Fuggire dalla noia e dalle scelte.

Tutto taceva nella casa, e lui, non avendo nulla da fare, poteva indugiare aspettando che alla finestra di fronte si rivelasse a un tratto qualcuno, un uomo o una donna che animasse la facciata eccessivamente statica di quello stabile parigino. Giochi della noia, pensò.
La noia, il suo terrore.
“Ma tu, perché hai scelto la politica, cosa ti ha fatto cambiare rotta?”
Gli era parsa particolarmente intrusiva la voce di Bottini, quella notte, nella lunga e penosa attesa dei risultati delle regionali, quando era entrato all’improvviso nella sua stanza alla sede del partito e gli aveva rivolto quella domanda, con lo sguardo di sfida che spetta ai falsari, agli impostori.
“La noia,” gli aveva risposto Enrico. “Il terrore di annoiarmi.”
Aveva esitato a lungo prima di dare quella risposta, perdendosi nel pensiero, vertiginoso, del tradimento di una vocazione a lungo accarezza: la letteratura. Come se la scrittura fosse per lui, per statuto, religiosamente impastata di noia, o ne fosse quasi una propaggine. Dalla letteratura era poi passato al cinema. Aveva iniziato a frequentare i registi, folgorato dalla lotta che sembravano ingaggiare, attimo per attimo, contro l’inerzia del quotidiano. I registi gli erano sempre apparsi come gli eroici agenti di una guerra eterna, quella di chi inventa il mondo senza subirlo, quella di chi non lascia scampo alla noia. Ma non era così: ben presto aveva capito che per inventare il mondo col cinema bisognava dipendere dal denaro, subirne il ricatto, e lui non voleva rischiare, tantomeno sottomettersi al giogo altrui. Aveva così scelto il potere allo stato puro, o la su illusione più convincente: la politica. La noia, dunque. Anche quella fuga sembrava intagliata in uno stampo già mille volte scavato, riflesso ed eco di una catena di atti mancati da lui offerti in sacrificio alla noia.

Roberto Andò, Il trono vuoto, Bompiani 2012, pp. 24-25.

Tony Blair, Jeremy Corbyn. Una questione di eredità e ricordo.

Io lo capisco, Tony Blair. Lo capisco quando si scaglia contro Jeremy Corbyn affermando che la sua vittoria distruggerebbe il Partito Laburista. Ogni persona, a conti fatti, si preoccupa dell’eredità e del ricordo che lascerà al mondo, e Tony Blair sta vedendo lentamente sfumare la sua grandissima eredità politica: il New Labour. Tolto questo, di lui rimarrà il ricordo del ‘secondo Tony Blair’, un teo-con folgorato sulla via di Damasco che, in nome della Special Relationship, ha avallato praticamente tutta la politica degli Stati Uniti negli anni di George W. Bush, una specie di ambasciatore europeo del New American Century. Diciamocelo. Non un bel ricordo. Ed ecco che quindi ci si attacca a quello che rimane, a un Partito Labourista che ai tempi cambiò molto ̶s̶p̶o̶s̶t̶a̶n̶d̶o̶s̶i̶ ̶a̶ ̶d̶e̶s̶t̶r̶a̶ cercando di coniugare al meglio le esigenze del mercato e le esigenze dello stato sociale. Poi, certo, non tutto è andato per il verso giusto, ma non possiamo sempre lamentarci ed essere gufi, no? Per questo, dice Blair, bisogna continuare sulla strada da lui tracciata negli anni Novanta. Dopo la Terza Via, l’Unica Via. Ogni persona vuole lasciare di sé un ricordo. Ecco perché per Blair la vittoria di Corbyn rappresenta una catastrofe. Sarebbe la sua morte politica.

