La manovra di palazzo. Reloaded.

Quando ho letto quel libro fantastico che è Chi ha sbagliato più forte di Marco Damilano, arrivato alle vicende del Governo D’Alema, mi è venuta in mente una riflessione – che potremmo argomentare molto – sul fatto che Matteo Renzi, alla fine, è la realizzazione ultima non tanto di Berlusconi, quanto di Massimo D’Alema. O per lo meno di quanto sul D’Alema stratega governista si è sempre solo o detto, o percepito.

Forse.

Forse non sapremo mai che cosa rende sopportabile la sinistra. Che cosa ci rende sopportabili a noi stessi. Forse dovremo aspettare altri fantasmi, l’aggirarsi di altri spettri. Forse la risposta – altro che soffio nel vento, e non si aggira neppure per l’Europa – è lontana come un fenomeno paranormale.

(Edmondo Berselli, Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica, Mondadori 2008)

Più lo leggo più mi chiedo che cosa avrebbe pensato Berselli di Matteo Renzi.

Tsipras, Podemos e la sinistra possibile

Qualche giorno fa l’Istituto Gramsci di Torino mi ha invitato a discutere, assieme a Jacopo Rosatelli (il manifesto) di Syriza, Podemos e i movimenti di sinistra che stanno cercando di cambiare l’Europa alla vigilia delle elezioni che potrebbero, stando ai sondaggi, incoronare Alexis Tsipras premier della Grecia, il ‘paese laboratorio’. Sono convinto che il tema della ‘crisi della sinistra’ sia da sempre – e lo sarà ancora per moltissimo tempo – molto forte sia in termini di produzione editoriale, sia in termini di dibattito tra le varie anime (che partono dalle aree di sinistra dei partiti riformisti in giù). Mi sembra quindi interessante cominciare a mettere ‘su carta’ alcuni degli spunti emersi per argomentare meglio il dibattito nelle varie sedi.

La domanda di base è sempre la stessa: «come mai in Italia non sono possibili esperimenti di questo tipo?». Ovvero, come mai in Italia abbiamo una grandissima difficoltà ad architettare e sviluppare un’idea di ‘sinistra’? È una domanda impossibile da evitare. E non esiste una risposta, anche perché se esistesse, probabilmente, l’avremmo già perseguita. Del resto, gli ultimi sondaggi dimostrano che ad una perdita di consenso da parte del Partito Democratico non coincide un aumento della base elettorale ‘a sinistra’ (SEL da tempo è ferma a un preoccupante 3,8%). Del resto, temo che la parola – proprio inteso come insieme di lettere – ‘sinistra’ sia stata talmente abusata, talmente stracciata e stropicciata, da essere stata disinnescata: una specie di coperta di Linus, un architetto consolatorio che è diventato inutile in termini strategici, identitari ed elettorali.

