Il governo dell’opinione

[…] è facile smontare l’obiezione che la democrazia è impossibile perché il popolo «non sa». Questa è, sì, una obiezione contro la democrazia diretta, contro un demos che si governa da sé e da solo. Ma la democrazia rappresentativa non si caratterizza come un governo del sapere ma, appunto, come un governo dell’opinione, fondato su un pubblico sentire de re pubblica. Il che equivale a dire che alla democrazia rappresentativa basta, per esistere e funzionare, che il pubblico abbia opinione sue; niente di più ma anche – attenzione – niente di meno.

(Giovanni Sartori, Homo Videns, 1999, p.44)

Regalare dischi quando non sei più fico. Perché la gente si è lamentata degli U2?

u2 Quando gli U2 hanno regalato* il loro disco ai 500 milioni di utenti iTunes in occasione del lancio del nuovo iPhone 6, non stavano facendo solo un’operazione straordinaria di marketing – come sottolineato da quasi tutti – ma stavano dando per scontato che il mercato discografico è ormai riconfigurato e sbilanciato. Infine, pure il mainstream ci è arrivato. I ‘soldi’ stanno da un’altra parte: nei concerti, principalmente, mutuando quindi il concetto da tempo centrale della musica indie per cui i dischi sono fondamentalmente utili per andare in concerto. Tutto giusto. Ma c’è stato un evento inaspettato: non tutti hanno apprezzato il regalo. Sia la band irlandese che la Apple, infatti, hanno dovuto correre ai riparti trovando un modo per permettere la rimozione dell’ultimo disco della band di Bono e soci, Songs of Innocence, a chi non voleva avere niente a che fare con questa operazione. Cosa è successo? Molti, sui social e sui giornali, si sono chiesti come mai la gente non apprezzasse quello che a conti fatti è un regalo. Ma la questione è un’altra: non è tanto non apprezzare un regalo, quando voler essere liberi di scegliere cosa consumare e quando. Che è un po’ il senso della fruizione culturale su internet, nella sua dimensione di gigantesco archivio – che ha le sue regole, la sua netiquette, i suoi codici non scritti – a disposizione degli utenti. Un aggiustamento in corso d’opera che ha delle conseguenze interessanti. Soprattutto quelle a lungo termine. Leggendo Chris Anderson (fondatore di Wired autore del fondamentale saggio La coda lunga, Codice) si mutua la convinzione che siano due i fattori centrali del consumo culturale su internet: la «filosofia del dono» e «il capitale reputazionale». Questi due elementi rimandano a un ampio e articolato dibattito nelle scienze sociali e umane. Il primo, si lega al concetto di dono come collante sociale nelle tribù analizzato dall’antropologo Marcel Mauss (Saggio sul dono, Einaudi) che andrebbe a intregrare l’economia di mercato tradizionale. Il secondo, fa riferimento alle teorie del sociologo Pierre Bourdieu, che riflette su come il capitale reputazionale sia fondamentale nella definizione delle identità e nella formazione della comunità sociale (il testo di riferimento, qui, è La distinzione, Il Mulino). Detta in una frase, gli U2 e la Apple hanno forzato il limite del “dono” andando a intaccare proprio il «capitale reputazionale», che in un mercato riconfigurato come quello di Internet resta il bene più prezioso. Il capitale reputazione è quello che ti permette di acquisire attorno a determinate comunità di consumo un certo profilo e una certa credibilità. Qualcosa di molto simile alla logica dell’influencer, quindi. Un fattore impalpabile che ha a che fare con ragioni pragmatiche e di percezione. Fondamentalmente: mi riconosco in una comunità che rispetta determinate logiche e determinate regole e queste regole e queste logiche devono essere rispettate da tutti. Essere parte di una comunità online, se ci pensate, non ha poi molto di diverso, se non la mancanza di prossimità fisica. In un recente articolo pubblico su Il Post, si parla proprio della comunità dei clienti Apple: una comunità spesso presa in giro per il suo altissimo livello di fanatismo e di ‘culto’ attorno alla figura messianica di Steve Jobs. Nell’articolo, si citano elementi come la ‘condivisione’, il ‘brand’, il ‘riconoscimento’ e – soprattutto – la ‘distinzione’ come elementi fondamentali per riconoscersi. Ci sono dei codici e dei riti ma, principalmente, c’è il concetto di esclusività. Siano i clienti Apple, gli appassionati di musica alternativa o i code-monkeys, si tratta di comunità che puntano molto sull’esclusività, che fanno dell’esoterismo del loro culto un valore assoluto, che non va intaccato e anzi va tenuto – al netto delle insite contraddizioni di Internet – il più puro possibile. In sintesi, nonostante i dati di vendita, diffusione e conoscenza del brand ci dicono che la Apple ormai è in tutto e per tutto il leader di almeno due settori fondamentali (computer e telefonia), la sua ‘immagine’ suggerisce un comportamento diverso: un’azienda smart, in linea con i gusti highbrow dei giovani creativi metropolitani e dai gusti ricercati e che mai e poi mai avrebbe scaricato – legalmente o meno – un album degli U2. Insomma, oltre all’antipatia di un’imposizione dall’alto da parte di una compagnia che ha sempre puntato tutto sull’immagine di una mentalità aperta (al netto dei sistemi operativi chiusi), gli utenti Apple non hanno accettato il regalo degli U2 perché gli U2 non sono cool, non sono in linea con l’immagine dell’azienda, non si legano bene all’idea di un iPhone 6. Non sono trendy, non sono alla moda, sono anzi un gruppo ‘daddy-rock’ entrato ormai da qualche anno nella fase calante della propria carriera e sono guidati da un cantante, Bono, che ha anche lui fondato tutto sulla costruzione dell’immagine messianica di se stesso. E si sa che le culture occidentali sono principalmente monoteiste. Insomma, la logica del dono funziona se rispetta le caratteristiche del capitale reputazionale. Altrimenti la questione del gratis è irrisoria davanti al fatto di avere dello spazio del proprio iTunes dedicato a musica non cool. Poi come mossa di marketing è stata molto azzeccata, indubbiamente. I media hanno parlato degli U2 come forse non capitava dai tempi della campagna di Bono sull’azzeramento del debito pubblico dei paesi del terzo mondo. Sicuramente il fatto che Songs of Innocence sia stato il disco più distribuito della storia senza una sola copia fisica ancora in circolazione entrerà negli annali. E di certo i dati che vedono la band come una delle prime – assieme a Rolling Stones e Bruce Springsteen – per incassi dei tour non potranno che incrementarsi (e su questo discorso potremo tornarci in un secondo momento). Resta però il fatto che a livello di comunità e di costruzione dell’identità attorno a un marchio, questo passo falso diventa abbastanza significativo.