Eppure io credo che la vittoria di Corbyn non sia da intendere in termini puramente elettorali (leggo già analisi su come la sua leadership porterà i Tories a un dominio incontrastato). Prima di tutto perché le elezioni ci sono appena state. Inoltre, perché questo voto è in realtà da intendere come il voto con cui il Labour ritrova se stesso. Dopo anni di politiche annacquate, dove la Terza Via è diventata essenzialmente una sorta di quinta colonna della destra (con danni cognitivi fortissimi nella sinistra europea), dopo anni di sostanziale indistinguibilità, si vota per «ritornare a casa». È un voto identitario, sì. E non è una parolaccia come viene intesa da noi dopo gli ultimi anni di bombardamento mediatico tra catene della sinistra e desiderio di essere come tutti. È un voto che cerca, dopo la batosta di Ed ‘The Red’ Miliband, di rimettere assieme i pezzi e ricostruire il puzzle facendo capire prima di tutto da che parte si intende stare. Non so se questa leadership possa avere conseguenze a livello internazionale, ma penso che sia importante che in un paese come l’Inghilterra si torni a ragionare in termini di destra e sinistra. È una divisione che esiste, inutile negarcelo. Non dobbiamo prendere la vittoria di Corbyn come la vittoria di tutti noi (vi prego: basta col papa straniero) ma come il segno che, dopo anni di zona grigia in cui a perderci è stata sostanzialmente «la metafora della sinistra» (cfr. Beck), si può ricominciare a pensare a una visione del mondo di un certo tipo. La storia non ha sconfitto un bel niente, perché se la storia è quello che stiamo vivendo adesso, è semplicemente una storia che ha sconfitto se stessa.

Le fantastiche idee dell’ora beata

Tra la varie fortune di Torino, c’è la presenza di alcune librerie del centro che restano aperte fino a mezzanotte. È bello sapere di poter fare un giro in libreria tra un caffè e un gelato, magari giusto prima di andare a bere una birra o all’ultimo spettacolo al cinematografo. Questa sera, tra un caffè e un gelato, incerto sul da farsi, se andare al cinematografo a vedere «Eden» o meno, mi è presa come l’irrefrenabile necessità di posa essere la biografia di Michael Jordan di Roland Lazenby recentemente edita dai tipi di 66thand2nd Editore. 782 pagine su uno dei più straordinari sportivi di tutti i tempi. Ebbene, purtroppo non c’era. Preso da sommo sconforto, torno a casa ed elaboro l’assoluta necessità di una nuova figura professionale. IL LIBRAIO PORTA-A-PORTA. Ovvero la figura professionale che, in barba ad amazon e ibs, ti porta il libro che vuoi anche all’ora beata. Essendo un vorace lettore, il libraio sarà sveglio e ben felice di scambiare qualche chiacchiera con altri malati come lui. Così abbiamo anche ovviato al problema di cosa far fare ai laureati in materie umanistiche. Mi sembra una soluzione che conviene a tutti.

La cultura qui aveva molto valore. Note per un dibattito.

Sta facendo parecchio discutere un articolo pubblicato da Stefano Feltri sul suo blog sul sito de Il Fatto Quotidiano, giornale con cui Feltri collabora come firma di punta per quanto riguarda l’Economia. Nell’articolo, in sintesi, si assiste all’ennesimo tiro al piccione delle facoltà umanistiche considerate inutili, un lusso per chi se lo può permettere, addirittura un danno per la società tutta (visto che il saldo econometrico è in negativo).

