L’imprevedibile virtù di leggere Carver. Riflessioni immediate su ‘Birdman’.

Sono andato a vedere Birdman senza aspettative se non quelle legate al fatto che a) è il classico film che vanno a vedere tutti; b) è il classico film che suscita pareri discordanti. In effetti è anche facile capire come mai. Probabilmente in queste righe farò degli [SPOILER] quindi nel caso fermatevi qui e se vi interessa sapere se mi è piaciuto o meno: sì, mi è piaciuto e per certi versi l’ho trovato anche parecchio interessante. In realtà mi ritrovo a scrivere a caldo quando tutto l’aspetto più sfacciatamente meta-cinematografico ancora non è andato via, e visto che si tratta di un buon 95% di film la cosa potrebbe farmi girare un po’ a vuoto. Ad esempio, sulla questione del piano-sequenza, togliamoci subito il dente: sì, ok, bravo e bello e tutto quanto, e capisco la necessità di usarlo per raccontare la stratificazione dei due vari mondi che vuoi raccontare, ma quando lo usi in questo modo cosa resta oltre il virtuosismo e la ridondanza? È una domanda aperta, non è una ‘domanda a tesi’. Poi, la questione sul mondo dello spettacolo e il sistema americano. Del resto anche io ho sempre trovato molto interessante la ‘zona grigia’ tra le varie arti americane, il racconto dei backstage (non amerei così tanto Aaron Sorkin), le riflessioni sul senso del successo «nel mondo diventato fiction» (il sottotitolo, fantastico, è proprio in relazione a questo: L’imprevedibile virtù dell’ignoranza) e il fatto di incanalare il racconto attraverso ‘tutti’ i racconti possibili (è un film che parla di una stella del cinema che parla costantemente di attori veri con nome e cognome vero e che cerca di guadagnarsi una nobiltà artistica volando da L.A. a N.Y. per fare un adattamento teatrale di un racconto di Raymond Carver: in effetti manca solo la televisione ma si parla molto di Internet con costante riferimento ai social network). Poi la questione dell’«attore» come corpo fondamentale (in un film che ti tira gomitate ogni minuto per farti ricordare che dietro questa mdp in costante movimento c’è Iñárritu). Michael Keaton che fa Michael Keaton che non ha ancora elaborato il lutto di non essere più Batman e di essere sostanzialmente un attore dimenticato; Edward Norton che fa Edward Norton, ovvero l’attore figo e impegnato che è capace di lavorare nel mainstream ma di essere anche quello apprezzato nell’universo di quelli che odiano le persone di successo intese come fenomeni mediatici. Tutta una discussione che forse è una faccenda solo e soltanto mia tra ironia e sincerità (New Sincerity? New realism? Una questione di ‘etichette’, come direbbe Michael Keaton aggredendomi in quanto critico). E poi c’è tutto l’aspetto legato a Raymond Carver, che secondo me è il centro nascosto della vicenda. E per nascosto non voglio dire occultato – anzi, mi sembra abbastanza sfacciato il fatto giri tutto attorno a quello – ma voglio dire che i racconti di Carver diventano il filtro privilegiato attraverso cui leggere ed analizzare un film del genere, perché permettono di mettere a posti gli spunti e riannodare i fili attorno a praticamente tutto. In effetti, mi rendo conto che attraverso Carver riannodi SEMPRE i fili attorno a praticamente tutto quindi forse Birdman è un racconto di 119 minuti sulla necessità di leggere Carver. E se così fosse io sarei anche d’accordo.

ps – mi rendo conto di non aver parlato di Emma Stone, ma su Emma Stone in questo film cosa vuoi dire se non piangere in un angolo per non poterla sposare?

birdman_movie_still

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