La spataffiata ambientalista del Sabato sera

Una delle questioni su cui sono più sensibile e su cui sono più ossessionato – nel bene e nel male – è l’ambientalismo (e i suoi derivati: dall’iperconsumismo all’ultra-sviluppo). Non sono uno di quelli che ti guarda male se non sei al 100% sostenibile, ma penso sia uno dei grandi temi che la politica, la cultura e la civiltà del 2015 deve affrontare. Anno dopo anno, l’Earth Overshoot Day (il giorno in cui il mondo finisce le risorse calcolate per quell’anno e va a debito, e così via) arriva sempre prima. Anno dopo anno, arrivano appelli sulla necessità di limitare il consumo di risorse naturali, di acqua, di petrolio. Anno dopo anno, l’umanità è sempre più dipendente dall’energia e cerca di inseguire l’ideale della crescità «no matter what» senza considerare le conseguenze delle azioni che questo dogma può avere nel lungo periodo. Nessun latouchismo di ritorno, per carità. Ma pensare di poter continuare a consumare a questo ritmo, per un pianeta che arriverà a breve a contare 10 miliardi di abitanti, è pericolosamente insostenibile. E la cosa ancora meno sostenibile è il prezzo dell’ignoranza. È un tema che non scalda i cuori – ma alla fine volete dirmi che cazzo vi interessa? – e, per di più, continua a essere visto come un non problema. Permettetemi di raccontarvi un aneddoto. Due anni fa circa mi sono ritrovato a parlare con alcune persone di politica. Erano persone che, legittimamente, la pensavano diversamente da me. E molti mi stavano chiedendo perché avevo deciso di sostenere la mozione congressuale di Pippo Civati: «del resto, questa volta abbiamo l’opportunità di votare uno che ‘finalmente fa qualcosa’ [Renzi, ndr], perché non ti va?». E tra la varie questioni che mi avevano portato a scegliere quelle 70 pagine, c’era la questione ambientale. L’interesse molto marcato sul global warming e la necessità di riflettere sui ‘limiti’ dello sviluppo. L’ambientalismo, in quelle pagine, non solo era presente, ma era un motore propulsivo e propositivo. Non il solito lamento. Discutemmo della questione per alcuni minuti, e io portai all’attenzione il tema del consumo del petrolio. Al che i miei interlocutori – tutte persone dal livello di istruzione medio/alto – mi guardano, strabuzzano gli occhi e mi dicono: «Ma non ti preoccupare! C’è petrolio a sufficienza per vivere sereni per TRENT’ANNI». E stiamo parlando di persone che hanno fatto studi su questa materia e si occupano a vari livelli di questioni inerenti allo sviluppo e all’innovazione. TRENT’ANNI. E allora non è un problema. Perché sì, perché noi abitiamo e viviamo questo mondo e poi ce ne andiamo e tanti saluti. Dimenticando che fra trent’anni ne avremo sessanta e ne vivremo almeno altri trenta, salvo scongiuri. Senza dimenticare i figli. Senza dimenticare che non c’è solo il petrolio ma anche l’acqua, ma anche le emissioni di gas serra, ma anche gli sconvolgimenti ambientali che hanno difatto ridefinito il quadro accelerando il ritmo della nostra adattabilità (l’uomo è un animale adattabile, ma forse adesso la tecnologia ci ha costruito un mondo che non siamo ancora in grado di ‘vivere’ col nostro corpo). Insomma, il problema rimandato perché ci sono ancora TRENT’ANNI. Ad essere ottimisti. E si rimanda perché non scalda, perché è noioso, perché è un argomento da gufo. E non l’opportunità di pensare a un mondo diverso, a uno sviluppo diverso, a una vita diversa. Io mi sento responsabile di ogni mia azione quotidiana e mi sento responsabile di come lascerò questo mondo quando toglierò gentilmente il disturbo. Il fatto che molti miei coetanei pensino che questo tema sia semplice allarmismo un po’ mi avvilisce. Poi vedo questa galleria fotografica del Guardian e direi che non c’è molto altro da aggiungere. E sapete qual è la cosa che mi manda ancora più fuori di testa? È che sono sicuro che le persone con cui ho fatto questo discorso, la frase sui TRENT’ANNI nemmeno se la ricordano più. Io invece ce l’ho ancora piantata in testa e più passa il tempo meno ci posso credere.

link: http://goo.gl/jDbL9e

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