Il discorso sulle ‘parole’ è molto affascinante (e nel mio piccolo ho cercato di offrire qualche contributo: ad esempio qui) e va di pari passo col discorso sul ‘populismo’, che rischia di essere la cifra metodologica della politica del nostro tempo. Solo per riferirsi ad esempi recenti, negli scorsi giorni sia Matteo Salvini che Massimo D’Alema, intervenendo in dibattiti televisivi, hanno affermato di essere ‘comunisti’. La parola ‘comunista’, al pari di ‘sinistra’ e al pari di moltissime altre parole – ‘democratico’, ‘liberale’, eccetera – è stata svuotata, disinnescata, privata del suo significato originale ma non per un significato nuovo (verso, ad esempio, un ripensamento del comunismo novecentesco) ma proprio per il non-significato. È una deriva della politica post-moderna, quella che molti legano all’avvento della mediatizzazione e del legame inscindibile con l’homo videns. Non importa la non aderenza della parola al fatto, basta che la parola suoni bene e sia utile a scopo comunicativo e quindi elettorale. E non esiste più un nesso logico tra la parola ‘comunista’ e la storia della parola ‘comunista’. In una situazione di questo genere bisogna capire come si possono usare, in modo funzionale, le regole del gioco. Podemos, ad esempio, ha deciso di accettare le regole del gioco per fare cose di sinistra (che per certi versi è più importante che dire cose di sinistra). Ha accettato di vivere nella lunga notte della post-ideologia e ha deciso di lavorare per offrire una risposta inclusiva a una domanda confusa. Podemos afferma apertamente di essere un partito ‘populista’. Di contro, non credo che il populismo sia negativo in sé, ma sia negativo se applicato per abbassare drasticamente il livello del dibattito e dello scontro. Il partito di Pablo Iglesias, ad esempio, ha cercato di veicolare le proteste di piazza degli indignados (movimenti spontanei, nati da una mobilitazione popolare di un paese sull’orlo della disperazione, e non grandi adunate di piazza teleguidate dal blog di Beppe Grillo) in forme di proposta politica concreta: hanno discusso, hanno creato comitati, hanno fornito gli spazi per costruire una piattaforma programmatica di quello che adesso viene visto come una speranza per tutto il fronte della sinistra oltre il partito socialista.

Un altro discorso fondamentale è quello sulla figura del leader. E qui entra in gioco Alexis Tsipras. Parliamoci chiaro: il successo di Syriza non può essere applicato a nessun altro paese che non sia la Grecia. Prima di tutto, perché si tratta di una situazione politica anomala, dovuta a una situzione sociale esplosiva (nettamente non paragonabile a nient’altro nell’europa continentale, Italia compresa) che ha permesso non solo l’emergere prepotente di Tsipras, ma anche l’affermazione di Alba Dorata e il crollo di credibilità dei partiti governisti tradizionali. Alexis Tsipras si sta affermando perché è un leader. Ma un leader come non ne abbiamo in Italia. È giovane, è credibile, si è fatto le ossa sul campo (prendendosi anche le sue belle manganellate), ha sempre cercato un contatto diretto con la gente andando a prendersi i voti nei quartieri, porta a porta, mettendosi in gioco in prima persona con il suo programma fatto di ripensamento dell’unione monetaria (Tsipras non vuole uscire dall’Euro, vuole una nuova politica economica per la zona-Euro), di investimenti per controbattere l’austerità espansiva e contrastare la galoppante disoccupazione giovanile, di costruzione di uno stato sociale che rovescia gli effetti nefasti nel neo-liberismo. E, inoltre, ha una verginità governativa. Syriza non ha mai governato, ed è come se gli elettori greci, stremati dall’incompetenza della classe dirigente e dalll’impossibilità di vedere una soluzione oltre la prona accettazione dei dettami dell’Unione Europea, lo avessero guardato come la prossima speranza, forse l’ultima: abbiamo provato con tutto e tutti, ed è andata male, adesso è il tuo turno. Le prove di governo sono sempre l’unico banco di prova possibile per capire il passaggio dalle parole ai fatti. E spesso sono prove che devono contrastare la durissima legge dei numeri. Vincere le elezioni, lo sappiamo molto bene in Italia, è solo il primo passo. Poi il campo di gioco si allarga, si complica. Ma è una sfida che prima o poi va raccolta e affrontata.

Concludo con due spunti. Il primo è il rapporto tra i partiti socialisti tradizionali (per capirci, quelli che in Europa sono affiliati nel gruppo S&D, dal Labour Party al Partito Democratico) e lo Tsipras capo di governo. Il secondo è la «questione culturale».

