Restare umani. Inventarsi il futuro.

C’è qualcosa che gli umani sanno fare meglio dei computer: porre domande. Se sono giuste, le domande aprono nuove prospettive, che a loro volta possono avviare nuove narrazioni: è forse di questo che abbiamo bisogno. Correggere le tendenze collettive, globali, è un’impresa titanica: se sono automatiche, come per esempio quelle imposte dalla logica dei cosiddetti mercati finanziari, il compito sembra impossibile. Eppure l’impossibile – almeno questo lo sappiamo – non è eterno. E tutti coloro che spostano i limiti del possibile hanno qualcosa in comune. Coltivano un approccio critico, una visione e una pratica della sperimentazione, all’insegna dell’idea suggerita dal tecnologo Alan Kay secondo cui il miglior modo di prevedere il futuro è inventarlo.

Luca De Biase, Homo Pluralis. Essere umani nell’era tecnologicaCodice, 2015, p. 10.

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Siamo fatti per l’empatia

Gli esperimenti di laboratorio, insomma, indicano che quando gli individui sono messi nella condizione di potersi dettare le regole per la gestione delle risorse di proprietà comune, essi approdano intuitivamente a qualche variante dei principi progettuali che in tutto il mondo hanno dato forma e direzione alla gestione dei Commons. C’è di che sconcertare la maggior parte degli economisti, dato che la loro disciplina ha sposato l’idea di una natura umana essenzialmente egoista e di un individuo sempre intento a massimizzare la propria autonomia. Il solo pensiero che si possa scegliere liberamente di perseguire l’interesse collettivo è inconcepibile per molti economisti fautori del libero mercato. Potrebbe essere loro di qualche aiuto dare un’occhiata ai risultati delle ricerche dei biologi dell’evoluzione e degli scienziati neurocognitivi, i quali da vent’anni a questa parte stanno demolendo a suon di studi e di scoperte l’inveterata convinzione che ogni uomo sia, nella sua essenza, un’entità isolata che persegue il proprio utile girellando per il mercato in cerca di qualche occasione per sfruttare i suoi simili e arricchirsi. Stiamo capendo che l’uomo, con la sua neocorteccia molto estesa e di straordinaria complessità, è il più sociale di tutti gli esseri viventi. La peggiore punizione che si può infliggere a un essere umano è l’ostracismo. Gli scienziati cogniti spiegano che i nostri circuiti neurali sono cablati in modo plastico per provare la sofferenze empatica e che la nostra sopravvivenza evolutiva deve opto di più alla socialità collettiva che alle inclinazioni individualistiche. Lungi dall’essere un’anomalia, l’approccio del Commons alla gestione dell’attività economica sembra essere molto più in linea con i nostri istinti biologici di quanto lo sia il duro scenario di un mercato anonimo dove, in un gioco a somma zero, una mano invisibile premia meccanicamente l’egoismo.

(Jeremy Rifkin, La società a costo marginale zero, pp. 226-7)

L’imprevedibile virtù di leggere Carver. Riflessioni immediate su ‘Birdman’.

