalità – come Giorgio Amendola e Pietro Ingrao – che hanno fatto la storia della nostra Repubblica. In questa luce, la definizione stessa di corrente appare inappropriata per le aggregazioni attuali che hanno, come tratto distintivo e portante, non un orizzonte culturale ma una logica micropersonale.