Tony Blair, Jeremy Corbyn. Una questione di eredità e ricordo.

Io lo capisco, Tony Blair. Lo capisco quando si scaglia contro Jeremy Corbyn affermando che la sua vittoria distruggerebbe il Partito Laburista. Ogni persona, a conti fatti, si preoccupa dell’eredità e del ricordo che lascerà al mondo, e Tony Blair sta vedendo lentamente sfumare la sua grandissima eredità politica: il New Labour. Tolto questo, di lui rimarrà il ricordo del ‘secondo Tony Blair’, un teo-con folgorato sulla via di Damasco che, in nome della Special Relationship, ha avallato praticamente tutta la politica degli Stati Uniti negli anni di George W. Bush, una specie di ambasciatore europeo del New American Century. Diciamocelo. Non un bel ricordo. Ed ecco che quindi ci si attacca a quello che rimane, a un Partito Labourista che ai tempi cambiò molto ̶s̶p̶o̶s̶t̶a̶n̶d̶o̶s̶i̶ ̶a̶ ̶d̶e̶s̶t̶r̶a̶ cercando di coniugare al meglio le esigenze del mercato e le esigenze dello stato sociale. Poi, certo, non tutto è andato per il verso giusto, ma non possiamo sempre lamentarci ed essere gufi, no? Per questo, dice Blair, bisogna continuare sulla strada da lui tracciata negli anni Novanta. Dopo la Terza Via, l’Unica Via. Ogni persona vuole lasciare di sé un ricordo. Ecco perché per Blair la vittoria di Corbyn rappresenta una catastrofe. Sarebbe la sua morte politica.

Eppure io credo che la vittoria di Corbyn non sia da intendere in termini puramente elettorali (leggo già analisi su come la sua leadership porterà i Tories a un dominio incontrastato). Prima di tutto perché le elezioni ci sono appena state. Inoltre, perché questo voto è in realtà da intendere come il voto con cui il Labour ritrova se stesso. Dopo anni di politiche annacquate, dove la Terza Via è diventata essenzialmente una sorta di quinta colonna della destra (con danni cognitivi fortissimi nella sinistra europea), dopo anni di sostanziale indistinguibilità, si vota per «ritornare a casa». È un voto identitario, sì. E non è una parolaccia come viene intesa da noi dopo gli ultimi anni di bombardamento mediatico tra catene della sinistra e desiderio di essere come tutti. È un voto che cerca, dopo la batosta di Ed ‘The Red’ Miliband, di rimettere assieme i pezzi e ricostruire il puzzle facendo capire prima di tutto da che parte si intende stare. Non so se questa leadership possa avere conseguenze a livello internazionale, ma penso che sia importante che in un paese come l’Inghilterra si torni a ragionare in termini di destra e sinistra. È una divisione che esiste, inutile negarcelo. Non dobbiamo prendere la vittoria di Corbyn come la vittoria di tutti noi (vi prego: basta col papa straniero) ma come il segno che, dopo anni di zona grigia in cui a perderci è stata sostanzialmente «la metafora della sinistra» (cfr. Beck), si può ricominciare a pensare a una visione del mondo di un certo tipo. La storia non ha sconfitto un bel niente, perché se la storia è quello che stiamo vivendo adesso, è semplicemente una storia che ha sconfitto se stessa.

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