Sperare la speranza

Ogni tanto Zygmunt Bauman – il cui pensiero è stato usato, abusato, stracciato e sfilacciato per giustificare la qualunque – ne tira fuori di illuminati. Sarà il formato degli ultimi libri che ha co-firmato (veri e propri «dialoghi» dove l’interlocutore lo sprona ‘oltre’ gli slogan). Ad esempio:

Forse internet riuscirà a fare ciò di cui sono incapaci i partiti che si avvicendano al governo? È possibile che congegni di sorveglianza migliori riescano dove anni di predicazione morale e di stesura di codici etici hanno fallito? Non ci resta che sperare nella speranza: in una speranza più fondata, più fiduciosa… Ci diamo un gran da fare per cogliere, nella facilità con cui il digitale è capace di richiamare su una piazza pubblica migliaia di uomini e donne, la promessa di costruire un nuovo regime che darà il benservito alle stranezze e assurdità attuali. Va bene così, e va benissimo, per la nostra sanità mentale, continuare a sperare: sarebbe molto peggio dichiarare (o avallare) che l’eventualità che un simile regime possa esaudire quella speranza sia già stata esaminata e scartata.

Zygmunt Bauman e David Lyon, Sesto Potere. La sorveglianza nella modernità liquida (Laterza, p. 140)

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Qualunque cosa questa parola voglia dire

A Torino ci sono tanti Caffè storici, o quanto meno tradizionali (qualunque cosa questa parola voglia dire). Ai tavolini di questi Caffè, spesso, trovi dei clienti anziani. Non è importante a che ora tu ci vada, li troverai sempre. Lo troverai. La troverai. Entra, saluta, prende il solito – da chissà quanti anni – paga la consumazione per il nipote («E se vuole pagare lei gli dica di no!»), legge il giornale, aspetta. Ha il suo tavolino. Ha la sua routine. Ha la sua tradizione (qualunque cosa questa parola voglia dire). Ecco, io non mi chiedo tanto noi trentenni arriveremo mai ad avere quel tipo di routine, quel tipo di abitudine, quel tipo di tradizione (qualunque cosa questa parola voglia dire), ma se arriveremo mai ad avere quel tipo di serafica tranquillità nell’affrontare le cose. Quella capacità di piegare il tempo alle proprio esigenze. Se arriveremo mai anche noi ad avere i nostri Caffè storici, o quanto meno tradizionali (qualunque cosa questa parola voglia dire) in cui prendere il solito – da chissà quanti anni – in cui pagare le consumazioni ai nostri nipoti («E se vuole pagare lei gli dica di no!»), in cui leggere il giornale chissà su che nuovo aggeggio, in cui aspettare. Perché abbiamo sempre l’ansia di arrivare da qualche parte e spesso non sappiamo nemmeno noi dove. E quando ci arriviamo, spesso, scopriamo che il caffè è pure cattivo.

L’entropia della politica spettacolare

È allora possibile che in futuro accada quello che è stato ipotizzato da Christan Salmon e cioè che l’homo politicus scompaia dalla scena sociale, ma non attraverso una modalità lenta e poco visibile, bensì in una maniera particolarmente evidente e addirittura clamorosa, cioè «sotto gli occhi di tutti, al colmo della sua esposizione, in una sovraesposizione mediatica, per una sorta di divoramento», causato dalla voracità dei media e dal loro smodato bisogno di produrre sempre nuovi stimoli in grado di suscitare l’attenzione del pubblico. Vale a dire che probabilmente la politica è un tipo di spettacolo destinato paradossalmente a morire per colpa della sua stessa natura spettacolare.

Vanni Codeluppi, Mi metto in vetrina. Selfie, Facebook, Apple, Hello Kitty, Renzi e altre “Vetrinizzazioni” (Mimesis 2015, p. 109).

Vivere la città

Il tipo di città che vogliamo non è distinguibile dal tipo di legami sociali, relazioni con la natura, stili di vita, tecnologie e valori estetici cui aspiriamo. Il diritto alla città è molto più della libertà individuale di accedere alle risorse urbane: è il diritto a cambiare noi stessi mentre cambiamo la città.

