La piazza, la Leopolda e la «dissociazione» del Partito Democratico

In questi giorni il Partito Democratico si è, tanto per cambiare, polarizzato. Da un lato la piazza, dall’altro la Leopolda. E ovviamente ci sono stati tutti gli ingredienti del caso. Di questo copione esasperato ed esasperante. Gli insulti. Gli slogan. Le frasi facili. La rivendicazione di ‘giustezza’. Le cadute di stile. Le belle proposte. In un clima che continua a seguire i crismi del tifo da stadio decidere da che parte stare è sempre strano. Non voglio, qui, entrare nelle merito delle rivendicazioni della piazza e nelle barricate ‘positiviste’ della Leopolda («Lì c’è la nostalgia, qui il futuro»). Voglio fare un ragionamento di un altro tipo, perdonatemi l’approccio teorico e la lunghezza.

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Cristopher Cepernich ha scritto, sul suo profilo Facebook, che trova molto strano da spiegare un partito che protesta in piazza contro le decisioni del suo stesso governo. Gli ho risposto che dal mio punto di vista è in atto una vera e propria «dissociazione» del partito da se stesso. Perché se da un lato abbiamo una parte di partito in piazza contro il suo governo, dall’altro abbiamo un governo che si chiude in uno spazio ‘trendy’ e non sembra ascoltare le ragioni del disagio nel suo stesso partito. In linea teorica, sono d’accordo con gli argomenti di Christopher quando dice: «A me la Leopolda non sembra dissociazione, sembra complementarietà. La mobilitazione degli elettori non passa più dai partiti tradizionali, bisogna farsene una ragione. Né è sufficiente internet per mobilitare volontari. Quel tipo di ‘oggetto misterioso’ – non chiamarla Leopolda, se vuoi – è in realtà una modalità innovativa e inclusiva di attivare reti e attirare risorse. Che il partito non attiverebbe né attirerebbe. Il modello Obama è anche questo». Non, però, nella sua realizzazione pratica. Perché se da un lato è vero che l’oggetto Leopolda (e parlo del modello attuale, non dell’evento del 2010 che si chiamava Prossima Fermata Italia) è una sorta di ‘movimento di opinione’ ad uso di una persona, dall’altro si fonda non sul messaggio virtuoso di una proposta politica, ma più su una retorica muscolare camuffata da gentili parole. In sintesi: se non capisci è colpa tua perché noi siamo dalla parte della ragione (perché abbiamo preso il 40.8% dei voti). Laddove il modello ambisce all’innesco di un circolo virtuoso, qui c’è una pratica che porta alla polarizzazione e al ‘noi’ vs ‘loro’ che è soprattutto interno, e fa clan nella squadra, e non squadra. Come dite? Una corrente? Ma allora siete Novecenteschi!

Scherzi a parte, il disagio di molti che non si riconoscono nella piazza – non nelle rivendicazioni, proprio nella ‘retorica della piazza’ – e non si riconoscono nemmeno nel «trendy super-PAC» del presidente del consiglio/segretario del PD è dovuto proprio a questa ‘muscolarità’, che impedisce ogni forma di dialogo e ogni forma di mediazione. L’esercizio di sintesi dovrebbe essere il centro di un percorso politico contemporaneo e volto al futuro proprio perché si dovrebbe concepire il partito come un insieme di interessi eterogenei dove da un lato ci sono le rivendicazioni di chi rischia di restare indietro e dall’altro di chi, per dirla in altri termini, ha sempre detenuto il capitale. Forse è vero che siamo nella lotta di classe dopo la lotta di classe, ma dobbiamo ragionare anche su questa cosa. Superare la polarizzazione, superare la dicotomia percettiva che ha sintetizzato perfettamente Jacopo Tondelli a caldo e sempre su Facebook: «L’idea che si debba simbolicamente scegliere tra il Novecento fuori tempo massimo della Camusso e la modernità off-shore di Davide Serra è davvero scoraggiante, eppure è il frutto naturale di questi decenni. Dove, da un lato, non si è capito – per ottusità o difesa di una rendita di posizione – che un mondo e un modello di sviluppo erano finiti mentre, dall’altro, invece di elaborare una nuova pratica progressista, ci si appiattiva su una modernità qualunquista e permissiva rinunciando a combattere con rigore in difesa dei produttori.»

