Il Gruppo, di Joseph O’Connor

Una delle cose che più invidio all’industria culturale inglese è l’esistenza di questa ‘letteratura pop’ dove pop è sia sinonimo di popolare, sia accezione ampia dove nel pop trovi la cultura, lo spirito, il tono di una determinata epica. Il Gruppo (edito da Guanda) [no, nonostante la copertina italiana, non è un libro ispirato dagli Smiths] di Joseph O’Connor sta proprio lì, in quell’universo in cui si trovano, tra gli altri, Nick Hornby e Jonathan Coe. Il pop devi saperlo fare. In musica come al cinema, in letteratura come nella comunicazione politica. Recentemente ho letto diversi saggi in cui si considerava come la missione primaria della letteratura, non importa se ‘alta’ o ‘bassa’ (distinzione che a me in effetti non ha mai interessato più di tanto), sia quella di essere termometro delle cose che stanno succedendo e di raccontare uno spaccato, un mondo, e farlo attraverso una storia. Puoi padroneggiare lo stile, ma se non hai una storia da raccontare non sarai mai uno scrittore. Il Gruppo [ci saranno dei vaghi SPOILER, ma non stiamo nemmeno parlando di un giallo, quindi potreste pure continuare la lettura], ben lungi dall’essere un capolavoro, ha il merito di ricostruire, attraverso la storia personale di uno dei tantissimi dimenticati-ma-nemmeno-poi-così-tanto della musica pop (il classico «secondo leader» di una band che dopo lo scioglimento si perde mentre il leader diventa una superstar), il senso di appartenenza a una generazione e a un’idea, il sogno e l’ostinazione, la difficoltà dei limiti personali che si affrontano quando si mette assieme una band. È un fake-memoir che vuole mettere in piedi la storia del fallimento di una generazione – persa da un lato nell’edonismo del successo; dall’altro nell’auto-assoluzione della propria sfiga – e la sua parziale riconquista attraverso la riscoperta dell’essenza delle cose. Di storie come quella della band del libro, The Ships, ne abbiamo lette a milioni e di recente c’è stato anche un film, tutto sommato abbastanza mediocre, che raccontava una vicenda simile (Still Crazy, di Brian Gibson, 1998). E tutto sommato è una vicenda abbastanza stereotipata e stereotipabile. Ma gli stereotipi servono a qualcosa, perché derivano da un immaginario che esiste, è radicato, ed è immediatamente riconoscibile. Quello che conta, qui, è la riflessione sulla ricostruzione emotiva del protagonista e come attraverso questo si nota il cambiamento di un’Inghilterra che ha bisogno di tornare all’essenza delle cose che ama, che appartengono al proprio DNA. «Trez questo concerto l’ha fatto per te, l’ha fatto per restituirti la musica» dice ad un certo punto il batterista al protagonista prima del concerto (che non è una reunion) che chiude il racconto. Perché dai momenti bui si esce solo con uno sforzo di volontà e, come dicono i Beatles, «with a little help from my friends». Un libro che ti regala una cosa del genere è, al netto di ogni limite, un libro che vale la pena aver letto.

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