Con amore per le cose belle. La Milano di Pierfrancesco Majorino

(foto di Petunia Ollister)

(foto di Petunia Ollister)

Ieri a Milano Pierfrancesco Majorino ha lanciato la sua sfida – la sua partita! – per le primarie a sindaco del centrosinistra. L’ha fatto senza giri di parole. Con un discorso molto bello e molto politico, aprendo una serata in cui sono state messe in circolo idee, persone, «parole» su cui costruire – o meglio, continuare a costruire – la nuova città dei prossimi anni. Lanciando la sua sfida, Majorino ha ricordato che le primarie sono una straordinaria occasione di partecipazione, di ascolto e di riflessione per costruire la visione politica e l’idea di città che abbiamo in mente. E l’ha fatto ricordando l’esperienza della campagna elettorale di Giuliano Pisapia. Una campagna di ascolto, che ha messo in circolo esperienze e mondi che parlano e si capiscono ma, chissà come mai, non sempre riescono a capirsi, generando un entusiasmo pazzesco e chi ha vissuto quei giorni (pur da lontano) se lo ricorda bene. E l’ha fatto ricordando che senza le primarie, senza il confronto sulle idee, non esiste più il concetto di centrosinistra. Perché non esiste più il confronto sulle visioni e sulle politiche che vogliamo mettere in piedi per costruire le città possibili dei prossimi anni. Dei laboratori permanenti e in continua trasformazione. Una biblioteca permanente, dove ognuno ha la sua storia. Tra le parole di Pierfrancesco, e quelle degli ospiti di ieri, ho sentito tantissime cose. E c’era una parola che teneva in piedi tutto. Una parola che nessuno ha detto: amore. Ho sentito tantissimo amore. Per la città, Milano, che spesso chi abita fuori non capisce e non vuole capire. Amore per la buona politica, che spesso ci dimentichiamo presi dalle pagine dei giornali che ci raccontano di tutto il male. Amore per le gare difficili e le partite impossibili, che se non hai il coraggio di iniziare di sicuro non le vinci e tutto resta sempre uguale. E mentre ascoltavo pensavo che sarebbe davvero un’occasione sprecata non cogliere tutto questo, e non trarne ispirazione. Non prendere il buono di queste esperienze e portarle anche a Torino. Perché le buone pratiche, anche politiche, devono girare e devono dialogare. Soprattutto quando c’è una sfida che va oltre i posizionamenti interni ai partiti. Che va oltre le questioni delle firme false (che però ci dicono molto di un certo modo di fare politica). Che va oltre il dialogo politicista e autoreferenziale. Sarebbe bello portare questo amore, questa voglia di fare, questa capacità di ascolto e questa messa in circolo di esperienze e metterlo a servizio di una città, Torino, così vicina ma così lontana, che avrà elezioni anche lei e che tantissimo bisogno di un confronto e un ascolto sulle idee di città che abbiamo in mente. Ieri c’erano 20 persone sul palco e centinaia fuori che avevano in mente una Milano da costruire. E secondo me è una Milano che piace un po’ di più a tutti. E non stare attenti alle cose che succedono, per noi a Torino, potrebbe essere un vero peccato.

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