Sicuri che #1992LaSerie faccia così schifo?

Dopo aver letto tutto quello che ho letto su ‪1992. LaSerie, lo ammetto, mi aspettavo di trovare davvero Gli occhi del cuore. E invece non ho ancora ben capito come mai questi primi due episodi vi abbiano fatto schifo. L’unica cosa che posso dire a sua colpa è una sciatteria evitabile e abbastanza fastidiosa in ben due momenti ([SPOILER] l’arrivo a Malpensa 2000 e il Palazzo della Regione nuovo durante una panoramica aerea [/SPOILER]). Ma al di là di tutto drammaturgicamente regge. La sotto-trama più ‘debole’ – il poliziotto assetato di vendetta – è però quella con l’attore migliore (Domenico Diele). Stefano Accorsi, nel ruolo del pubblicitario Leonardo Notte, funziona perché è proprio quella roba lì che fa quella roba lì (e adesso lo dico: smettiamola con questo mito dell’espressività, che è una stortura tutta nostra). La serie non ha, per ora, una scrittura geniale ma ha grandissimo ritmo, è coinvolgente, e orchestra molto bene le scene madri. E poi ha un uso della musica molto efficace. A Boosta puoi dire quello che vuoi (e io non posso certo dire di essere il suo più grande fan) ma non che non sappia cosa vuol dire mettere assieme una musica ad effetto e funzionale. E poi, diciamocelo, una serie che alla seconda puntata spara durante la sequenza chiave Taillights Fade dei Buffalo Tom (che se non conoscete vi invito a recuperare perché sono fantastici) non può non incontrare il mio favore.

L’intellettuale organico cristallizzato

Ieri si è parlato molto dell’intervista a Francesco Piccolo de l’Huffington Post, in cui lo scrittore vincitore del Premio Strega si scaglia contro Maurizio Landini, la sua manifestazione di piazza, la sua piattaforma ancora vaga e ‘in divenire’. «Un ritorno all’indietro, un atto reazionario e in definitiva il male della sinistra […] È uno scontro che si apre ogni volta che la sinistra si fa concreta, diventa di governo, e deve mettere in atto le cose. […] Landini si inscrive in una storia, la storia della sinistra dalle idee inermi perché non si misurano mai con la loro realizzazione». A questa ‘sinistra cristallizzata nella sua idea di purezza’, Piccolo contrappone una ‘sinistra di governo’ che, in estrema sintesi, «almeno fa qualcosa» per cui è meglio fare qualcosa che non fare niente. Prima di tutto, mi sento di rispondere con quanto dichiarato mesi fa a Panorama da Tullio De Mauro: la velocità è necessaria, ma essere veloci non vuol dire essere frettolosi. E spesso la ‘velocità che conosceremo’ – citando un libro di Eggers che pochi in realtà hanno letto – non è altro che sciatteria dovuta dall’ansia da prestazione e da dimostrazione. Come dice, curiosamente, uno dei ‘pensatori’ più vicini a Matteo Renzi, Giuliano Da Empoli nel suo ultimo La prova del potere: sono vent’anni che non facciamo che riformare, quando in realtà non è sempre necessario. L’argomento di Piccolo, quindi, presenta almeno tante pecche quanto quelle di cui accusa Landini, che qui non viene visto come un ‘dialogatore’ ma come un ‘oppositore’, un ‘avversario’. Ed è questo, a mio avviso, l’errore più grande, che deriva dalla sua tesi – ormai fortissima, dilagante, mainstream – dell’essere come tutti.