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* mi fanno notare che tecnicamente il disco non è stato regalato dagli U2, ma dalle Apple, che ha comprato i diritti per regalare il disco alla ‘modica’ cifra di 100 milioni di dollari. Scrive il New York Times: «To release U2’s album free, Apple paid the band and Universal an unspecified fee as a blanket royalty and committed to a marketing campaign for the band worth up to $100 million, according to several people briefed on the deal. That marketing will include a global television campaign, the first piece of which was a commercial that was shown during the event.»

La comunicazione politica ai tempi di internet: note da un dibattito

Ieri ho moderato un dibattito alla Festa Democratica (sì, si chiama ancora così) sul linguaggio e la comunicazione politica ai tempi di internet. Il titolo era emblematico: La volta buona, gufi e professoroni: come cambia il linguaggio politico ai tempi di internet e vedeva impegnati nel confronto due responsabili della comunicazione di due diverse formazioni politiche (Francesco Nicodemo del PD e Claudia Vago de L’Altra Europa con Tsipras), un analista politico (Lorenzo Pregliasco, co-fondatore di YouTrend) e un politico esperto di nuovi media e innovazione (Fabio Malagnino, già @invisigot, già in segreteria regionale del PD).

Dal mio punto di vista, i dibattiti veramente interessanti sono quelli che non danno nessuna risposta ‘netta’, ma aprono tantissime porte laterali, offrono spunti di riflessione e – per così dire – contribuiscono a dettare l’agenda dei lavori futuri su un tema particolare. Questo perché un confronto non deve essere una passerella, ma un’occasione di crescita e messa in discussione di varie idee. E la questione della politica e internet resta centrale. Sia per le statistiche e i meri dati della partecipazione online (siamo uno dei paesi con la minore partecipazione ai social media in termini numerici, su questo consiglio di leggere Critica della democrazia digitale di Fabio Chiusi, per Codice), sia per come l’ecologia dei media si riconfigura continuamente e costantemente. Lorenzo Pregliasco, ad esempio, ha parlato dell’effetto specchio per cui twitter funziona perché dal confronto tra politici e giornalisti (un confronto diretto, senza filtri, dove @politico parla a @giornalista e viceversa) nasce la notizia che poi diventa mainstream su stampa e televisione (che influenza ancora per il 90% l’opinione pubblica ai tempi del voto). Francesco Nicodemo, invece, si è concentrato molto sull’idea che l’ultima campagna elettorale del Partito Democratico non sia stata niente di innovativo, ma semplicemente il ritorno a pratiche tradizionali – il porta a porta – spostato anche su altri luoghi che prima, a sinistra, si guardavano con qualche sospetto (internet, appunto). Claudia Vago, invece, ha posto l’attenzione sulla difficoltà di rendere i social media un luogo di confronto vero: la disintermediazione – ovvero il venir meno dei filtri e dei luoghi di confronto intermedi – porta in sé il contro-senso tra ‘partecipazione’ (il punto forte dei social media) e l’effetto megafono, ovvero che queste ‘parole’ siano semplicemente il messaggio ‘uno a molti’ su altre piattaforme (il suo caso è particolarmente interessante perché la Lista Tsipras ha avuto pochissima copertura mediatica tradizionale e ha dovuto svilupparsi principalmente su internet). Parole che sono state al centro dell’intervento di Fabio Malagnino che, da entusiasta della tecnologia e dei social, soffre molto la polarizzazione del confronto: le parole esacerbano il conflitto tra un ‘noi’ e un ‘loro’. Ed è ormai un paradosso assodato quello che vede il luogo che più di tutti dovrebbe favorire interazione, crescita e confronto costruttivo sia in realtà uno sfogatoio di bassi istinti, dove le parole travalicano la questione del merito con la questione personale. Recuperare un galateo del linguaggio, dice Fabio. Per andare dove? Per costruire cosa?

