Quest’anno non vado al Primavera, e rosico molto

Come (quasi) tutti, ho un gruppo preferito.
Ce ne sono tanti, eh, di gruppi che mi hanno cambiato la vita. Che hanno significato molto. Che hanno accompagnato i momenti di passaggio o che semplicemente erano lì quando ce n’era bisogno. Quando ne avevo bisogno.
Ma se uno spuntasse fuori dal nulla e mi chiedesse – prendendomi alla sprovvista – quale sia il mio gruppo preferito di sempre e di tutti i tempi, beh, saprei benissimo cosa rispondere.
Sono i Replacements.
Non sto a ribadire per l’ennesima volta i motivi per cui questi scappati di casa di Minneapolis siano diventati la mia band preferita di sempre, non sto nemmeno ad elencare tutte le canzoni che potenzialmente inserirei in una compilation da suonare come colonna sonora della mia vita (per dire, i primi anni di Università li ho passati con il rituale molto sciocco di andare agli esami con l’iPod e un loro disco suonato). Basta che andiate su YouTube o su Spotify e ne cerchiate una a caso. E se non vi piacciono, beh, è un problema vostro.
I Replacements si sono riuniti qualche tempo fa. Per una buona causa (la raccolta fondi per le cure per il cancro di Slim Dunlap, il secondo chitarrista). E poi hanno cominciato a suonare in giro. E io ero scettico, perché mi sentivo ‘tradito’ di un sapere e una passione che vedevo mia e soltanto mia. Come se fossi l’unico in grado di capirli per davvero (io, un trentenne di Torino che quando la band si è sciolta per la prima volta aveva 5 anni). Poi ho visto i filmati su YouTube e ho capito che vederli dal vivo sarebbe stato il cerchio perfetto. La chiusura di un percorso, di un processo, di un capitolo. Sarebbe stato significativo al di là del fatto che non avrei capito niente dal momento dell’attacco di Takin’ a Ride (iniziano con quella) alla chiusura. Che non so nemmeno pensarci come ne sarei uscito. Tipo: «Ok, io me ne vado» e non vedo più concerti. Per sempre.
Ecco. Una cosa del genere.
E infatti i Replacements suonano al Primavera Sound Festival di Barcellona, dove da nove anni non manco quasi mai.
Quasi.
Perché dalla prima volta che ci sono andato (2006) l’ho saltato due volte. La prima non mi interessava nemmeno troppo. La seconda sarà quest’anno.
L’anno dei Replacements.
E io non ci sono.
E alla fine so già che starò malissimo, che non vorrò sentire niente e nessuno, che toglierò tutti gli aggiornamenti e rifiuterò di sentire report di quanto siano stati fantastici (o no) e di come io mi sia perso QUALCOSA. Grazie, amici, lo so già. Ma poi passa.
Ed è effettivamente la cosa più ‘da Replacements’ che potessi fare.
Bastards of Young fino in fondo, proprio.

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Ireland votes YES

In una puntata dei Simpson, Bart viene espulso dalla scuola e l’unico modo per fargli continuare il percorso è mandarlo ad una scuola privata. Una scuola cattolica. La famiglia Simpson è protestante (o qualcosa del genere) e sia Marge che il reverendo Lovejoy sono preoccupati dall’influenza che il cattolicesimo possa avere sul ragazzo. Ad un certo punto Marge ha un incubo, e sogna la famiglia Simpson in paradiso, divisa per confessione. Marge si trova nel «paradiso protestante», con gli inglesi che beveno il the, giocano a croquet e sono tutti altezzosi e noiosissimi. Bart, dal canto suo, finisce nel «paradiso cattolico», dove ci sono gli italiani che mangiano rumorosamente e urlano, gli spagnoli che ballano e si divertono e gli irlandesi che si picchiano, bevono birra e fanno casino.

Ecco, gli irlandesi.

Gli irlandesi sono molto cattolici.

Molto. Forse addirittura più di noi.

Eppure oggi gli irlandesi hanno votato in massa a un referendum che chiede di mettere il matrimonio tra persone dello stesso sesso in Costituzione. Il matrimonio. Non le Unioni Civili. Non le «civil partnership alla tedesca». Non i DICO, i PACS, i QUALCOSA. Il matrimonio.

Quello per cui basterebbe solo un codicillo per rendere tutto uguale e finirla, così, di discriminare tra cittadini di Serie A e Serie B. 

Sì, proprio quella roba lì.