La domanda che si fanno molti esponenti e attivisti della sinistra alla sinistra del Partito Democratico è sul rapporto che intercorrà tra i partiti governisti e Alexis Tsipras. Si teme che possa essere un rapporto problematico, dovuto al rispetto delle ‘larghe intese’ (da quelle italiane a quelle europee) e al tradimento ormai sistematico della socialdemocrazia verso i suoi stessi valori. È una paura fondata, se si guarda il tono del dibattito politico nostrano e l’agire di un governo che esclude sistematicamente le istanze ‘di sinistra’ in favore di un concerto di idee con i partiti di destra (e non entriamo qui nell’analisi della destra italiana vs la destra europea). Questa problematicità va risolta non a livello teorico. Di fatto, sarebbe molto miope affrontare la vittoria di Tsipras come un problema. L’opportunità di un governo sperimentale di sinistra non va liquidata con la paura del ritorno delle vecchie ideologie. Del resto, la sinistra che si immagina Tsipras è moderna, sociale, che si basa sull’ecologismo, il welfare e l’innovazione. Si sbaglia quando si dipinge Syriza come il Partito Comunista dell’Unione Sovietica, si sbaglia quando si dipinge Alexis Tsipras come un euro-populista che vuole guidare il ritorno alla supremazia degli stati nazionali. Lo stesso Jacopo Rosatelli, nel dibattito, ha confermato che – legge dei numeri a parte, e crisi di credibilità a parte – non c’era differenza sostanziale tra il programma di Martin Schulz e del PSE e quello di Alexis Tsipras e della GUE alle scorse elezioni europee.

Infine la «questione culturale». Questo è davvero uno spunto di discussione per il futuro, perché non possiamo certo affrontarlo ed esaurirlo nelle poche righe di un blog. La politica vive di shock culturali. Di spinte egemoniche e contro-egemoniche. Di effetti domino. Si pensi solo alla lunga mano della terza via blairiana sull’intera socialdemocrazia europea tra gli anni Novanta e Duemila (e per molti critici sono lì le radici del male: a questo punto aggiungo la curiosità per l’affermazione di Ed Miliband come leader ‘forte ma debole’ del Labour britannico). Ecco. Credo che in questo senso l’affermazione di Tsipras in Grecia e di Podemos in Spagna possa servire come shock culturale su tutti gli impianti di sinistra e di centro-sinistra europei. Un lungo cataclisma capace di spostare l’asse delle politiche dei partiti e delle piattaforme che guardano, in teoria, dalla stessa parte. Tsipras risulta credibile anche perché non ha rinunciato a costruire un discorso egemonico. Un dialogo lunghissimo e con tutte le periferie politiche, con tutte le anime che si sono ritrovate sotto il cappello di Syriza, con tutte le formazioni che si riuniscono nella GUE. In questo, la sua lezione politica sembra molto interessante. Così come sembra molto interessante il processo con cui Podemos sta costruendo una narrazione (eccolo lì, lo storytelling come metodo della politica post-moderna) alternativa al mainstream e che sta lentamente emergendo. Egemonia e storytelling come chiavi per costruire una cultura della nuova sinistra.

Le parole sono importanti. Non fate convegni, fate comizi contro le maree. #ugualidiritti

Lo sapete come funzionano i convegni, no? Ci sono i saluti istituzionali. Si espongono le varie relazioni, i vari punti di vista, si ascolta, si discute. E infine arrivano le conclusioni. Tutto molto ‘pacato’, perché alla fine quello che conta e cercare di fare una sintesi tra le varie posizioni, portare avanti i lavori (e infatti queste giornate vengono inaugurate dall’«apertura dei lavori», e non è una parola casuale). E si fanno perché un tema merita di essere analizzato, sviscerato, rivendicato. Ecco, un convegno è una cosa. Altra cosa è il comizio ‘a tesi’ fatto solo per attaccare e per vellicare i bassi istinti del tuo pubblico di riferimento.