«Mandiamoli in pensione/I direttori artistici/Gli addetti alla cultura» cantava Franco Battiato ormai 35 anni fa. Erano i tempi in cui stava emergendo questa visione del mondo tutta legata alla misurazione profittevole ed econometrica di qualsiasi cosa. Non ti definisci in base a quello che fai (come si diceva durante il maggio francese), ti definisci in base a quanto vali. Quando Bret Easton Ellis racconta la discesa negli inferi metropolitani di American Psycho usa proprio la reificazione, la quantità e il valore delle cose nel sistema attorno a Patrick Bateman. Michael Moore in Capitalism: A Love Story racconta come le compagnie di assicurazioni quantifichino il costo di una vita umana in termini di valore assoluto ad uso e consumo dei datori di lavoro (e cos’è una polizza vita se non una quantificazione del nostro valore come esseri umani basata su puri calcoli economici?). Stefano Feltri è nato nel 1984, ed è quindi cresciuto nel frame culturale che quantifica qualsiasi cosa in base al suo valore economico. È questo il famoso ‘frame’ del neo-liberismo che esce dalle scuole di economia per entrare come ‘stile di vita’. Recentemente, il tema è stato affrontato con brillantezza da Guido Mazzoni ne I destini generali (Laterza), la cui lettura vi consiglio proprio per capire come questo frame abbia conseguenze fattive nella vita di tutti i giorni. Questa visione del mondo, in termini assoluti, produce ragionamenti come quelli di Feltri: non possiamo permetterci di sbagliare facoltà (a parte che la riforma Gelmini ha abolito le facoltà in favore dei dipartimenti, ma fa niente), se fai Lettere, Filosofia, Scienze della Comunicazione, il DAMS devi prepararti non solo ad essere un fallito [tu] e un fallimento [per la tua famiglia che ha fatto tanti sacrifici], ma addirittura un peso per la società [«il valore (medio di una laurea a cinque anni dal suo ottenimento, ndr) è pesantemente negativo, -265»]. A parte che sono anni che ogni opinionista usa studi e ricerche per dimostrare tutto e il contrario di tutto (del resto, esistono studi che dimostrano tutto e il suo contrario, non è una novità), e che esistono anche ricerche che mettono in relazione la crescita con gli investimenti anche nelle facoltà per così dire inutile, immaginiamo per un attimo lo scenario ipotizzato da Feltri, condiviso anche da un paese con una cultura millenaria come il Giappone, che ha addirittura proposto di abolire le facoltà umanistiche per andare incontro alle richieste del mercato.

Secondo l’ultima statistica del MIUR, in Italia, ci sono 1.7 milioni di iscritti nelle varie università. Nell’anno solare 2013 si sono laureate circa 300 mila persone. Diamo per scontato un andamento virtuoso e in crescita del trend – dacché Feltri dichiara che «[…] le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche. I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi» – e poniamo che da qui in poi, ogni anno, ci siano circa 500 mila laureati da collocare sul mercato del lavoro e SOLO nei settori per cui queste competenze super-tecniche sono richieste. Come può un mercato del lavoro super-tecnicizzazito che ha prodotto corsi di laurea super-tecnicicazziti e poco ‘flessibili’ (se mi laureo in una materia specifica, per la struttura molto rigida di questo tipo di facoltà rischio di non poter spaziare per poter fare altro, anche nella stessa disciplina) assorbire tutta l’offerta? Molto banalmente, non si rischia di svalutare tutta questa eccellenza, tutti questi geni intelligentissimi pronti a vincere nel mercato competitivo? Se tutti sono ‘avvantaggiati’, dov’è il vantaggio competitivo? Anche con tutta la fuga dei cervelli di questo mondo, 500 mila persone che ogni anno si laureano in Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza non troveranno mai tutto il lavoro che paventano tutti quelli che, anno dopo anno, cercano di dimostrarci dati alla mano che – stringi stringi – con la cultura non si mangia.

Qualche mese fa scrivevo: «[…] una società con questa visione – e ci siamo dentro: periodicamente escono articoli contro le facoltà ‘inutili’, oppure che sponsorizzano l’abolizione del Liceo Classico – è una società che non avrà mai gli anticorpi e gli strumenti per cambiare paradigma, per immaginare un futuro, per agire sull’esistente. Una società così gestirà sempre e solo lo stato delle cose e non riuscirà ad accettare le alternative al mainstream». Insomma, siamo al solito discorso per cui stiamo rinunciando al nostro futuro e alla nostra capacità di rischiare. Stiamo rinunciando all’analisi della complessità anche attraverso gli strumenti della critica e della cultura. Stiamo rinunciando ad avere una ‘visione’ che vada oltre il semplice ‘compitino’ routinario, però tanto utile.