Molto banalmente, mi viene da dire, per costruire ‘educazione civica’ 2.0. Un concetto che tra l’altro si integra in uno spunto molto interessante che raccolgo dalla lettura di Vista da qui, l’ultimo lavoro di Massimo Mantellini edito da minimum fax, dove si suggerisce la creazione di lezioni di ‘educazione digitale’ per rendere internet un qualcosa di familiare anche nell’uso. Siamo un paese con un tasso di analfabetismo di ritorno alle stelle, dove si legge pochissimo e dove si fa pochissimo esercizio di pensiero critico. Ecco perché la comunicazione politica online spesso si riduce alla polarizzazione e quasi mai al dialogo costruttivo tra idee differenti. Un altro tema fondamentale emerso dal dibattito è quello della comunità, una parola che mi sta molto a cuore. I social media hanno una possibilità straordinaria, quella di mettere in relazione le persone (e dovremmo smetterla di dare per scontato che le relazioni in quel posto siano superficiali per contratto, e di Serie B): e da queste relazioni che deve nascere quel senso di comunità, di condivisione e di intesa capace di tradursi anche in comunità reale. A partire dai temi, da parole che non sono più parole vuote, ma caricate di significati nuovi. Anche perché dobbiamo uscire dal controsenso per cui internet è enorme, ma è fondamentalmente un cortiletto.

E dobbiamo uscire dall’autoreferenzialità di un sistema costruito per parlarsi addosso (la questione dell’algoritmo che ti fa parlare con chi già la pensa come te). Ed è solo dall’integrazione delle esperienze che questo, secondo me, può avvenire. Dal rapporto costruttivo tra tradizione e innovazione, sì. Dalla ricchezza che il dibattito e le infinite zone di grigio danno alla discussione (ritorniamo all’utopia della condivisione della conoscenza). Dalla riflessione sulle forme di partecipazione in cui molti parlano a molti ma senza attaccare cercando sempre un nemico, per costruire una comunità e non un branco. Per questo dico che dal dibattito di ieri, anche molto partecipato da parte del pubblico, per essere alle 18 di un Sabato di sole, non sono arrivate tante risposte, ma si sono poste le fondamenta per prendere molte strade che chissà dove ci porteranno. Che sia davvero la volta buona per farci maturare come comunicatori, come fruitori, come ‘prosumer’ e come elettori? E’ possibile.

Sempre contro il #toomainstream

Dopo aver letto della presenza di Toti alla Festa dell’Unità di Bologna, mi sono chiesto su twitter quanti esponenti di SEL siano stati invitati. Di fatto siamo più portati a guardare verso sinistra che non verso destra, vero? Mi risponde Enrico Sola, dicendomi che il nostro conoscere esponenti di SEL capaci di uscire dalla lunga ombra di Nichi Vendola è dovuto al nostro amore per le nicchie e per l’underground. Questo mi ha dato da pensare. Da anni scrivo di musica e cultura indie su diversi siti e diversi giornali, così come Enrico per anni ha fatto il dj in emittenti locali, ha un blog molto seguito e moltissimi follower su twitter. Di fatto abbiamo persone che ci leggono e l’amore per la musica alternativa è stato da sempre un forte argomento di connessione tra persone per creare comunità, discussione e coinvolgimento. E mi sono chiesto anche se il senso del mio andare contro il #toomainstream non stesse in questo. Voglio dire, il senso della critica musicale è quello di far conoscere musica sconosciuta ai più al maggior numero di persone possibile. Io sono contento se riesco a divulgare musica che qualcuno non conosce per avere più gente che ascolta bella musica. Spero sia chiaro, ma non voglio che chi ne ha possibilità (e anche tempo) rinunci al ruolo di divulgatore di “cose” alternative. Perché se crediamo non sia alternativa allora siamo fregati. E se accettiamo sempre lo stato delle cose, allora non andiamo da nessuna parte. E non si tratta solo di ascoltare i National o Sharon Van Etten al posto di altre cose, o di andare a vedere i film di Wes Anderson, eh. Come ho risposto a Enrico: una volta volevamo essere divulgatori dell’underground, per renderlo un po’ meno sotterraneo. Io ci tengo ancora.