Oggi a Milano, come sapete, si è svolte un sedicente ‘convegno’ sull’altrettanto sedicente ‘famiglia tradizionale’. Presenti Mario Adinolfi, Costanza Miriano (autrice di Sposati e sii sottomessa) e Roberto Maroni. Tra il pubblico, inoltre, il ministro Maurizio Lupi. Nei filmati che ho visto ho potuto notare che la situazione di convegno e di studio non aveva niente. Si saliva sul palco, si sbraitava, si declamavano verità assolute ad uso e consumo dell’applauso da tifoso, del coro da stadio. Si creava, insomma, un clima da torcida. Un clima che permette al presidente della Regione Lombardia, invitato per le conclusioni, ad affermare: «non mi faccio intimidire da quattro pirla» (tra quei quattro pirla, tra l’altro, c’ero anche io: ed eravamo un po’ più di quattro), e di chiedere che questo ‘tavolo di lavoro’ diventi un «forum permanente». Come se la Regione Lombardia fosse davvero convinta che esista un solo tipo di famiglia, e che tutto il resto non è solo contro-natura, ma è addirittura un pericolo conclamato e oggettivo all’ordine pubblico. Inoltre, spesso ai convegni c’è il ‘question time’, dove le persone che magari non sono d’accordo prendono parola e chiedono ragione di alcune cose. Si chiama discussione. E spesso la discussione serve a far avanzare il dibattito, perché arricchisce. Ecco, oggi sul palco pare sia salito un ragazzo di 22 anni, presente in quanto cattolico, che ha preso la parola affermando che questo attacco è pretestuoso perché, molto banalmente, gli stessi genitori lì presenti non sapevano ancora se il loro stesso figlio fosse o meno omosessuale. Ovviamente è stato allontanato. Nemmeno troppo gentilmente.

Insomma, voi siete liberi di fare e dire quello che volete. Ma dovete farlo prendendovi la vostra responsabilità. Non chiamando convegno quello che in realtà è un comizio politico senza possibilità di dialogo. Non mettendo il patrocinio di una regione di 10 milioni di abitanti con chissà quante centinaia di migliaia (se non milioni) di omosessuali. Non riparandosi dietro il cappello di EXPO, che oltre a essere un marchio di tutti, è un marchio che ha nella sua natura l’apertura, la tolleranza, l’uguaglianza, il progresso.

Oggi non c’è stato un convegno, c’è stato un comizio. Oggi non ci sono stati quattro pirla a dire che il mondo sta andando da un’altra parte, c’è stata una marea.

(per la foto, grazie a Michela Cella)

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Ti attacco perché mi metti in discussione. Su Greta e Vanessa.

Ci sarebbe un solo modo per commentare la notizia della liberazione di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo: «Bentornate». E invece no. Invece si è replicato il solito teatrino, la solita replica dei social network come ‘sfogatoio’ dei peggiori bassi istinti, dell’idiozia e dell’intolleranza. «Chissà quanti soldi ABBIAMO pagato». «Meritavano di stare lì». «Quando sarà il turno dei marò, che stavano lavorando e non certo seguendo chissà quale sogno di gloria». Tutte frasi che si commentano da sole. Tutte argomentazioni ridicole. Verso la fine dell’anno scorso, quando è stato fatto girare il video di pochi secondi che accertava il fatto che le due cooperanti fossero vive, si è scatenata una selva di insulti. Un tornado di parole violentissime che attaccava la dignità di due persone colpevoli di aver cercato di fare una cosa strana: aiutare. Molti si sono chiesti come mai alle due ragazze, due studentesse di 20 anni, fosse riservato un trattamento del genere. Non tanto in relazione ai due fucilieri della marina militare, ma in relazione al fatto che in quelle parole – dalle allusioni sessuali (versione rivisitata del: «se vai in giro con la minigonna poi non ti lamentare») all’esortazione a ‘stare in casa a fare la maglia’ – si legge proprio l’odio. Quasi il disprezzo.

La domanda è interessante. Come mai? Certo, la risposta più facile sta sempre nel fatto che quando incontri l’uomo della strada, alla fine scopri che è uno stronzo. Ma nella vita ci sono tante strade, e per la legge dei grandi numeri non possono essere ‘tutti’ stronzi. Come ha scritto un anno fa su l’Unità Paolo Di Paolo – l’autore di Mandami tanta vita – dietro quelle parole di fuoco può esserci un padre amorevole e un marito perfetto. Ecco. Quindi può esserci di più. Ad esempio, può essere che l’odio suscitato da Greta e Vanessa sia dato da una cosa più semplice ed elementare: il senso di colpa.