Stefano Feltri, una firma molto letta, molto seguita e anche brillante, è purtroppo aderente a una visione del mondo assolutamente poco coraggiosa e poco intuitiva, molto legata alla gestione dell’esistente e che limita la dignità e la felicità umana all’orizzonte della fine del mese. Soprattutto in un contesto in cui nei paesi più avanzati del mondo si tiene molto da conto la cultura per lo sviluppo delle comunità creative e per creare innovazione anche nelle industrie. Per usare anche solo un esempio molto mainstream: Steve Jobs. Probabilmente fra vent’anni parleremo di questi esempi virtuosi in cui anche noi, sciocchi e utopisti che ci siamo laureati nelle ‘Humanities’, possiamo sedere al tavolo di «quelli che contano». Peccato però che una cosa del genere l’abbiamo sostanzialmente inventata noi: «Abbiamo portato in tutti i paesi della comunità le nostre armi segrete: i libri, i corsi culturali, l’assistenza tecnica nel campo della agricoltura. In fabbrica si tengono continuamente concerti, mostre, dibattiti. La biblioteca ha decine di migliaia di volumi e riviste di tutto il mondo. Alla Olivetti lavorano intellettuali, scrittori, artisti, alcuni con ruoli di vertice. La cultura qui ha molto valore». Lo diceva Adriano Olivetti.

Il Gruppo, di Joseph O’Connor

Una delle cose che più invidio all’industria culturale inglese è l’esistenza di questa ‘letteratura pop’ dove pop è sia sinonimo di popolare, sia accezione ampia dove nel pop trovi la cultura, lo spirito, il tono di una determinata epica. Il Gruppo (edito da Guanda) [no, nonostante la copertina italiana, non è un libro ispirato dagli Smiths] di Joseph O’Connor sta proprio lì, in quell’universo in cui si trovano, tra gli altri, Nick Hornby e Jonathan Coe. Il pop devi saperlo fare. In musica come al cinema, in letteratura come nella comunicazione politica. Recentemente ho letto diversi saggi in cui si considerava come la missione primaria della letteratura, non importa se ‘alta’ o ‘bassa’ (distinzione che a me in effetti non ha mai interessato più di tanto), sia quella di essere termometro delle cose che stanno succedendo e di raccontare uno spaccato, un mondo, e farlo attraverso una storia. Puoi padroneggiare lo stile, ma se non hai una storia da raccontare non sarai mai uno scrittore. Il Gruppo [ci saranno dei vaghi SPOILER, ma non stiamo nemmeno parlando di un giallo, quindi potreste pure continuare la lettura], ben lungi dall’essere un capolavoro, ha il merito di ricostruire, attraverso la storia personale di uno dei tantissimi dimenticati-ma-nemmeno-poi-così-tanto della musica pop (il classico «secondo leader» di una band che dopo lo scioglimento si perde mentre il leader diventa una superstar), il senso di appartenenza a una generazione e a un’idea, il sogno e l’ostinazione, la difficoltà dei limiti personali che si affrontano quando si mette assieme una band. È un fake-memoir che vuole mettere in piedi la storia del fallimento di una generazione – persa da un lato nell’edonismo del successo; dall’altro nell’auto-assoluzione della propria sfiga – e la sua parziale riconquista attraverso la riscoperta dell’essenza delle cose. Di storie come quella della band del libro, The Ships, ne abbiamo lette a milioni e di recente c’è stato anche un film, tutto sommato abbastanza mediocre, che raccontava una vicenda simile (Still Crazy, di Brian Gibson, 1998). E tutto sommato è una vicenda abbastanza stereotipata e stereotipabile. Ma gli stereotipi servono a qualcosa, perché derivano da un immaginario che esiste, è radicato, ed è immediatamente riconoscibile. Quello che conta, qui, è la riflessione sulla ricostruzione emotiva del protagonista e come attraverso questo si nota il cambiamento di un’Inghilterra che ha bisogno di tornare all’essenza delle cose che ama, che appartengono al proprio DNA. «Trez questo concerto l’ha fatto per te, l’ha fatto per restituirti la musica» dice ad un certo punto il batterista al protagonista prima del concerto (che non è una reunion) che chiude il racconto. Perché dai momenti bui si esce solo con uno sforzo di volontà e, come dicono i Beatles, «with a little help from my friends». Un libro che ti regala una cosa del genere è, al netto di ogni limite, un libro che vale la pena aver letto.