La spataffiata sull’Italicum. Una questione di metodo.

La questione della Fiducia sulla legge elettorale è una questione di stile, una questione di metodo. Chiamatemi ingenuo, ma sono sempre stato convinto che il ‘modo’ in cui si fanno le cose sia parte integrante e determinate di quello che fai. E non devo nemmeno inventarmi esempi per farvi capire cosa intendo. Porre la Fiducia sulla legge elettorale è ‘bullismo’ allo stato puro. Come scrive Marco Damilano su L’Espresso, la maledizione di un Premier costretto a interpretare costantemente se stesso. Come sottolinea Ezio Mauro su la Repubblica, non un segnale di forza ma un gesto di estrema debolezza politica. La prova di forza, infatti, arriva là dove si teme di non portare a casa il risultato con un consenso che – e non sono tanti quelli che lo fanno notare – anche con le ipotetiche defezioni della «minoranza PD» il governo ha comunque alla Camera dei Deputati. Porre la Fiducia, e quindi porre l’ennesimo referendum su Matteo Renzi, è un gesto di grande arroganza proprio perché non dovrebbe esserci nessun referendum sul Presidente del Consiglio rivolto al partito di cui il Presidente del Consiglio è espressione. Perché capiamoci, questa Fiducia non è per nessun’altra che per il Partito Democratico. Ed è soprattutto l’ennesima mossa mediatica. Se il governo cade sulla legge elettorale, è colpa di chi si è preoccupato più dei loro privilegi che dei diritti dei lavoratori. Se il governo non cade sulla legge elettorale, i dissidenti si sono allineati perché preoccupati dei loro privilegi più che dei diritti dei lavoratori. Ma non bisogna essere un navigato spin-doctor per capire da soli che i governi, anche quelli più deboli, non cadono su una legge elettorale. Perché sarebbe davvero un suicidio politico. Per tutti.

Quindi perché la Fiducia? Per portare a casa la legge elettorale in fretta e furia e tornare alle urne? Soprattutto con una legge elettorale disegnata ‘su misura’ per un leader dal fortissimo consenso e dai modi ancora più forti come Matteo Renzi? Altrimenti come mai tutta questa fretta? A chi giova? A che serve stressare il dibattito in un periodo in cui – e qui sì, divento benaltrista – le priorità su cui focalizzare l’opinione pubblica sarebbero ‪#‎benaltre‬? Non entro nel merito dell’Italicum, non è questo il punto. Quello che non capisco è perché si leggano ovunque pareri che affermano che la legge elettorale non è bella né perfetta, ma che bisogna approvarla. Perché? Non capisco la logica del «fare tanto per fare» e non capisco nemmeno la logica della ‘forzatura’ e della prova di forza attorno a procedimenti che invece avrebbero per definizione bisogno di consenso ampio e concertazione anche lunga, anche noiosa, anche ‘vecchia’. Sì. Ecco, l’ho detto. E sì, probabilmente alcune richieste della minoranza PD (che tra l’altro nella notte già si è spaccata sull’atteggiamento da tenere sulla Fiducia) sono state accolte nella legge elettorale, ma se il clima ‘doveva’ essere sereno, allora perché sostituire i dissidenti in Commissione? Perché far ritirare gli emendamenti? Perché temere i ‘franchi tiratori’ ponendo un voto di Fiducia che, di fatto, galvanizzerebbe proprio quei ‘franchi tiratori’ che si vorrebbero evitare? E no, mi dispiace, ma non credo alla favola dell’eterna cattiva fede di chi vorrebbe solo e sempre impallinare Renzi.

Inoltre c’è una cosa che mi ha sempre dato molto fastidio, oltre alle questioni di metodo, di modo e di stile. Ed è citare a sproposito. La politica lo fa costantemente, ma adesso sembra diventata davvero una cifra stilistica. Non solo i libri, i concetti teorici, le questioni filosofiche messe a caso solo per apparire contemporanei ‘per definizione’. Ma anche i precedenti storici, cercare sempre la giustificazione citando quello che ha fatto «la Storia» dimenticandosi totalmente che ogni cosa nasce e si compie in un contesto specifico, che muta e cambia, e con delle condizioni specifiche che non sono mai uguali nel tempo. E che non serve a niente applicare alla complessità dell’oggi le soluzioni utili alla complessità di ieri.

L’Italicum passerà. È inevitabile. E tutto questo leaderismo probabilmente pagherà oggi, in termini di consenso elettorale. Ma cosa resterà di tutto questo domani? E dopodomani? Come ha scritto un mio contatto su Facebook, ed è una cosa che ho più volte scritto a più riprese io stesso: «Non credo ci sia un disegno eversivo, autoritario, dietro alle riforme. Il mio timore è che non vi sia proprio un disegno. Che il Governo – e il mio attuale partito – non abbia un’idea di Paese, se non vaghi richiami a valori e sentimenti generici. Cosa buona e giusta, necessaria, ma non sufficiente».

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