Non parlo di maschilismo perché lo stesso trattamento, lo stesso odio e disprezzo, fu riversato anche nei confronti di un’altra persona. Che purtroppo non è tornata a casa. Enzo Baldoni. Mi ricordo le accuse di vitalismo, di novello Peter Pan incapace di starsene a casa perché probabilmente annoiato dalla vita.

Forse nello scagliarsi contro dei ‘civili’ che decidono di mettersi in discussione al punto di rischiare tutto (perdendo, qualche volta) e esaltare le virtù di chi invece è pagato per rischiare la vita (non penso solo a Latorre e Girone, ma anche a Quattrocchi: «guardate come muore un italiano») c’è questo senso di colpa sociale che vede nei ‘soldi’ l’unico motore e moneta di scambio delle cose. L’unica cosa capace di farti rischiare la vita (del resto, non è stata una delle leve su cui il governo Bush ha combattuto la disoccupazione giovanile?). E il fatto che ci siano persone, anche giovanissime, che vogliono andare semplicemente perché bisogna andare probabilmente resta un fatto così strano, così assurdo, così inspiegabile che non si può rispondere che con l’odio. Per la paura del diverso. Per il timore di quello che non comprendiamo.

Quando leggo che le due ragazze «se la sono andata a cercare» mi viene da rispondere che sì, è verissimo. Ed è proprio perché ‘se la sono andata a cercare’ che non sono rimaste a casa con mamma e papà, è proprio perché ‘se la sono andata a cercare’ che hanno deciso – mentre alla stessa età noi è già tanto se sapevamo come medicarci dalle ferite che ci prendevamo girando le pagine dei libri – di andare in Siria a sostenere i ribelli portando aiuti e supporti, è proprio perché ‘se la sono andata a cercare’ che loro avranno comunque visto cose che tutti noi possiamo solo lontanamente immaginare. È proprio perché alla radice c’è una curiosità e una voglia di sfidare i propri limiti così forte che ogni volta che ci si accontenta un po’ vediamo chi non ci sta come un qualcosa da attaccare. Come se in qualche modo il loro mettersi in discussione così profondo mettesse in discussione noi tutti che abbiamo deciso di stare a casa perché non fa per noi, perché non è cosa, perché non me la sento, o perché semplicemente ho deciso di non decidere. Ti attacco perché mi metti in discussione. Ti attacco perché non capisco. Ti attacco perché non vedo un ‘ritorno’ in quello che fai. Non voglio stare qui a discutere dei perché e dei per come. Non mi interessa sapere se Greta e Vanessa, nello specifico, non erano attrezzate o addestrate per la missione che si erano preposte di fare. Non è affar mio. E, a dire il vero, non è nemmeno affare vostro.

Bentornate.

