L’evidenza di quel muro

Dunque non esisterà forse un Assoluto, o se esiste non sarà né pensabile né attendibile, ma esistono delle forze naturali che assecondano o sfidano le nostre interpretazioni. Se io interpreto una porta aperta dipinta in trompe-l’oeil come una porta vera e vado dritto per attraversala, quel fatto che è il muro impenetrabile delegittimerà la mia interpretazione.
Ci deve essere un modo in cui le cose stanno o vanno – e la prova è non solo che tutti gli uomini sono mortali ma anche che, se tento di passare attraverso un muro, mi rompo il setto nasale. La morte e quel muro sono l’unica forma di Assoluto di cui non possiamo dubitare.
L’evidenza di quel muro, che ci dice “no” quando noi vogliamo interpretarlo come se non ci fosse, sarà forse criterio di verità assai modesto per i custodi dell’Assoluto, ma, per parafrasare Keats, “questo è tutto ciò che voi sapete in terra e tutto ciò che vi occorre sapere”.

(Umberto Eco, «Assoluto e Relativo» in Costruire il nemico. E altri scritti occasionali, Bompiani 2012, p. 65)

Annunci

Torneo di biliardino democratico alla festa de l’Unità

11222054_10207357325081540_5626937935996009603_n– Il renziano gioca solo ed esclusivamente in attacco. Mani in posizione tattica per «tirare più forte», fa i ganci e frulla, ma quando frulla dice sempre di aver fatto «solo mezzo giro». Quando fa gol esulta rumorosamente.
– Il giovane turco gioca in difesa, principalmente in squadra col renziano, ed è pronto a beccarsi i suoi improperi ogni volta che rallenta il gioco, reo di non voler fare le riforme adesso!, perché prima o poi quel’altro capirà i vantaggi della melina.
– Il bersaniano si presta malvolentieri ma per spirito di servizio, vorrebbe restare a vedere il film di Nanni Moretti all’aperto ma manca uno per chiudere la squadra. Quando subisce gol la prende con filosofia, in fondo gli altri quando segnano sono felici.
– Il renziano della sesta ora passa di lì e cerca di sostituire il giovane turco perché solo lui può aiutare con una difesa «d’attacco» l’amico che vuole cambiare verso al biliardino, ed è pronto a giustificare ogni cosa. Anche le frulle («ha fatto solo mezzo giro, dai!»).
– Il cuperliano lo stanno ancora cercando, non era nemmeno alla libreria, che quest’anno aveva pochi saggi di attualità e libri di filosofia.
– Il sostenitore di Franceschini non gioca, ma è pronto a schierarsi col vincitore dicendo comunque di averlo sostenuto da sempre.
– Il dalemiano non gioca ma ordisce un piano perfetto per vincere senza partecipare ma quando l’ha messo a punto si rende conto che il torneo è finito e sono tutti andati a casa.
– Quello di ReteDem, che ha appena finito l’apertivo, fa una squadra con l’amico di SEL che si porta sempre dietro sperando in un’operazione corsara per il recupero della sinistra, giocando di contropiede ed evocando lo spirito di Zdenek Zeman. A calciobalilla. Finiranno ultimi ma consapevoli di aver giocato meglio.

Il suono di una generazione

Mettiamola così, allora. Alcune generazioni sono cresciute e cambiate sentendo sullo sfondo della loro vita certe canzoni. Ancora adesso, disincantati come siamo, sappiamo per istinto che quelle canzoni fanno parte di una memoria che ogni tanto si riaccende, facendo risuonare musica e parole. Quasi nessuno è esente dalla modesta ma irresistibile suggestione dettata dal ricordo di una melodia e di una voce. Si può essere autorevoli e professionali, successful e prestigiosi, accreditati o discussi, appagati oppure inquieti, ma il sottofondo musicale durante una cena al ristorante, la voce che casualmente esce da un’autoradio, qualche conversazione svagata nelle serate fra amici riportano sempre un frammento di canzone che mette in moto i gioco delle associazioni e dei ricordi.

