Il falso mito dell’utilitarismo. A che serve l’Università?

Qualche giorno fa ascoltavo La Zanzara su Radio 24 (quando sei in macchina con Fabio Malagnino​, ti tocca). Giuseppe Cruciani stava discutendo, nemmeno troppo animatamente, con Francesco Caruso. Rom, criminalità, senso comune, cose così. Ad un certo punto, il conduttore comincia ad attaccare l’intervistato sul suo insegnamento di ‘Sociologia dell’ambiente e del territorio’ presso l’Università di Catanzaro, definito uno di quei corsi «inutili & all’italiana» fatti solo per piazzare gli amici e gli amichetti. Non mi interessa entrare nel merito né dell’insegnamento proposto, né della carriera e della statura accademica di Francesco Caruso, né tantomeno arguire sullo spirito di agent provocateur di Cruciani. La Zanzara è un programma che ha un format ben preciso: è eccessivo, è scorretto, dà sfogo ai bassi istinti ed esprime quella che chiamiamo, confidenzialmente, la pancia del paese. È così, e arrabbiarsi per i toni significa non accettare le regole del gioco e, anzi, dimostrare di non averne capito lo spirito.

Quello che mi preme sottolineare, però, è la visione culturale sottesa. Ovvero la solita visione culturale un po’ miope e utilitaristica che vede, stringi stringi, come inutili tutte le formazioni universitarie che non siano Economia & Commercio, Giurisprudenza, Medicina e le varie categoria di Ingegneria. Gettiamo a mare le lettere e le arti, gettiamo a mare le scienze sociali – che non siano Economia e Giurisprudenza, s’intende – gettiamo a mare l’antropologia e la sociologia, la filosofia e la geografia. Gettiamo a mare tutto quello che non è utile. Gettiamo a mare tutto quello che non serve a niente.

Chi, come me, ha scelto una strada diversa, sa benissimo cosa si prova a raccontare del proprio corso di laurea – di cui sono orgogliosissimo – e venire etichettati come un inutile parassita figlio di papà. Che ce ne facciamo del DAMS, di Scienze della Comunicazione, di Lingue e via via andare fino a Filosofia. «E poi cosa fai?», perpetrando quella visione dell’università come ‘tecnificio’ per il mondo del lavoro e non come luogo di elaborazione di pensiero critico e di percorso personale formativo. L’università serve solo se indirizzata a trovarti un lavoro. Tutto il resto va in secondo piano. Ecco, una società con questa visione – e ci siamo dentro: periodicamente escono articoli contro le facoltà ‘inutili’, oppure che sponsorizzano l’abolizione del Liceo Classico – è una società che non avrà mai gli anticorpi e gli strumenti per cambiare paradigma, per immaginare un futuro, per agire sull’esistente. Una società così gestirà sempre e solo lo stato delle cose e non riuscirà ad accettare le alternative al mainstream. Con questo, sia detto, non voglio affermare che bisogna dare il mondo in mano ai laureati DAMS (anche se ci sarebbe da ridere, siamo molto più furbi di quanto pensiate), né affermare che i laureati ‘tecnici’ siano, sosto sotto, dei trogloditi incapaci di sviluppare un pensiero critico e complesso. Se mi mettete davanti una tabella di economia vado in tilt e penso che il computo non vada fatto sulle generalizzazioni, ma sulle persone. Così come esistono economisti, giuristi e ingegneri brillanti, esistono filosofi, sociologi e antropologi ottusi e con cui è impossibile dialogare in modo costruttivo.

Voglio solo dire che una società che esclude a priori tutto quello che non può calcolare in termini utilitaristici si toglie tantissime opportunità.

Annunci

3 pensieri su “Il falso mito dell’utilitarismo. A che serve l’Università?

  1. […] Qualche mese fa scrivevo: «[…] una società con questa visione – e ci siamo dentro: periodicamente escono articoli contro le facoltà ‘inutili’, oppure che sponsorizzano l’abolizione del Liceo Classico – è una società che non avrà mai gli anticorpi e gli strumenti per cambiare paradigma, per immaginare un futuro, per agire sull’esistente. Una società così gestirà sempre e solo lo stato delle cose e non riuscirà ad accettare le alternative al mainstream». Insomma, siamo al solito discorso per cui stiamo rinunciando al nostro futuro e alla nostra capacità di rischiare. Stiamo rinunciando all’analisi della complessità anche attraverso gli strumenti della critica e della cultura. Stiamo rinunciando ad avere una ‘visione’ che vada oltre il semplice ‘compitino’ routinario, però tanto utile. […]

  2. Bel pezzo e concordo. Mi permetto solo due appunti.
    Il primo è che “Sociologia dell’ambiente e del territorio” di primo acchito suona tipo “Scienze politiche delle acque e dell’oceano” o “Antropologia delle foreste e delle aiuole”. E’ inevitabile che il primo pensiero vada alle anta cattedre assolutamente inutili che affollano il nostro panorama feudal-accademico. Poi magari, al di là del nome, è un corso pregno di senso e profondità 😀
    Il secondo è che per quanto sia vero che una società che finisca col vedere l’Università, e l’istruzione in senso lato, come un percorso di approfondimento solo tecnico, teso unicamente a garantire un lavoro sta rinunciando alla propria vitalità e al proprio futuro ma parte del pregiudizio si basa anche sulla pochezza della nostra intellighienza nazionale e della nostra industria culturale (perché, checche se ne possa pensare, anche la cultura ha bisogno di un tessuto industriale proprio per vivere).

    Osservando gli intellettuali e l’industria culturale nostra che giudizio può trarne il cittadino italiano della qualità delle istituzioni scolastiche che quello hanno prodotto? Ben scarso (con poche eccezioni). E qual è il primo istinto italico di fronte a una istituzione che si considera scarsa o inefficiente? Buttarla, distruggerla, farla fuori.

    Purtroppo la causa sacrosanta delle facoltà e degli insegnamenti umanistici si scontrano con un tare non da poco del nostro Paese, senza contare che, effettivamente, oggi come oggi (anche e soprattutto per le magagne del nostro sistema educativo e della pochezza dell’industria culturale di cui dicevo) fare il DAMS è, in prospettiva di come camperò, conduce a maggior incertezza che fare economia e ti dirò, con tutto il bene che ti voglio, che se le cose non dovessero cambiare (non riuscissimo a cambiarle) e un futuro un mio/a figlio/a dovesse dirmi “Voglio andare al DAMS” gli/le chiederei di rifletterci bene 😛

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...