Nel suo ‘memoir’ vincitore del Premio Strega, Il desiderio di essere come tutti, Francesco Piccolo riflette sugli anni dell’impegno politico, sulla crisi della sinistra e su tutte le scelte sbagliate che l’hanno portata a ‘sbagliare sempre più forte’. Il problema endemico della sinistra, dice, è la ricerca della purezza assoluta, che la cristallizza, la porta a essere conservativa, immobile, pura e semplice estetica. Potrebbe non avere torto, se il pulpito non fosse quello di una generazione che non è riuscita a anteporre a tutto questo uno straccio di progetto sociale, di visione del mondo, di ideale cui tendere. Molti hanno letto il libro come un elogio della realpolitik, del compromesso (al ribasso), della giustificazione al ‘fare qualcosa’ in qualsiasi condizione. Io, invece, l’ho letto come un’amara e inconsapevole presa d’atto del fallimento di una generazione che voleva cambiare il mondo senza sapere bene come farlo diventare e adesso, accettato lo status quo, attacca tutto quello che vede come alieno a sé. Ma il problema sta nel vederlo come ‘alieno’, appunto. Ci sta lo scetticismo di chi ha visto esperimenti di questo tipo fallire ad ogni occasione. Ci sta meno leggere ogni manifestazione di dissenso come un freno, un odio, un male.

La questione, stringi stringi, è molto semplice. Francesco Piccolo si sta ritagliando – anche grazie a chi glielo sta ritagliando addosso – il ruolo dell’«intellettuale organico». In questo contesto, che nella sua estrema ‘innovazione linguistica’ si dimostra invece già a suo modo cristallizzato, adagiato, immobile, non sembra esserci più spazio per una riflessione che, per dirla con Marco Damilano, usa l’intuito del pensatore (sia esso uno scrittore, un regista, un opinionista) per cercare il punto di contraddizione. La visione di Piccolo sembra adagiarsi sul conformismo. E così facendo si resta fermi, si accetta tutto, si ha paura di ogni cosa perché se il nostro desiderio è quello di essere come tutti, quello che non è come noi ci spaventa e diventa il nemico. E allora ci arrocchiamo, ci chiudiamo, cerchiamo di conservarci. E anche le nostre idee ‘reali’, figlie della mescolanza, diventano a loro modo ‘pure’.

La contraddizione di essere-come-tutti (ancora Damilano)

Ma non è l’unico volto del declino, Berlusconi.
Nello stesso ventennio perdono la rappresentanza gli imprenditori più attenti al packaging che alla produzione da mettere nella scatola. Quelli che predicano ogni giorno innovazione e merito, agli altri, naturalmente. Finché i mondi si separano, tra quelli che rimpiangono il vecchio mondo dei salotti buoni e delle protezioni statali e chi come Sergio Marchionne se ne va via, lontano dall’Italia.
Dimenticano la rappresentanza i sindacati, ridotti a corporazioni di già garantiti, già tutelati, già inseriti, preoccupati di tenere sbarrata la porta d’accesso al mondo del lavoro. Egoismi di sigle e siglate, in lotta spesso contro i più vicini di categoria, per strappare una piccola garanzia in più, e al diavolo l’interesse generale, o almeno l’interesse crescente di chi sta ancora fuori e non ha più la speranza di entrare, il Quinto Stato degli esclusi, i senza cittadinanza del lavoro, i giovani casuali che crescono nelle classifiche della disoccupazione, quasi uno su due, il quaranta per cento, senza un contratto di nessun tipo.
Si volatilizza la rappresentanza tra gli intellettuali, gli scrittori, i registi, incapaci di raccontare e interpretare l’Italia, con un immaginario che ruota attorno alle loro angosce esistenziali da lettori di giornali, attenti a far rimbalzare il loro ombelico sui social network o a contendersi il premio Strega. Oltre a quello economico c’è anche l’impoverimento creativo. Gli intellettuali precedenti come Pasolini o Sciascia usavano il loro intuito per cercare il punto di contraddizione, quelli successivi si adagiano sul conformismo. I più adulti sono ormai diventati con le generazioni successive più prescrittivi dei maestri della tv in bianco e nero, hanno spostato il loro moralismo dalla politica, dove ormai sono comodamente accasati, ai figli. I più giovani desiderano, semplicemente, essere-come-tutti.

