Little Society

Nella puntata di ieri di Gazebo, Zoro si è recato a Terni per raccontare una giornata di sciopero collettivo di tutta la città a sostegno della crisi dell’acciaieria locale. Uno degli stabilimenti più grandi d’Europa. Un polo di eccellenza della cosiddetta industria pesante che rappresenta non solo una fabbrica, ma la città tutta. Il ritornello, infatti, è «se si ferma l’acciaieria, si ferma tutta la città». Non voglio, però, qui, concentrarmi su questo e vi rimando ad altri articoli sulla questione. Oppure vi rimando direttamente al servizio di ieri, che tra l’altro rappresenta uno dei migliori reportage sociali che la Rai ha trasmesso negli ultimi anni. Volevo invece partire dalle reazioni della piazza alla presenza dei leader sindacali. Sul palco, infatti, passano in rassegna le rappresentanze. E vengono tutte fischiate. Tutte. Da Luigi Angeletti della UIL (che da sempre ha una posizione più morbida e dialogica con tutti i tipi di governo) a, ed è sorprendente, Susanna Camusso, che da tempo si è accreditata la lotta ‘senza quartiere’ alle politiche del governo Renzi sul lavoro (a parte l’opposizione interna al Partito Democratico, infatti, la leader della CGIL è – assieme a Landini della FIOM – la voce critica più ascoltata). Non mi interessa qui entrare nelle proposte dei sindacati, ma ragionare sulle reazioni di una piazza che rifiuta la sua stessa idea di rappresentanza. E, soprattutto, rifiuta la rappresentanza ‘istituzionale’. Come spiegato da Marco Damilano, infatti, il problema non è in sindacato in sé, ma la nomenklatura sindacale. Insomma, la riproposizione di un conflitto tra ‘la gente e la piazza’ contro ‘i palazzi’, accusati di essere scollati dal paese reale. Cambia il campo di gioco, ma non le dinamiche. Il motivo per cui la comunicazione politica di Grillo prima e di Renzi poi funziona così bene sta proprio nella radicalizzazione di questo conflitto. Il corpo intermedio viene visto come un intralcio e si cerca il contatto diretto con ‘gli umori del popolo’. In termini tecnici – e sloganistici – si parla di disintermediazione. Stefano G. Azzarà, nel suo recente Democrazia Cercasi, parla di ‘bonapartismo’. La crisi della rappresentanza, però, si esprime soprattutto ai vertici. Quello che viene attaccato non è l’organo in sé, ma il vertice dell’organo. Non è il corpo intermedio in crisi, ma la sua struttura. Forse non possiamo più considerare queste organizzazioni (lo spunto parte dal sindacato ma arriva fino al partito politico) come un monolite. Dico forse perché di parole sulle ‘crisi strutturali’ delle organizzazioni ne sono state scritte tante, e ognuno ha la sua ricetta.

La risposta alla ‘sordità dei palazzi’ potrebbe risiedere nel recupero dell’idea di ‘comunità’. Stiamo andando verso una società rappresentata solo ad alti livelli (vedi la riforma delle province, cosa facciamo cone le circoscrizioni?, che legge elettorale avremo?) e addirittura la democrazia parlamentare sembra essere vista come un intralcio. È un paese che, politicamente, va a diverse velocità. Da un lato, un esecutivo che spinge sull’acceleratore e detta l’agenda attorno a una continua schizofrenia propositiva. Dall’altro, un ‘paese reale’ che si sente immobile, impotente, e incapace di reagire. Manca la connessione sinottica tra il vertice e la base. Manca la partecipazione e si firmano deleghe in bianco. Nessuno, insomma, si sente padrone del proprio destino. Non ci si fida dei politici, degli amministratori, dei sindacalisti. Non ci si fida perché espressioni di un potere che sembra sordo e che ha un’idea di paese in testa non sintonizzata perfettamente con il paese stesso. Come se ci fosse un’idea di cambiamento a cui tutti devono adattarsi. Non un cambiamento che parte dalle esigenze e dalle necessità di quello che succede (e qui si aprirebbe tutto un discorso – assai interessante – sulla mancanza di profondità nell’eleborazione politica contemporanea).