Sono andato a vedere Birdman senza aspettative se non quelle legate al fatto che a) è il classico film che vanno a vedere tutti; b) è il classico film che suscita pareri discordanti. In effetti è anche facile capire come mai. Probabilmente in queste righe farò degli [SPOILER] quindi nel caso fermatevi qui e se vi interessa sapere se mi è piaciuto o meno: sì, mi è piaciuto e per certi versi l’ho trovato anche parecchio interessante. In realtà mi ritrovo a scrivere a caldo quando tutto l’aspetto più sfacciatamente meta-cinematografico ancora non è andato via, e visto che si tratta di un buon 95% di film la cosa potrebbe farmi girare un po’ a vuoto. Ad esempio, sulla questione del piano-sequenza, togliamoci subito il dente: sì, ok, bravo e bello e tutto quanto, e capisco la necessità di usarlo per raccontare la stratificazione dei due vari mondi che vuoi raccontare, ma quando lo usi in questo modo cosa resta oltre il virtuosismo e la ridondanza? È una domanda aperta, non è una ‘domanda a tesi’. Poi, la questione sul mondo dello spettacolo e il sistema americano. Del resto anche io ho sempre trovato molto interessante la ‘zona grigia’ tra le varie arti americane, il racconto dei backstage (non amerei così tanto Aaron Sorkin), le riflessioni sul senso del successo «nel mondo diventato fiction» (il sottotitolo, fantastico, è proprio in relazione a questo: L’imprevedibile virtù dell’ignoranza) e il fatto di incanalare il racconto attraverso ‘tutti’ i racconti possibili (è un film che parla di una stella del cinema che parla costantemente di attori veri con nome e cognome vero e che cerca di guadagnarsi una nobiltà artistica volando da L.A. a N.Y. per fare un adattamento teatrale di un racconto di Raymond Carver: in effetti manca solo la televisione ma si parla molto di Internet con costante riferimento ai social network). Poi la questione dell’«attore» come corpo fondamentale (in un film che ti tira gomitate ogni minuto per farti ricordare che dietro questa mdp in costante movimento c’è Iñárritu). Michael Keaton che fa Michael Keaton che non ha ancora elaborato il lutto di non essere più Batman e di essere sostanzialmente un attore dimenticato; Edward Norton che fa Edward Norton, ovvero l’attore figo e impegnato che è capace di lavorare nel mainstream ma di essere anche quello apprezzato nell’universo di quelli che odiano le persone di successo intese come fenomeni mediatici. Tutta una discussione che forse è una faccenda solo e soltanto mia tra ironia e sincerità (New Sincerity? New realism? Una questione di ‘etichette’, come direbbe Michael Keaton aggredendomi in quanto critico). E poi c’è tutto l’aspetto legato a Raymond Carver, che secondo me è il centro nascosto della vicenda. E per nascosto non voglio dire occultato – anzi, mi sembra abbastanza sfacciato il fatto giri tutto attorno a quello – ma voglio dire che i racconti di Carver diventano il filtro privilegiato attraverso cui leggere ed analizzare un film del genere, perché permettono di mettere a posti gli spunti e riannodare i fili attorno a praticamente tutto. In effetti, mi rendo conto che attraverso Carver riannodi SEMPRE i fili attorno a praticamente tutto quindi forse Birdman è un racconto di 119 minuti sulla necessità di leggere Carver. E se così fosse io sarei anche d’accordo.

ps – mi rendo conto di non aver parlato di Emma Stone, ma su Emma Stone in questo film cosa vuoi dire se non piangere in un angolo per non poterla sposare?

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Ciclo ironico del «benaltrismo»

Fase 1. Ma come Sanremo? E allora le riforme costituzionali?
Fase 2. Ma come le riforme costituzionali? E allora l’Ucraina?
Fase 3. Ma come l’Ucraina? E allora l’Isis in Libia?
Fase 4. Ma come l’Isis in Libia? E allora la Troika?
Fase 5. Ma come la Troika? E allora i Marò?
Fase 6. Ma come i Marò? E allora San Valentino?
Fase 7. Ma come San Valentino? E allora Sanremo?

In loop.

Il falso mito dell’utilitarismo. A che serve l’Università?

Qualche giorno fa ascoltavo La Zanzara su Radio 24 (quando sei in macchina con Fabio Malagnino​, ti tocca). Giuseppe Cruciani stava discutendo, nemmeno troppo animatamente, con Francesco Caruso. Rom, criminalità, senso comune, cose così. Ad un certo punto, il conduttore comincia ad attaccare l’intervistato sul suo insegnamento di ‘Sociologia dell’ambiente e del territorio’ presso l’Università di Catanzaro, definito uno di quei corsi «inutili & all’italiana» fatti solo per piazzare gli amici e gli amichetti. Non mi interessa entrare nel merito né dell’insegnamento proposto, né della carriera e della statura accademica di Francesco Caruso, né tantomeno arguire sullo spirito di agent provocateur di Cruciani. La Zanzara è un programma che ha un format ben preciso: è eccessivo, è scorretto, dà sfogo ai bassi istinti ed esprime quella che chiamiamo, confidenzialmente, la pancia del paese. È così, e arrabbiarsi per i toni significa non accettare le regole del gioco e, anzi, dimostrare di non averne capito lo spirito.

Quello che mi preme sottolineare, però, è la visione culturale sottesa. Ovvero la solita visione culturale un po’ miope e utilitaristica che vede, stringi stringi, come inutili tutte le formazioni universitarie che non siano Economia & Commercio, Giurisprudenza, Medicina e le varie categoria di Ingegneria. Gettiamo a mare le lettere e le arti, gettiamo a mare le scienze sociali – che non siano Economia e Giurisprudenza, s’intende – gettiamo a mare l’antropologia e la sociologia, la filosofia e la geografia. Gettiamo a mare tutto quello che non è utile. Gettiamo a mare tutto quello che non serve a niente.