Marco Damilano, La repubblica del selfie, Rizzoli 2015, pp. 166-7

Il patrimonio Vuoto della repubblica dei selfie

La nuova razza padrona che ha il volto di Matteo Renzi si presenta senza passato, avida di presente, proiettata nel futuro. Detesta il fardello della memoria, rifiuta la responsabilità dei decenni precedenti: noi non c’eravamo, ripete. Invece va inserita in una storia. In questa che arriva da lontano, un lunghissimo processo che attraversa gli ultimi anni Settanta, gli Ottanta e i Novanta fino a Tangentopoli. E in quella più recente, il crac di una classe dirigente provocato dalla crisi economica e da un divorzio irreparabile tra cittadini ed establishment. In tutta Europa la crisi ha portato alla nascita di nuovi partiti: Syriza in Grecia e Podemos in Spagna, guidati da leader coetanei di Renzi. Ma solo in Italia tutto questo avviene dopo quarant’anni di Vuoto. C’è stata la Repubblica dei partiti, che aveva come religione la Rappresentanza. Poi è arrivata la Repubblica del Cavaliere, fondata sulla Rappresentazione. Quella che sta nascendo è la Repubblica dell’Auto-Rappresentazione. Una Selfie-Repubblica, con un’unica bandiera: l’Io. Quella di Renzi è una generazione di mezzo, nata tra la fine di un secolo e l’inizio di un altro. Cresciuta tra riflussi, palingenesi annunciate, rivoluzioni soltanto giudiziarie, grandi riforme rimaste nei cassetti, nuovi miracoli mai avverati, nella paura del grande crollo, nella rapacità con cui si puma a cogliere l’Occasione, grande o piccola che sia. È questo il patrimonio che ha ricevuto dagli ultimi quarant’anni di storia italiana. Il Vuoto.

Marco Damilano, La repubblica del selfie, Rizzoli 2015, p. 10

Mobilitazione cognitiva

Per il buon governo dell’Italia serve, dunque, un partito di sinistra saldamente radicato nel territorio che, essendo animato dalla partecipazione e dal volontariato di chi lavora altrove, e traendo da ciò la propria legittimazione e dagli iscritti parte rilevante del proprio finanziamento, torni, come nei partiti di massa del passato, a essere non solo strumento di selezione dei componenti degli organi costituzionali dello stato, ma anche “sfidante dello stato stesso” attraverso l’elaborazione e la rivendicazione di soluzioni per l’azione pubblica. Ma che realizzi questo obiettivo in modo radicalmente innovativo, sviluppando un tratto che nei partiti di massa tendeva a rimanere circoscritto alle “avanguardie”: realizzando una ‘mobilitazione cognitiva’.
Un simile partito risponde alle caratteristiche e alla domande della società contemporanea. Una società dove, al permanere di gravi divari sociali e di uno squilibrio di potere fra lavoro (e lavori) e capitale, si accompagnano livelli di istruzioni medi assai più elevati del passato, una forte diversificazione degli interessi e delle identità, un’enfasi robusta degli individui sul proprio “io” – figlia degli anni sessanta, prima delle distorsioni del “trentennio liberista” – il moltiplicarsi di soluzioni contestualizzate nella produzione di servizi pubblici un tempo uniformi, tecnologie che facilitano tale diversificazione e la diffusione tempestiva di conoscenze su di essere e sui loro esiti. Sono le stesse trasformazioni che concorrono a spiegare la crisi del partito di massa, e che rendono invece praticabile il partito mobilitatore di conoscenze.

Fabrizio Barca, La Traversata, Feltrinelli 2013, p. 79.

Ci vediamo al Birrificio Metzger (via Bogetto 4/g, Torino) alle 15:30, assieme a Daniele Viotti e tanti altri.

(link evento: http://goo.gl/jNlvWh)

E noi podemos?

