Facebook, non è stato un anno straordinario. E quindi?

La tanto sospirata ecologia dei social network passa anche dal non dire sempre tutto quello che ci passa per la testa. Ad esempio, la recente applicazione sulle foto dell’anno. L’anno straordinario secondo Facebook. Molti l’hanno usata, molti hanno cambiato la frase di commento, molti non l’hanno usata o pubblicata (io, ad esempio ho guardato cosa metteva FB per riassumere il mio anno in foto ma ho deciso di non pubblicarla) e molti hanno passato il tempo a criticare la funzione, facendoci sapere che «non è stato un anno straordinario». Come se fosse colpa di Facebook.

Capiamoci, la cosa assurda non è lamentarsi di un’applicazione inutile che appare su un sito sostanzialmente inutile ma ormai fondamentale per tutta una serie di ragioni che sapete meglio di me. La cosa assurda è pubblicare un lamento assolutamente pretestuoso su un’applicazione che, come tutto quello che succede sull’Internet, e soprattutto su Facebook, è FACOLTATIVA.

Decidiamo – senza leggere i termini e le condizioni – di usare Facebook per raccontare una versione di noi, non importa quanto fittizia o reale. Quelli che usano le parole giuste direbbero «storytelling del sé», oppure «museo del sé», che è una frase che mi piace molto proprio per la grafica e la funzione del sito. Siamo noi gli autori del nostro racconto, e Facebook ci restituisce quello che abbiamo scritto/pubblicato/scattato in un anno. Se usiamo il social come momento di «pausa» dalla nostra ‘vita vera’, solo per le cose che ci piacciono o condividendo frammenti di trascurabile felicità, allora ci viene restituito questo, non importa se abbiamo perso un lavoro o una persona cara. Facebook non lo sa. Non può saperlo se non glielo diciamo noi.

Non è colpa di FB se non abbiamo avuto un’annata straordinaria (che poi dipende tutto dagli standard che ci siamo dati: una cosa molto interessante del progetto #100HappyDays era proprio scoprire la felicità nelle cose ‘minime’ che fanno il quotidiano). Non è colpa nostra se non abbiamo avuto un’annata all’altezza delle nostre aspettative. E ovviamente non è colpa nostra se non l’abbiamo detto su Facebook, che in quanto piazza pubblica – o piazza a vari gradi di privacy – non è interessata a chiederci cosa pensiamo, ma è interessata a quello che noi abbiamo da dirgli. È ‘colpa’ nostra se invece ci lamentiamo alimentando l’ennesimo (corto)circuito del narcisismo digitale. Il che va bene, ma non fa altro che rendere le cose ancora più unitile. E ad alimentare il rumore di fondo.

Raccontare il cambiamento. Non importa quale che sia

Ma se proprio vuoi sentirti sull’orlo di uno straordinario cambiamento nella tua vita, che poi si verifichi o no, devi dirlo agli altri. «Sono alla vigilia di uno straordinario cambiamento. Tutte le fibre del suo essere saranno elettrizzate, signore, quando le dirò cosa ho in mente di fare». Articolato in parole ti farà intravedere la possibilità di attuarlo. Non importa quale sia.

(Don DeLillo, Giocatori,  p. 41)

Ricorda qualcosa? O qualcuno?

La morte. L’abiezione. Da Rivette a Mango.

Riguardo al proliferare di condivisioni del video della morte di Mango, e del fatto che certi siti come l’Huffington Post abbiano addirittura pubblicato la fonte spingendo la gente a cliccare avete già detto tutto voi. Io mi permetto di aggiungere le parole che scrisse Jacques Rivette a proposito di Kapò di Gillo Pontecorvo nel 1961 sui Cahiers du Cinéma. Che, come spesso succede, non c’entra ma c’entra.

Guardate, tuttavia in Kapò, l’inquadratura in cui Emmanuelle Riva si suicida, gettandosi sulla recinzione elettrificata; l’uomo che decida, a questo punto, di fare una carrellata in avanti per riprendere il cadavere dal basso verso l’alto, premurandosi d’inscrivere esattamente la mano alzata in un angolo dell’inquadratura finale, quest’uomo non ha diritto che al più profondo disprezzo. […] Ci sono cose che non devono essere affrontate che nel timore e nel brivido; la morte è una di quelle, senza dubbio; e come, nel momento di filmare una cosa così misteriosa, non sentirsi un impostore? Andrebbe meglio in tutti i casi porsi la questione e includere questa domanda, in qualche modo, in ciò che si filma: ma è proprio del dubbio che Pontecorvo e i suoi simili sono più sprovvisti.

Questa riflessione ha generato una grande discussione sul mio profilo Facebook. Se interessati a leggere cosa sta succedendo, cliccate qui.

San Salvario, il deflusso e i trasporti pubblici: quello che possiamo fare subito

Un recente articolo di Wired segnala che a Berlino, grazie all’apertura della Metropolitana per 24h di sabato, si sono praticamente azzerati gli incidenti in auto dovuti alla guida in stato di ebrezza. Mi ricordo che quando alcuni consiglieri del Partito Democratico qui alla Circoscrizione di Torino (la San Salvario di cui ogni tanto mi sono occupato) avevano proposto una soluzione del genere per migliorare la viabilità e il deflusso del quartiere, sono stati accusati di qualcosa tipo «favoreggiamento dell’ubriachezza» mentre si stava solo cercando una soluzione pratica e facile per cominciare ad affrontare un problema complesso. Molto dello stress legato alla Movida, infatti, è dovuto al deflusso e alla difficile viabilità del ‘quadrilatero di San Salvario’: vie strette e pochi parcheggi, doppie file, code selvagge, la gente che urla per strada e così via. La situazione dell’imbuto. Di fatto, basterebbe attivare per 24h nella sola giornata di Sabato la Linea 18 e la linea della Metropolitana per ridurre drasticamente molti di questi problemi (deflusso, traffico) e coprire una buonissima parte della città. Ovvio, restano le differenze strutturali di un sistema di trasporti pubblico che ha tutte le pecche che conosciamo. Ma ribadisco. Da qualche parte possiamo cominciare. Poi, certo, restano altre questioni da affrontare, ma se non cominciamo da quello che possiamo fare anche subito, non cominciamo mai.

La più grande recensione di tutti i tempi per il più grande disco di tutti i tempi.

What Astral Weeks deals in are not facts but truths. Astral Weeks, insofar as it can be pinned down, is a record about people stunned by life, completely overwhelmed, stalled in their skins, their ages and selves, paralyzed by the enormity of what in one moment of vision they can comprehend. It is a precious and terrible gift, born of a terrible truth, because what they see is both infinitely beautiful and terminally horrifying: the unlimited human ability to create or destroy, according to whim. It’s no Eastern mystic or psychedelic vision of the emerald beyond, nor is it some Baudelairean perception of the beauty of sleaze and grotesquerie. Maybe what it boiled down to is one moment’s knowledge of the miracle of life, with its inevitable concomitant, a vertiginous glimpse of the capacity to be hurt, and the capacity to inflict that hurt.

Così scrisse nel 1979 Lester Bangs su Astral Weeks, il disco di Van Morrison del 1967 che di fatto rappresenta uno dei punti cardinali della musica e della cultura pop del XX Secolo. Uno di quei dischi che quando ascolti e ‘capisci’, non puoi più tornare indietro. Il pezzo è fantastico. Ed è una di quelle cose che quando leggi pensi che non si dovrebbe più scrivere di musica da nessuna parte, e a nessuna latitudine.