Il patrimonio Vuoto della repubblica dei selfie

La nuova razza padrona che ha il volto di Matteo Renzi si presenta senza passato, avida di presente, proiettata nel futuro. Detesta il fardello della memoria, rifiuta la responsabilità dei decenni precedenti: noi non c’eravamo, ripete. Invece va inserita in una storia. In questa che arriva da lontano, un lunghissimo processo che attraversa gli ultimi anni Settanta, gli Ottanta e i Novanta fino a Tangentopoli. E in quella più recente, il crac di una classe dirigente provocato dalla crisi economica e da un divorzio irreparabile tra cittadini ed establishment. In tutta Europa la crisi ha portato alla nascita di nuovi partiti: Syriza in Grecia e Podemos in Spagna, guidati da leader coetanei di Renzi. Ma solo in Italia tutto questo avviene dopo quarant’anni di Vuoto. C’è stata la Repubblica dei partiti, che aveva come religione la Rappresentanza. Poi è arrivata la Repubblica del Cavaliere, fondata sulla Rappresentazione. Quella che sta nascendo è la Repubblica dell’Auto-Rappresentazione. Una Selfie-Repubblica, con un’unica bandiera: l’Io. Quella di Renzi è una generazione di mezzo, nata tra la fine di un secolo e l’inizio di un altro. Cresciuta tra riflussi, palingenesi annunciate, rivoluzioni soltanto giudiziarie, grandi riforme rimaste nei cassetti, nuovi miracoli mai avverati, nella paura del grande crollo, nella rapacità con cui si puma a cogliere l’Occasione, grande o piccola che sia. È questo il patrimonio che ha ricevuto dagli ultimi quarant’anni di storia italiana. Il Vuoto.

Marco Damilano, La repubblica del selfie, Rizzoli 2015, p. 10

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