Forse ha ragione chi afferma che mettere un referendum per una questione di diritti non è lo strumento migliore. Però oggi è un giorno importante. Un paese molto cattolico, che solo nel 1993 criminalizzava i gay, oggi mette in costituzione il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E non è nemmeno una questione di fede, di chiesa, di altro. È una questione di civiltà. Punto.

 (L’immagine è una cartolina pubblicata sul profilo Facebook di Daniele Viotti, eurodeputato del PD molto attivo sul tema dell’uguaglianza dei diritti civili) 

Forse non è questo il caso

Qualche giorno fa Matteo Salvini ha polemizzato con Angelino Alfano. Il ministro dell’Interno avrebbe rinfacciato al segretario federale della Lega Nord di non essere laureato. In questo scontro fra titani del pensiero occidentale sono parecchie le cose che fanno ridere. Ad esempio il fatto che Alfano rivendichi la sua superiorità con un titolo di studio che la sua formazione politica sono anni che sta cercando di delegittimare in ogni modo. Sia dal punto di vista legislativo, sia dal punto di vista culturale e politico. Oppure il fatto che Salvini ne esca molto meglio accusando Alfano di essere elitario e snob, e affermando – giustamente – che attaccare una persona sui titoli di studio è da poveretti. Questo paese è bellissimo. Anche perché, come direbbe De Gregori, «non è certo da questi particolari che si giudica un giocatore». Ed è verissimo. Ad esempio Furio Jesi non ha mai avuto bisogno di una laurea (né tantomeno di un diploma) per diventare uno dei più importanti intellettuali italiani del suo tempo, e non solo.
Però, ecco, forse non è questo il caso.

La malattia senile del giornalismo

Tutti stanno commentando l’intervista di Ferruccio De Bortoli al Fatto Quotidiano citando i passaggi su Matteo Renzi, sul trasformismo, sull’Italicum e sul Partito della Nazione. Tutto giusto. Del resto, all’ex direttore del Corriere potremmo imputare quella tendenza dell’«a posteriori» per cui prima si saluta una novità per il semplice fatto che è una novità e poi si fa marcia indietro. A questo riguardo c’è un passaggio che non verrà considerato moltissimo, perché l’attualità è un’altra. Però è un passaggio significativo per quanto riguarda il senso del fare giornalismo e del fare/farsi domande:

La malattia senile del giornalismo si manifesta quando accade qualcosa e tu pensi di sapere già come andrà a finire. Invece ti devi stupire, sempre. Quando giudichi dall’alto, con la giacca e la cravatta, come faccio io, sei superficiale, superbo. E alla fine fai male il tuo mestiere

Già.
Ma come diceva quel tale, avere ragione troppo presto o troppo tardi è inutile (… o forse no?).

Cambiare il campo di gioco, completamente. Non solo nella musica.

Nel 2002 viene pubblicato Losing My Edge, primo singolo degli LCD Soundsystem, quella che sarà una delle band più significative degli anni Zero. Simon Reynolds ha scritto di questa canzone come il lamento di un musicista «[…] dolorosamente consapevole che le proprie conoscenze occulte sono minacciate dalle nuove generazioni» (Retromania, p.193). Ad un certo punto, però, nella canzone, nell’elenco delle rivendicazioni del protagonista, per cui “l’esserci stato prima” diventa valore assoluto, arriva questa frase:

I was the first guy playing Daft Punk to the rock kids.
I played it at CBGB’s.
Everybody thought I was crazy.

Un totale ribaltamento del campo di gioco. Non una semplice contrapposizione. Non una semplice provocazione.
Ecco, questo è solo un esempio. Eppure penso che si debba partire da una prospettiva del genere.
E non sto parlando (solo) di musica.

L’unica balena bianca con cui si può avere a che fare

Alcuni anni fa – lasciamo perdere precisamente quanti – avendo poco o punto denaro nel borsellino e nulla in particolare che m’interessasse a terra, pensai di far vela qua e là per un po’ e andarmene a vedere la parte acquea del mondo. È un sistema che ho io per scacciare l’umore nero e regolare la circolazione. Ogni qualvolta che m’accorgo di star volgendo la bocca al torvo, ogniqualvolta che nell’anima mia umido e piovigginoso s’instaura novembre, ogniqualvolta che m’accorgo di soffermarmi involontariamente davanti ai magazzini di bare e di accodarmi a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogniqualvolta la mia “ipo” prende un sopravvento tale su di me che c’è bisogno d’un vigoroso principio morale per impedirmi di scendere intenzionalmente in strada e metodicamente sbatter giù il cappello dal capo alla gente… allora stimo sia ormai tempo di mettermi in mare al più presto possibile. Questo è il mio sostituto della pistola e della pallottola.

Herman Melville, Moby Dick