Edmondo Berselli, Canzoni. Storia dell’Italia leggera (Il Mulino, p.8)

Per rimettere assieme i pezzi

Da un lato c’è la retorica di quelli che ad un certo punto hanno cominciato a prendere in mano le chitarre senza saperle suonare perché l’importante era avere qualcosa da dire (anche se faceva schifo). Dall’altro c’è la retorica di quelli che pensano che nella musica la cosa più importante sia legata agli aspetti del linguaggio, e quindi alla grammatica, e quindi alla tecnica in senso stretto del suonare. Poi, però, c’è tutto il mondo in mezzo, e tutto l’universo delle sfumature e delle cose che trascendono perché sono semplicemente le cose giuste al momento giusto. Prendi Bruce Springsteen. Lui sa suonare, davvero. E sa scrivere, indubbiamente. Prendi Independence Day, Drive All Night o prendi Jungleland. Sapete cos’hanno in comune queste tre canzoni, oltre ad essere bellissime? Hanno un solo di sassofono. Il sassofono di Springsteen è Clarence Clemons, uno che nella storia della musica viene considerato un miracolato al pari di Ringo Starr (che poi suonala tu la batteria come Ringo Starr, eh) perché scarso. Dicono. Prendete quelle tre canzoni, arrivate al solo. Sono poche note, sono sempre poche note e si assomigliano sempre molto tra di loro, i soli di Clemons. Però lì dentro non si apre il mondo, si apre l’universo. Quando attacca quella nota lì in Jungleland, tirata fino a farsi scoppiare i polmoni (con quella session di registrazione eterna), ecco, in quel momento scatta il famoso momento perfetto che se scrivi canzoni devi devi devi spasmodicamente ricercare. Perché se no stai cazzeggiando. Ecco. Alla fine chi ha ragione? Forse chi se ne frega delle retoriche e cerca di mettere tutto l’impegno e tutto il sudore del mondo in una cosa. Forse. Non lo so. Però, anche adesso che non mi capita più tanto spesso di riascoltare Springsteen, quando passo da quelle parti, ritrovo quella sensazione di vita e di esplosione che in un momento come questo, dove si sta cercando di riportare tutto a casa, è forse la cosa migliore da cui ripartire e rimettere in piedi i pezzi.

Sentirsi vivi

Pur con tante privazioni, stavamo imparando il mestiere. Essere strizzati dai sacrifici era una gioia. Una sera che suonavamo a Stoke, Sean fece una cosetta per noia, invertì il ritmo del rullante nella parte centrale della canzone di Fran «Mullarkey», così l’accento cadeva sulla seconda battuta, stile ska. Il cambiamento fu un fulmine a ciel sereno, improvviso e casuale, e la canzone sgusciò fuori come un frutto. Essere giovani e far parte di un gruppo che pian piano sta andando alla ricerca del proprio sound, incespicando, incasinandosi, con tutta la furia della speranza, è capire cosa vuol dire essere vivi.

(Joseph O’Connor, Il gruppo, Guanda 2015, p. 170)