La ‘comunità’, però, resiste (… anche se fa di tutto per non sentirsi molto bene). Si odia il politico nazionale ma si parla con il politico locale. Si fischia la leader nazionale del sindacato ma si dialoga con il rappresentate sindacale dell’azienda. Si cercano le associazioni, si creano comitati, si attuano strategie di ‘resistenza urbana’ (come i GAS). Il sociologo Ulrich Beck , in un’intervista a Repubblica del 2013, ha spiegato bene come questa possa essere una risposta anche per recuperare la metafora della sinistra. «Più che a livello nazionale o globale si possono trovare modelli vincenti a livello di comunità». Beck parla delle città globalizzate, certo, e della visione multietnica, cosmopolita che si crea in determinati quartieri che diventano ‘mondi’ dinamici. Veri e propri ecosistemi complessi. La comunità oggi, quindi, ha il compito di avere una visione cosmopolitica. Anche per riprendersi il suo posto nel mondo. Per rivoltare il meccanismo tronco della partecipazione (si veda la recente discussione sul crollo delle tessere del PD), per ricreare opinione, flusso, idee. Per essere motore di cambiamento possibile.

Una società che si fa comunità per ovviare alle mancanze della politica. Ma non è quello che David Cameron ha cercato di fare con la Big Society? Leggo da wikipedia (che rimanda a questo blog accademico): «The Big Society is a political ideology developed in the early 21st century. The idea proposes ‘integrating the free market with a theory of social solidarity based on hierarchy and voluntarism’. Conceptually it ‘draws on a mix of conservative communitarianism and libertarian paternalism.» Sulla faccenda esiste una bibliografia, e il concetto è estremamente controverso. E ricordo che ai tempi il dibattito italiano si schierò tutto contro questa idea. Forse perché si tratta di una proposta che viene ‘dall’alto’, non come una risposta spontanea dal basso. In effetti, lo spazio della ‘spontaneità’ viene meno se in qualche modo viene guidato dall’alto. Perché è una contraddizione in termini. Ed è il motivo per cui gli sviluppi spontanei dei quartieri funzionano meglio delle pianificazioni legislative (e torniamo sui quartieri-mondo delle metropoli) (avevo proposto qualche spunto qui). Forse questa spinta partecipativa deve partire dal piccolo, dal micro, per diventare qualcosa di più. Forse bisogna cercare di creare, nella comunità, una Little Society.

Facciamo in modo che le rappresentanze sindacali nelle loro ‘unità minime’ siano il motore di un cambiamento che parte da esigenze particolari per arrivare al globale. Facciamo in modo che i comitati di quartiere diventino comitati di opinione costruttivi, dialogici. Facciamo in modo che le esigenze del territorio costruiscano alternative di sviluppo sostenibile (a partire dalle esigenze concrete, dai parcheggi agli asili). Facciamo in modo che i circoli territoriali del Partito Democratico (eccolo qui!) diventino ‘contenitori’ proattivi, capaci anche di dimenticarsi delle politiche nazionali costruendo una visione del ‘piccolo mondo’ che, messa in relazione con altri ‘piccoli mondi’ crei l’alternativa (per questo prima dicevo cosmopolitica). Un Partito ‘vettoriale’, quindi, che crei relazione. Che faccia ‘rete’, concetto usato spesso a sproposito ma che, se usato bene, rappresenta davvero una possibilità. Ritorniamo a sentirci ‘umani’ attraverso la costruzione di una comunità che prenda il buono e dialoghi con il brutto. Il ‘cammino della comunità’ viene sempre visto come un movimento complesso che deve tendere alla risoluzione dei problemi. Ritorniamo alle nostre ‘unità di riferimento minime’, appunto. Partendo davvero dal basso. Perché se rinunciamo a costruire alternative, allora possiamo benissimo rinunciare alla partecipazione e all’impegno. Invece sarebbe il caso di ripensare all’impianto di base. Anche sulla nostra idea di ‘comunità’. Perché non dobbiamo nemmeno correre il rischio di vederla come mondo limitato ai piccoli interessi di prossimità. Le ‘unità minime’ non devono chiudersi, ma ampliare l’orizzonte. Pensare nel locale per agire sul globale, come recitava uno slogan molto bello che avremmo dovuto usare di più per impostare l’azione ideologica del nuovo millennio (che si apriva con grandi battaglie di civiltà e di politica collettiva andate perse: sto parlando di ambiente, di inclusione, di superamento delle disuguaglianze). Sarebbe il caso di ‘andare oltre’. E fare in modo che questi piccoli sassi generino una ‘grande trasformazione’. Pensiamoci. Ci diciamo spesso che abbiamo praterie a disposizione. Sarebbe il caso di saperle sfruttare.

Annunci

Un pensiero su “Little Society

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...