Ancora su «Her» di Spike Jonze, qualche mese dopo

Questa sera ho introdotto la proiezione di Her in una sala gremita. Tantissimi ragazzi. Davvero tantissimi. Mi è già capitato di presentare dei film al RAT, un locale torinese che da qualche anno propone un cineforum (da quest’anno in collaborazione col DAMS di Torino). E molti anche in linea con il target del locale – ad esempio The Royal Tenenbaums, The Social Network, The Squid and the Whale – ma non mi è mai capitato di parlare davanti a una sala così piena e così partecipe. Gente che entrava anche a film iniziato e si fermava a guardare in piedi il film, cercando di sostenere lo sguardo perso, alienato di Joaquin Phoenix. Quello che mi ha stupito non è solo la presenza, ma anche il trasporti con cui hanno cominciato a guardare il film. In silenzio. Partecipavano. Guardavano. Lo sentivano loro. E se conoscete il locale capite quanto questa cosa sia fuori dall’ordinario. Segno che al netto di tutta una serie di brutte recensioni, brutte critiche e una liquidazione superficiale, si tratta di un’opera che ha toccato dei nervi scoperti, magari anche inconsapevoli. Ha segnato un punto, qualcosa da cui non si può prescindere. Non ho mai fatto mistero di aver amato tantissimo il film. Un film che mi ha anche scosso profondamente, lasciandomi in uno stato di profondo shock emotivo dopo la visione. Non voglio cercare di astrarre troppo. Voglio semplicemente ribadire che Spike Jonze è riuscito a ‘raccontare’ la condizione contemporanea toccando davvero dei tasti che non si ha molto spesso il coraggio di affrontare con questa onestà, questa trasparenza e con questa sincerità a tratti fastidiosissima. Credo anche sia un fantastico film sulla sorpresa nelle piccole cose della vita di cui ci accorgiamo quando ormai pensiamo di essere anestetizzati e di prendere tutto con l’aria di chi l’ha sempre saputa più lunga degli altri. Insomma, un fantastico racconto sull’«umanità». Che tra l’altro è una dimensione attualissima. E poi a Spike Jonze io ho sempre voluto molto bene.

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Io credo davvero, senza nessuna malizia e senza nessuna posa, che Her sia un film capitale e fondamentale. Ne ho già scritto, in modo meno immediato, qui.

Non è il web che genera violenza? #ForzaEmma

Qualche mese fa l’Unità – ve la ricordate? – pubblicò un mio commento sulla questione degli insulti online a Pierluigi Bersani alla notizia del suo malore. Ero un giovane ottimista. Credevo che grazie a un lavoro virtuoso e paziente di alfabetizzazione digitale Internet potesse passare da essere luogo dello scontro verbale a luogo di dialogo costruttivo. Forse anche questa mia speranza deve essere messa nel cassetto, almeno per il momento. Se non altro perché alla notizia del tumore di Emma Bonino, i commenti che si sono letti in giro (e che vengono raccolti da pagine ad hoc che pubblicano resoconti come questo qui), sono stati dello stesso tono se non addirittura peggiori. Quello che nella realtà è un bellissimo messaggio di forza e combattività («Non sono intenzionata ad interrompere le mie attività perché da una passione politica non ci si può dimettere […] io non sono il mio tumore e voi neppure siete la vostra malattia, dobbiamo solamente pensare che siamo persone che affrontano una sfida che è capitata»), è stato letto come un messaggio di ostinato «attaccamento alla poltrona», una solita stortura cognitiva che vede nel politico la personificazione del male assoluto e non una persona che vive, ama, odia, si ammala, sbaglia e muore. Come tutti.

Insomma, accuse violentissime, orrendi messaggi in cui ci si augura la morte di lei e quelli come lei, facendo davvero di tutta l’erba un fascio. E sono messaggi che stridono ancora di più in giorni come questi in cui tutta Europa si è schierata a favore dell’apertura, della tolleranza e del rifiuto della violenza. Ecco. La violenza, anche verbale. E non è la questione del rifiuto dello scontro (anzi, la negazione del conflitto sociale è stata la grande procedura che ha fatto perdere alla Sinistra parte della sua identità, ma non è questo il punto, qui). È la questione di un livello che vogliamo dare al nostro dibattito e alla nostra vita pubblica. E anche di come sono percepiti i politici – tutti i politici… – e come spesso si sia tutti molto più responsabile di quanto si pensi ad alimentare questa caotica gazzarra. Forse dobbiamo mettere da parte i nostri buoni propositi e capire che fino a quando vediamo la violenza negli occhi degli altri non riusciremo mai a vedere quella che vomitiamo a getto continuo senza nemmeno chiederci l’effetto che fa. Le parole sono importanti – diceva qual tale – e hanno conseguenze. Anche quando sembrano incorporee.

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