Ti attacco perché mi metti in discussione. Su Greta e Vanessa.

Ci sarebbe un solo modo per commentare la notizia della liberazione di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo: «Bentornate». E invece no. Invece si è replicato il solito teatrino, la solita replica dei social network come ‘sfogatoio’ dei peggiori bassi istinti, dell’idiozia e dell’intolleranza. «Chissà quanti soldi ABBIAMO pagato». «Meritavano di stare lì». «Quando sarà il turno dei marò, che stavano lavorando e non certo seguendo chissà quale sogno di gloria». Tutte frasi che si commentano da sole. Tutte argomentazioni ridicole. Verso la fine dell’anno scorso, quando è stato fatto girare il video di pochi secondi che accertava il fatto che le due cooperanti fossero vive, si è scatenata una selva di insulti. Un tornado di parole violentissime che attaccava la dignità di due persone colpevoli di aver cercato di fare una cosa strana: aiutare. Molti si sono chiesti come mai alle due ragazze, due studentesse di 20 anni, fosse riservato un trattamento del genere. Non tanto in relazione ai due fucilieri della marina militare, ma in relazione al fatto che in quelle parole – dalle allusioni sessuali (versione rivisitata del: «se vai in giro con la minigonna poi non ti lamentare») all’esortazione a ‘stare in casa a fare la maglia’ – si legge proprio l’odio. Quasi il disprezzo.

La domanda è interessante. Come mai? Certo, la risposta più facile sta sempre nel fatto che quando incontri l’uomo della strada, alla fine scopri che è uno stronzo. Ma nella vita ci sono tante strade, e per la legge dei grandi numeri non possono essere ‘tutti’ stronzi. Come ha scritto un anno fa su l’Unità Paolo Di Paolo – l’autore di Mandami tanta vita – dietro quelle parole di fuoco può esserci un padre amorevole e un marito perfetto. Ecco. Quindi può esserci di più. Ad esempio, può essere che l’odio suscitato da Greta e Vanessa sia dato da una cosa più semplice ed elementare: il senso di colpa.

Non parlo di maschilismo perché lo stesso trattamento, lo stesso odio e disprezzo, fu riversato anche nei confronti di un’altra persona. Che purtroppo non è tornata a casa. Enzo Baldoni. Mi ricordo le accuse di vitalismo, di novello Peter Pan incapace di starsene a casa perché probabilmente annoiato dalla vita.

Forse nello scagliarsi contro dei ‘civili’ che decidono di mettersi in discussione al punto di rischiare tutto (perdendo, qualche volta) e esaltare le virtù di chi invece è pagato per rischiare la vita (non penso solo a Latorre e Girone, ma anche a Quattrocchi: «guardate come muore un italiano») c’è questo senso di colpa sociale che vede nei ‘soldi’ l’unico motore e moneta di scambio delle cose. L’unica cosa capace di farti rischiare la vita (del resto, non è stata una delle leve su cui il governo Bush ha combattuto la disoccupazione giovanile?). E il fatto che ci siano persone, anche giovanissime, che vogliono andare semplicemente perché bisogna andare probabilmente resta un fatto così strano, così assurdo, così inspiegabile che non si può rispondere che con l’odio. Per la paura del diverso. Per il timore di quello che non comprendiamo.

Quando leggo che le due ragazze «se la sono andata a cercare» mi viene da rispondere che sì, è verissimo. Ed è proprio perché ‘se la sono andata a cercare’ che non sono rimaste a casa con mamma e papà, è proprio perché ‘se la sono andata a cercare’ che hanno deciso – mentre alla stessa età noi è già tanto se sapevamo come medicarci dalle ferite che ci prendevamo girando le pagine dei libri – di andare in Siria a sostenere i ribelli portando aiuti e supporti, è proprio perché ‘se la sono andata a cercare’ che loro avranno comunque visto cose che tutti noi possiamo solo lontanamente immaginare. È proprio perché alla radice c’è una curiosità e una voglia di sfidare i propri limiti così forte che ogni volta che ci si accontenta un po’ vediamo chi non ci sta come un qualcosa da attaccare. Come se in qualche modo il loro mettersi in discussione così profondo mettesse in discussione noi tutti che abbiamo deciso di stare a casa perché non fa per noi, perché non è cosa, perché non me la sento, o perché semplicemente ho deciso di non decidere. Ti attacco perché mi metti in discussione. Ti attacco perché non capisco. Ti attacco perché non vedo un ‘ritorno’ in quello che fai. Non voglio stare qui a discutere dei perché e dei per come. Non mi interessa sapere se Greta e Vanessa, nello specifico, non erano attrezzate o addestrate per la missione che si erano preposte di fare. Non è affar mio. E, a dire il vero, non è nemmeno affare vostro.

Bentornate.

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