La comunicazione politica ai tempi di internet: note da un dibattito

Ieri ho moderato un dibattito alla Festa Democratica (sì, si chiama ancora così) sul linguaggio e la comunicazione politica ai tempi di internet. Il titolo era emblematico: La volta buona, gufi e professoroni: come cambia il linguaggio politico ai tempi di internet e vedeva impegnati nel confronto due responsabili della comunicazione di due diverse formazioni politiche (Francesco Nicodemo del PD e Claudia Vago de L’Altra Europa con Tsipras), un analista politico (Lorenzo Pregliasco, co-fondatore di YouTrend) e un politico esperto di nuovi media e innovazione (Fabio Malagnino, già @invisigot, già in segreteria regionale del PD).

Dal mio punto di vista, i dibattiti veramente interessanti sono quelli che non danno nessuna risposta ‘netta’, ma aprono tantissime porte laterali, offrono spunti di riflessione e – per così dire – contribuiscono a dettare l’agenda dei lavori futuri su un tema particolare. Questo perché un confronto non deve essere una passerella, ma un’occasione di crescita e messa in discussione di varie idee. E la questione della politica e internet resta centrale. Sia per le statistiche e i meri dati della partecipazione online (siamo uno dei paesi con la minore partecipazione ai social media in termini numerici, su questo consiglio di leggere Critica della democrazia digitale di Fabio Chiusi, per Codice), sia per come l’ecologia dei media si riconfigura continuamente e costantemente. Lorenzo Pregliasco, ad esempio, ha parlato dell’effetto specchio per cui twitter funziona perché dal confronto tra politici e giornalisti (un confronto diretto, senza filtri, dove @politico parla a @giornalista e viceversa) nasce la notizia che poi diventa mainstream su stampa e televisione (che influenza ancora per il 90% l’opinione pubblica ai tempi del voto). Francesco Nicodemo, invece, si è concentrato molto sull’idea che l’ultima campagna elettorale del Partito Democratico non sia stata niente di innovativo, ma semplicemente il ritorno a pratiche tradizionali – il porta a porta – spostato anche su altri luoghi che prima, a sinistra, si guardavano con qualche sospetto (internet, appunto). Claudia Vago, invece, ha posto l’attenzione sulla difficoltà di rendere i social media un luogo di confronto vero: la disintermediazione – ovvero il venir meno dei filtri e dei luoghi di confronto intermedi – porta in sé il contro-senso tra ‘partecipazione’ (il punto forte dei social media) e l’effetto megafono, ovvero che queste ‘parole’ siano semplicemente il messaggio ‘uno a molti’ su altre piattaforme (il suo caso è particolarmente interessante perché la Lista Tsipras ha avuto pochissima copertura mediatica tradizionale e ha dovuto svilupparsi principalmente su internet). Parole che sono state al centro dell’intervento di Fabio Malagnino che, da entusiasta della tecnologia e dei social, soffre molto la polarizzazione del confronto: le parole esacerbano il conflitto tra un ‘noi’ e un ‘loro’. Ed è ormai un paradosso assodato quello che vede il luogo che più di tutti dovrebbe favorire interazione, crescita e confronto costruttivo sia in realtà uno sfogatoio di bassi istinti, dove le parole travalicano la questione del merito con la questione personale. Recuperare un galateo del linguaggio, dice Fabio. Per andare dove? Per costruire cosa?

Molto banalmente, mi viene da dire, per costruire ‘educazione civica’ 2.0. Un concetto che tra l’altro si integra in uno spunto molto interessante che raccolgo dalla lettura di Vista da qui, l’ultimo lavoro di Massimo Mantellini edito da minimum fax, dove si suggerisce la creazione di lezioni di ‘educazione digitale’ per rendere internet un qualcosa di familiare anche nell’uso. Siamo un paese con un tasso di analfabetismo di ritorno alle stelle, dove si legge pochissimo e dove si fa pochissimo esercizio di pensiero critico. Ecco perché la comunicazione politica online spesso si riduce alla polarizzazione e quasi mai al dialogo costruttivo tra idee differenti. Un altro tema fondamentale emerso dal dibattito è quello della comunità, una parola che mi sta molto a cuore. I social media hanno una possibilità straordinaria, quella di mettere in relazione le persone (e dovremmo smetterla di dare per scontato che le relazioni in quel posto siano superficiali per contratto, e di Serie B): e da queste relazioni che deve nascere quel senso di comunità, di condivisione e di intesa capace di tradursi anche in comunità reale. A partire dai temi, da parole che non sono più parole vuote, ma caricate di significati nuovi. Anche perché dobbiamo uscire dal controsenso per cui internet è enorme, ma è fondamentalmente un cortiletto.

E dobbiamo uscire dall’autoreferenzialità di un sistema costruito per parlarsi addosso (la questione dell’algoritmo che ti fa parlare con chi già la pensa come te). Ed è solo dall’integrazione delle esperienze che questo, secondo me, può avvenire. Dal rapporto costruttivo tra tradizione e innovazione, sì. Dalla ricchezza che il dibattito e le infinite zone di grigio danno alla discussione (ritorniamo all’utopia della condivisione della conoscenza). Dalla riflessione sulle forme di partecipazione in cui molti parlano a molti ma senza attaccare cercando sempre un nemico, per costruire una comunità e non un branco. Per questo dico che dal dibattito di ieri, anche molto partecipato da parte del pubblico, per essere alle 18 di un Sabato di sole, non sono arrivate tante risposte, ma si sono poste le fondamenta per prendere molte strade che chissà dove ci porteranno. Che sia davvero la volta buona per farci maturare come comunicatori, come fruitori, come ‘prosumer’ e come elettori? E’ possibile.

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