Chi, come me, ha scelto una strada diversa, sa benissimo cosa si prova a raccontare del proprio corso di laurea – di cui sono orgogliosissimo – e venire etichettati come un inutile parassita figlio di papà. Che ce ne facciamo del DAMS, di Scienze della Comunicazione, di Lingue e via via andare fino a Filosofia. «E poi cosa fai?», perpetrando quella visione dell’università come ‘tecnificio’ per il mondo del lavoro e non come luogo di elaborazione di pensiero critico e di percorso personale formativo. L’università serve solo se indirizzata a trovarti un lavoro. Tutto il resto va in secondo piano. Ecco, una società con questa visione – e ci siamo dentro: periodicamente escono articoli contro le facoltà ‘inutili’, oppure che sponsorizzano l’abolizione del Liceo Classico – è una società che non avrà mai gli anticorpi e gli strumenti per cambiare paradigma, per immaginare un futuro, per agire sull’esistente. Una società così gestirà sempre e solo lo stato delle cose e non riuscirà ad accettare le alternative al mainstream. Con questo, sia detto, non voglio affermare che bisogna dare il mondo in mano ai laureati DAMS (anche se ci sarebbe da ridere, siamo molto più furbi di quanto pensiate), né affermare che i laureati ‘tecnici’ siano, sosto sotto, dei trogloditi incapaci di sviluppare un pensiero critico e complesso. Se mi mettete davanti una tabella di economia vado in tilt e penso che il computo non vada fatto sulle generalizzazioni, ma sulle persone. Così come esistono economisti, giuristi e ingegneri brillanti, esistono filosofi, sociologi e antropologi ottusi e con cui è impossibile dialogare in modo costruttivo.

Voglio solo dire che una società che esclude a priori tutto quello che non può calcolare in termini utilitaristici si toglie tantissime opportunità.

Ancora una citazione da Berselli

D’altra parte, per scienza ed esperienza dovrebbe ormai essere chiaro che, tranne in rari casi, di sinistra o di destra non si diventa. Al massimo si vede qualche transito da sinistra a destra, nel nemo del realismo finalmente riconosciuto e dalla rigorosa legge secondo cui si nasce incendiari e si finisce pompieri.
Quante volte abbiamo sentito citare la mesta verità che dice: a vent’anni bisogna essere senza cuore per non essere rivoluzionari; a quaranta, per non essere conservatori bisogna essere senza cervello. Ma rivolto a sinistra è il cuore da sinistra parte il tiro mancino dei geni del calcio, sinistra è l’eccentricità beffarda, l’ironia priva di rispetto per il sacro e il profano, il dribbling a rientrare, la finta assassina al Maracanã, la smorzata irredente a Wimbledon. Quindi è inutile lamentarsi; sciocco è lasciar prevalere l’angoscia, dolersi senza fine del destino cinico e baro, del mondo stupidamente reazionario, della destra come sempre sorridente e odiosa.
Sinistri si nasce, con quel che segue, firmano «Totò». Quindi, asciughiamoci gli occhi, rimettiamo in modo il cervello e diamoci da fare. Tanto, non si esce dalla propria natura, non si sfugge alla propria psicologia.
Sinistri si nasce. E anch’io, modestamente, lo nacqui.

(Edmondo Berselli, Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica, Mondadori 2008, p. 192)

Salvare la politica dalla ‘sondaggite’?

Leggo che l’elezione di Sergio Mattarella ha rafforzato nell’opinione pubblica in consenso attorno a Matteo Renzi e il suo governo, attorno al Partito Democratico e anche attorno a tutte quelle formazioni politiche che hanno sostenuto il progetto strategico che ha portato all’elezione del capo dello stato e alla (presunta?) fine del famigerato «Patto del Nazareno». Leggo, inoltre, che chi si è opposto – in modo anche muscolare – all’operazione vede il consenso calare: da Silvio Berlusconi a Matteo Salvini. Sicuramente la scorsa settimana Renzi ha segnato un punto importante. Uno di quei colpi di teatro a cui sembra dare molta importante, probabilmente non a torto. La faccenda che mi preoccupa – ma è una preoccupazione astratta e teorica, se vogliamo di impostazione generale – è quella relativa alla sondaggite. Leggo, infatti, inoltre, che il governo ha commissionato nuove rilevazioni e nuovi sondaggi, stanziando un budget importante. Niente di male, i sondaggi servono e sono fondamentali. Quello che mi lascia perplesso è il rischio che questa lettura compulsiva dell’opinione di un corpo elettorale molto fluido e molto veloce nel mutamento del pensiero possa influenzare l’agenda di governo e l’agenda politica generale. Insomma, che il sondaggio sia la propulsione della politica e non la reazione. Che si costruisca l’agenda a partire dalla necessità di tenere alto il consenso e non a partire da una costruzione politica coerente. Il rischio, insomma, che l’azione di governo sia influenza dall’opinione pubblica mentre dovrebbe essere il contrario: l’azione che influenza l’opinione pubblica. Non lo so, sono confuso. E sì che anche io consumo infografiche e statistiche.