Leggendo l’interessante reportage di Alessandro Gilioli su Podemos, che trovate su L’Espresso di questa settimana, emergono tutte le differenze – anche di spessore intellettuale e capacità di analisi – tra chi vuole fare la Sinistra e chi la sinistra la fa senza dirlo. Uno può entrare nel merito o meno delle singole proposte (io ad esempio su molte sono d’accordissimo, su altre meno, ma ci sta), ma è indubbio che questo partito – che in Italia, nota bene, verrebbe considerato «un partito dei professori», visto che si tratta di ricercatori di varie Scienze Sociali dell’università Complutense di Madrid – rappresenti uno ‘shock culturale’ per certi versi maggiore di quello rappresentato da Alexis Tsipras in Grecia. La domanda che si fanno tutti, da noi, ovviamente è: «e noi podemos?». A questo risponde non tanto Alessandro, quanto Carlos Falcon, direttore di Diario Público, giornale vicino a Iglesias: «In Italia è troppo tardi». E lo fa non con una mera analisi di spazi elettorali e flussi di voto, quando con un’analisi teorica sull’egemonia culturale di questo paese:

L’appuntamento con la storia voi l’avete avuto vent’anni fa, quando è crollata la Prima repubblica come da noi oggi sta precipitando il bipartitismo. Solo che in Italia la risposta è stata Berlusconi, con le sue tv: quindi ha vinto il populismo di destra. a nostra Tangentopoli è invece scoppiata nell’era di Internet, in un contesto di cittadinanza che si informa e si organizza autonomamente, senza farsi influenzare dai grandi media.

Forse un po’ troppo apocalittico, e con toni eccessivamente complottistici, ma lo spunto è interessante e centrato. Ovviamente l’analisi meriterebbe ampio spazio e la discussione, soprattutto da noi, mi sembra essere arrivata a un punto in cui si possono già azzardare delle ‘strade future’. Ciò detto, resta comprensibile lo scetticismo sul replicare le esperienze che altrove hanno successo semplicemente attaccandoci etichette alla moda. Non funziona.

Torino incontra Barca

Ci sono tanti modi di fare politica. Anche all’interno di un partito come il PD, che nell’ultimo anno ha affrontato diversi ‘momenti di passaggio’ che lo stanno riconfigurando in un modo che ancora non sappiamo bene come potrebbe essere. È chiaro che in un momento del genere ogni idea, ogni contributo, ogni passo in avanti è un fondamentale per capire cosa vogliamo da questo partito, come possiamo pensare il rapporto tra politica e amministrazione, e come si possano mettere ‘in rete’ (per usare un’immagine abusata a sproposito) conoscenze e buone pratiche. Noi cerchiamo di dare la nostra idea questa domenica, a partire dalle 15.30, quando allo spazio del Birrificio Metzger Centro di Cultura Contemporanea (via Bogetto 4/g, Torino) incontreremo Fabrizio Barca. Il progetto di Barca, iniziato un anno fa con un lungo viaggio lungo l’Italia, sfociato poi nel percorso dei Luoghi Ideali, attorno al concetto della ‘mobilitazione cognitiva’, vuole proprio ragionare su un partito che sia in grado di mettere in rete le conoscenze e le buone pratiche che, partendo dai problemi locali, possano diventare prassi consolidate, non eccezioni, ma regole.

Con lui Daniele Viotti, a chiusura di un pomeriggio che porterà alcune delle buone esperienze tra amministrazione e politica raccolte sul territorio, di cui parleranno, moderati da Ilda Curti, Paola Parmentola, Claudio Cerrato, Elena Ceretto Castigliano, Daniela Todarello, Fosca Nomis, Giorgia D’Errico, Livio Cognolato, Andrea Demasi e Ermanno Torre.

Secondo me vale la pena venire a dare un’occhiata.

(link evento: http://goo.gl/jNlvWh)

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