La contraddizione di essere-come-tutti (ancora Damilano)

Ma non è l’unico volto del declino, Berlusconi.
Nello stesso ventennio perdono la rappresentanza gli imprenditori più attenti al packaging che alla produzione da mettere nella scatola. Quelli che predicano ogni giorno innovazione e merito, agli altri, naturalmente. Finché i mondi si separano, tra quelli che rimpiangono il vecchio mondo dei salotti buoni e delle protezioni statali e chi come Sergio Marchionne se ne va via, lontano dall’Italia.
Dimenticano la rappresentanza i sindacati, ridotti a corporazioni di già garantiti, già tutelati, già inseriti, preoccupati di tenere sbarrata la porta d’accesso al mondo del lavoro. Egoismi di sigle e siglate, in lotta spesso contro i più vicini di categoria, per strappare una piccola garanzia in più, e al diavolo l’interesse generale, o almeno l’interesse crescente di chi sta ancora fuori e non ha più la speranza di entrare, il Quinto Stato degli esclusi, i senza cittadinanza del lavoro, i giovani casuali che crescono nelle classifiche della disoccupazione, quasi uno su due, il quaranta per cento, senza un contratto di nessun tipo.
Si volatilizza la rappresentanza tra gli intellettuali, gli scrittori, i registi, incapaci di raccontare e interpretare l’Italia, con un immaginario che ruota attorno alle loro angosce esistenziali da lettori di giornali, attenti a far rimbalzare il loro ombelico sui social network o a contendersi il premio Strega. Oltre a quello economico c’è anche l’impoverimento creativo. Gli intellettuali precedenti come Pasolini o Sciascia usavano il loro intuito per cercare il punto di contraddizione, quelli successivi si adagiano sul conformismo. I più adulti sono ormai diventati con le generazioni successive più prescrittivi dei maestri della tv in bianco e nero, hanno spostato il loro moralismo dalla politica, dove ormai sono comodamente accasati, ai figli. I più giovani desiderano, semplicemente, essere-come-tutti.

Marco Damilano, La repubblica del selfie, Rizzoli 2015, pp. 166-7

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