Siamo fatti per l’empatia

Gli esperimenti di laboratorio, insomma, indicano che quando gli individui sono messi nella condizione di potersi dettare le regole per la gestione delle risorse di proprietà comune, essi approdano intuitivamente a qualche variante dei principi progettuali che in tutto il mondo hanno dato forma e direzione alla gestione dei Commons. C’è di che sconcertare la maggior parte degli economisti, dato che la loro disciplina ha sposato l’idea di una natura umana essenzialmente egoista e di un individuo sempre intento a massimizzare la propria autonomia. Il solo pensiero che si possa scegliere liberamente di perseguire l’interesse collettivo è inconcepibile per molti economisti fautori del libero mercato. Potrebbe essere loro di qualche aiuto dare un’occhiata ai risultati delle ricerche dei biologi dell’evoluzione e degli scienziati neurocognitivi, i quali da vent’anni a questa parte stanno demolendo a suon di studi e di scoperte l’inveterata convinzione che ogni uomo sia, nella sua essenza, un’entità isolata che persegue il proprio utile girellando per il mercato in cerca di qualche occasione per sfruttare i suoi simili e arricchirsi. Stiamo capendo che l’uomo, con la sua neocorteccia molto estesa e di straordinaria complessità, è il più sociale di tutti gli esseri viventi. La peggiore punizione che si può infliggere a un essere umano è l’ostracismo. Gli scienziati cogniti spiegano che i nostri circuiti neurali sono cablati in modo plastico per provare la sofferenze empatica e che la nostra sopravvivenza evolutiva deve opto di più alla socialità collettiva che alle inclinazioni individualistiche. Lungi dall’essere un’anomalia, l’approccio del Commons alla gestione dell’attività economica sembra essere molto più in linea con i nostri istinti biologici di quanto lo sia il duro scenario di un mercato anonimo dove, in un gioco a somma zero, una mano invisibile premia meccanicamente l’egoismo.

(Jeremy Rifkin, La società a costo marginale zero, pp. 226-7)

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