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Non ho soluzioni. So solo che in questa posizione mediana mi ci trovo pure io e non per mancanza di coraggio nel prendere una posizione. L’empatia, di fatto, è un procedimento simbolico. E nella manifestazione di piazza di ieri salverei un momento simbolico. Quello dove gli iscritti dello SPI-CGIL si pongono ai lati del corteo con la pettorina ‘Largo ai giovani’: facciamo strada, tocca a voi. Secondo me un momento bellissimo, che poco ha a che fare con ‘Novecento fuori tempo massimo’ o la ‘modernità off-shore’. Ma a che fare con il tentativo, anche un po’ naif, di tracciare una linea di orizzonte verso cui camminare. Ecco, io partirei da lì. Non dagli slogan. Non dalle frasi urlante. Non dalle prove di forza. E partirei da quanto di buono c’è stato non perché si deve negare il conflitto (il conflitto c’è, ed è fortissimo… tra generazioni, nelle generazioni, tra chi ‘ha’ e chi ‘non ha’, tra chi ottiene poco e chi rinuncerebbe a qualsiasi diritto per ottenere metà di quel poco…), non perché la lotta di classe si sia esaurita con l’evaporazione della modernità industriale – se non è lotta di classe quella della partita IVA e dei precari della cultura e dei lavoratori creativi, non so quale possa esserlo, ad esempio – ma perché lo scontro deve far nascere qualcosa. Altrimenti è solo una distruzione fine a sé stessa e ho paura si sta cercando una strada del genere.

Uno dei libri che più sono stati letti e citati in questi mesi è il recente vincitore del Premio Strega Il desiderio di essere come tutti, di Francesco Piccolo. Letto, citato, ma assolutamente non capito. Perché molti citano quelle pagine per ‘giustificare’, in qualche modo, il fatto che la politica della sinistra debba snaturarsi (e non rigenerarsi) perché per funzionare deve lasciare il modello perdente. Per me, invece, si tratta di una autocritica, anche piuttosto feroce e disincantata, di Francesco Piccolo alla sua stessa generazione. Una generazione che aveva l’occasione di ‘cambiare il mondo’ e non l’ha fatto. Di immaginarsi un futuro e non l’ha fatto. Di far diventare questo paese il posto in cui vogliamo vivere, e non l’ha fatto. Una vera ‘generazione perduta’ che ha rinunciato ai propri sogni e ha termonuclearizzato tutto quello che aveva attorno. Ecco cos’è per me ‘il desiderio di essere come tutti’. Il compito di un partito progressista invece, anche nella sua forma rinnovata che stiamo ancora cercando di capire quale deve essere (su cui avremo occasione di ritornare), è di non rinunciare al futuro, non ridurlo a slogan come sta succedendo. È quello di cambiare le cose in meglio, non di cambiarle per il gusto del movimento perpetuo. È di offrire un’alternativa – anche di sviluppo, anche di produzione, anche di occupazione – a un modello che sta mostrando la corda (si parla di Green Economy e poi si forgia lo Sblocca Italia: ma di cosa stiamo parlando?), non di appiattirsi al mainstream – e questa volta lo dico senza ironie. Viviamo un epoca di passioni moderate comunicate da un linguaggio forte. Facciamo prove di forza continuamente senza avere la solidità per sostenerla, quella forza. E io ho paura che il filo della tensione possa spezzarsi. Perché il modello della polarizzazione garantisce i titoli dei giornali e citazioni su twitter, ma non risolve i problemi. Non vinciamo se non vinciamo tutti assieme, banalmente. E se lasciamo qualcuno indietro, allora anche noi saremo una generazione perduta che sull’altare della prova di forza avrà sacrificato i propri sogni.

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