Il vestito ro[zz]o di Matteo Salvini

Ho letto molti, oggi, fare ironia sulla mise scelta da Matteo Salvini per incontrare al Qurinale il Presidente della Repubblica. Ironia fuori luogo, perché fa finta di non considerare come la trasandatezza di Matteo Salvini – il vestito dozzinale, la camicia tirata e che sacrifica il collo, la cravatta messa male e portata meglio – sia in realtà studiatissima e facente parte del sistema simbolico che rende il ‘corpo’ di Salvini esattamente quello che è. Qualche anno fa Marco Belpoliti, partendo dalla canottiera di Bossi, scrisse un saggio in cui ragionava sui sistemi estetici e simbolici che caratterizzavano l’identità della Lega Nord. Ovviamente, ogni forza politica populista deve fare riferimento a certi fattori, iscrivendo nel ‘corpo del capo’ un’opera narrativa che funziona in modo autonomo e diventa automaticamente portatrice di quei valori caratteristici. Ecco perché Matteo Salvini, che ha alle spalle fior fior di esperti di comunicazione, non poteva che vestirsi esattamente in quel modo. Inadeguato, lontano dall’etichetta, alieno dall’eleganza vista come sofisticato orpello non necessario al discorso di ‘totale visceralità’ della nuova Lega tutta istinto e ‘autenticità’. Ecco perché non poteva essere diverso e ecco perché, come al solito, anziché ridere di questa farsa bisogna prendere sul serio questa tragedia.

Con amore per le cose belle. La Milano di Pierfrancesco Majorino

(foto di Petunia Ollister)

(foto di Petunia Ollister)

Ieri a Milano Pierfrancesco Majorino ha lanciato la sua sfida – la sua partita! – per le primarie a sindaco del centrosinistra. L’ha fatto senza giri di parole. Con un discorso molto bello e molto politico, aprendo una serata in cui sono state messe in circolo idee, persone, «parole» su cui costruire – o meglio, continuare a costruire – la nuova città dei prossimi anni. Lanciando la sua sfida, Majorino ha ricordato che le primarie sono una straordinaria occasione di partecipazione, di ascolto e di riflessione per costruire la visione politica e l’idea di città che abbiamo in mente. E l’ha fatto ricordando l’esperienza della campagna elettorale di Giuliano Pisapia. Una campagna di ascolto, che ha messo in circolo esperienze e mondi che parlano e si capiscono ma, chissà come mai, non sempre riescono a capirsi, generando un entusiasmo pazzesco e chi ha vissuto quei giorni (pur da lontano) se lo ricorda bene. E l’ha fatto ricordando che senza le primarie, senza il confronto sulle idee, non esiste più il concetto di centrosinistra. Perché non esiste più il confronto sulle visioni e sulle politiche che vogliamo mettere in piedi per costruire le città possibili dei prossimi anni. Dei laboratori permanenti e in continua trasformazione. Una biblioteca permanente, dove ognuno ha la sua storia. Tra le parole di Pierfrancesco, e quelle degli ospiti di ieri, ho sentito tantissime cose. E c’era una parola che teneva in piedi tutto. Una parola che nessuno ha detto: amore. Ho sentito tantissimo amore. Per la città, Milano, che spesso chi abita fuori non capisce e non vuole capire. Amore per la buona politica, che spesso ci dimentichiamo presi dalle pagine dei giornali che ci raccontano di tutto il male. Amore per le gare difficili e le partite impossibili, che se non hai il coraggio di iniziare di sicuro non le vinci e tutto resta sempre uguale. E mentre ascoltavo pensavo che sarebbe davvero un’occasione sprecata non cogliere tutto questo, e non trarne ispirazione. Non prendere il buono di queste esperienze e portarle anche a Torino. Perché le buone pratiche, anche politiche, devono girare e devono dialogare. Soprattutto quando c’è una sfida che va oltre i posizionamenti interni ai partiti. Che va oltre le questioni delle firme false (che però ci dicono molto di un certo modo di fare politica). Che va oltre il dialogo politicista e autoreferenziale. Sarebbe bello portare questo amore, questa voglia di fare, questa capacità di ascolto e questa messa in circolo di esperienze e metterlo a servizio di una città, Torino, così vicina ma così lontana, che avrà elezioni anche lei e che tantissimo bisogno di un confronto e un ascolto sulle idee di città che abbiamo in mente. Ieri c’erano 20 persone sul palco e centinaia fuori che avevano in mente una Milano da costruire. E secondo me è una Milano che piace un po’ di più a tutti. E non stare attenti alle cose che succedono, per noi a Torino, potrebbe essere un vero peccato.