[cinema berlusconiano] Anni 90 (E. Oldoini, 1992)

Comincia qui una serie di spunti di riflessione sul cinema italiano tra gli anni Ottanta e Novanta che ha formato, radicato e perpetrato l’immaginario culturale del berlusconismo. Non ci saranno scadenze, non ci saranno scalette. Saranno spunti di riflessione che verranno poi ampliati, forse, o forse no. In ogni caso questo è il primo. Altri arriveranno.

Anni_90_-_titoli

Ieri sera, io e Fabio Malagnino ci stavamo dedicando nella seconda attività preferita degli italiani in vacanza che restano in città ad Agosto: lo zapping su Sky (la prima è commentare il calciomercato). Ad un certo punto, ci siamo imbattuti in Anni 90 (e lì siamo rimasti), film a episodi del 1992 di Enrico Oldoini. Uno che, leggo da wikipedia, ha cominciato a lavorare con – tra gli altri – Marco Ferreri e poi si è riciclato come regista (o sarebbe meglio dire ‘esecutore’) di molto cinema di quegli anni che di fatto ha contribuito a formare un immaginario berlusconiano: Yuppies II, due Vacanze di Natale, i due Anni 90 (appunto) fino ad arrivare a I mostri oggi e Don Matteo. Come dire, niente succede per caso. In ogni caso, da tempo rifletto sulla necessita di analizzare quel cinema di quegli anni proprio per capire – in maniera scentifica, scevra di facili ironie e tendenze rivalutative – come si sia lavorato su un mix di linguaggi (cinema, televisione, pubblicità) capaci di spingere quella che molti chiamano «la mutazione antropologica». In effetti sarebbe curioso ragionare su quel momento di passaggio dove il cinema italiano passa dal raccontare il tempo a raccontare la rappresentazione di un mondo che vorrebbe (e qui riprendo la tesi di Christian Caliandro in Italia Revolution. Rinascere con la Cultura, Bompiani 2013).

Anni 90 è un film interessantissimo (sia chiaro, per interessante non intendo dare al film nessuna valenza estetica). Sia per la struttura (purissima televisione mutata al cinema: gli episodi sono una costante del cinema italiano, vero, ma è anche vero che qui sono inframezzati dalla pubblicità ad hoc), sia per il tono con cui viene raccontata la società italiana che si sta trasformando sulla scia di una Milano da bere che, curiosamente, proprio quell’anno verrà rovesciata da Tangentopoli. E’ una società sboccata, volgarissima, che vive una tensione fortissima tra la rispettabilità e la liberazione dei costumi. Ma non è una liberazione emancipata: sembra piuttosto una liberazione forzata, costretta, nervosa. E soprattutto mostrata. Il sesso si vede, la droga si vede, lo stacco netto tra una società doverosa (banalmente, la Prima Repubblica) a una libidinosa (altrettanto banalmente, la Seconda Repubblica) è operato attraverso una pornografia irridente e che vede nella totale assenza di morale una chiave interpretativa. Il sesso – trait d’union di tutti gli episodi: il film è un continuo di battute, rimandi, allusioni, anche giocate sul confine tra maschilismo sfrontato e omosessualità repressa – è mostrato senza pudore in un modo che adesso appare fin troppo manifesto. Ci pensavamo mentre lo guardavamo, io e Fabio: adesso una cosa del genere non potresti più mostrarla. Corpi nudi (quasi) integralmente. Travestiti e trans. Scambi di coppia. Il sesso come forma di potere e di affermazione sociale ma in un modo farsesco, caricaturale, automatico, come se fosse insito nell’essere italiano che si sta formando la coazione a ripetere del sesso come routine annessa alla nuova configurazione sociale. Poi, violenza sui minori (l’episodio caricatura sul Telefono Azzurro); la paura urbana che tanto andrebbe fatta vedere a chi adesso parla di ‘movida’ con l’ansia censorea di chi vuole solo chiudere tutto (l’episodio sulla metropolitana di notte); la solitudine che viene esorcizzata attraverso i mezzi di comunicazione di massa (l’episodio in cui De Sica e Nadia Rinaldi amoreggiano al telefono per poi insultarsi quando si incontrano dal vivo). E poi la politica. C’è tantissima politica, in Anni 90. Rimandi fondamentali all’emergente fenomeno della Lega Nord (due volte almeno personaggi ammettono di essere leghisti) e ironia verso il tanto vituperato vecchio (il celebre episodio di finta pubblicità con gli zombie comunisti che escono dalle tombe con lo sloga “A volte ritornano”) all’urlo della contrapposizione dello stantio con il vitalismo esasperato ed esasperante di quelli che poi saranno gli anni della Seconda Repubblica, il famoso ventennio berlusconiano da cui non possiamo prescindere. E lo dico io che sono nato nel 1986, all’uscita del film avevo 6 anni, e vedevo in tv in prima serata senza rendermi conto a livello razionale di cosa stava succedendo. E che da quando ho coscienza ho sempre visto Berlusconi dominare la vita pubblica.

Davvero, probabilmente un film del genere oggi non verrebbe nemmeno ipotizzato. Nei toni. Nella messa in scena. Nei modi del racconto. Nella sfacciataggine con cui viene tracciata la linea di un’Italia tra realizzazione e rappresentazione. Con un linguaggio violento che vuole, probabilmente, essere usato come un grimaldello per forzare i passaggi tra epoche e traghettare verso l’eden fatto di luci al neon, successo scintillante, abiti tagliati male (tra l’altro, moltissimi doppipetto: le giacche che poi entreranno nell’immaginario come le giacche del capo) ma da osteggiare, gusto dell’eccesso, del carnevale, della trasgressione dozzinale (De Sica e Boldi en travesti alla festa di Andrea Roncato, uno che di vitalismo perisce, finendo a fare la pubblicità per ‘aiuti prestazionali’); soldi usati per comprare felicità e soddisfazione. Tutto questo per dire che ci sono tante cose che abbiamo ereditato dagli anni che abbiamo appena vissuto, e che non dobbiamo ignorare. Non dobbiamo cadere nella dittatura del presente e evitare di vedere le ‘fonti’ come una fitta rete di relazioni culturali che ci descrivono un mondo. E, soprattutto, non facciamo l’errore di considerarci immuni. Perché queste cose hanno creato quella che Massimiliano Panarari ha giustamente definito una pericolosa (questa lo dico io) «egemonia sottoculturale» che, se da un lato ha perso il prefisso ‘sotto’, per diventare ‘culturale’, dall’altro è diventata decisamente egemonica.

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