David Harvey, The right to the city, citato in Giovanni Semi, Gentrification. Tutte le città come Disneyland? (Il Mulino, 2015)

Se Condé Nast compra Pitchfork

Condé Nast compra Pitchfork, e tutti si chiedono quali siano le conseguenze. Secondo me il contributo su quella che è sostanzialmente una non-notizia è stato scritto da Enzo Baruffaldi su Rockit.it. Mi permetto di aggiungere solo uno spunto di riflessione, partendo da quanto afferma Fred Santarpia di Condé Nast sull’arricchimento del gruppo grazie a «un pubblico di appassionati maschi millennial». A conferma non solo che ogni elemento del cosiddetto mondo alternativo cresce fino a quando non diventa monetizzabile e assimilabile da un grande gruppo mainstream – è sempre successo e sempre succederà (e per questo che l’alternativa e l’indipendenza non vadano più cercati nel sistema produttivo ma nelle qualità stilistiche e politiche del soggetto di cui stiamo parlando) – ma soprattutto che la nostra generazione, che è cresciuta con Pitchfork in un contesto culturale tra la fine del mercato discografico come lo conoscevamo e l’inizio di qualcos’altro, non ha mai visto l’indie come un atto politico. Da un lato per smarcarsi da una certa «serietà» ultra-rigoroso nell’approccio (disegnando qui il terreno dello scontro con la generazione precedente). Dall’altro perché si tratta di una generazione a-rivoluzionaria. Una generazione completamente assorbita nei meccanismi ‘soliti’ e che non ha avuto l’opportunità di pensare o ipotizzare qualcosa di ‘grande’, un racconto nuovo (come scrive Dave Eggers: «(…) sono abbastanza sicuro che sarei venuto su meglio, tutti quelli che conosco sarebbero venuti su meglio, se avessimo preso parte a una lotta universale, a una causa più grande di noi»). Insomma, una generazione cresciuta con il solo scopo di auto-mantenersi cercando di far crescere i propri ‘prodotti’ e venderli quando questi non sono diventati grandi. Per carità, è una cosa giustissima. Ma forse è la migliore delle cose possibili. Forse è un po’ un limite.

Perché il PD non deve rinunciare alle primarie

Il tragico epilogo di Ignazio Marino come sindaco di Roma è la dimostrazione della fallacia delle primarie aperte come metodo di selezione della classe dirigente? Lo sto leggendo da più parti, in scia a una «corrente carsica trasversale» che da tempo spinge per una loro revisione, se non annullamento. Un errore devastante.

Prima di tutto sarebbe un errore logico fondamentale. Il segretario del Partito Democratico è stato poi nominato Presidente del Consiglio proprio grazie allo straordinario successo delle primarie congressuali del 2013, e da sempre ha usato la consultazione popolare per scalare e affermarsi nella gerarchia politica. Dalla vittoria fiorentina in avanti, la storia di Matteo Renzi è stata un’ascesa «di popolo democratico» e lo dimostra la forbice tra la fase di consultazione interna al PD (dove Renzi prese il 46%) e quella ‘aperta’ (dove arrivò all 67%). Rinunciare alle primarie sarebbe una gigantesca ‘sconfessione cognitiva’ di tutto il percorso fatto da Renzi in primis.

C’è dell’altro. Nel 2016 si andrà al voto in alcune cruciali città italiane: Milano, Napoli, Bologna, la mia Torino e probabilmente anche Roma. Decideremo sull’asse portante del paese in elezioni che non saranno solo più amministrative, ma – nella percezione, nel racconto, nel senso comune – vere e proprie politiche. Milano e Napoli hanno già annunciato che ricorreranno alle primarie il 7 Febbraio, e a Milano ci sono da tempo due candidati. Nella situazione attuale sarebbe bellissimo istituire un «Primarie Day Democratico». Prima di tutto per verificare lo stato di salute della coalizione: che tipo di perimetro vogliamo tracciare? Il centro-sinistra – come a Milano è già stato dichiarato da chi vuole lavorare nella scia della ‘rivoluzione arancione’ di Pisapia – o riproporre lo schema delle larghe intese (che ogni sondaggio indica come perdente) sull’onda di un senso di responsabilità tanto decantato quanto trasformato in una semplice agenda di conservazione? Inoltre, le amministrazioni hanno bisogno di confrontarsi su programmi politici, su idee diverse ma dentro la cornice del progressismo. Che tipo di città abbiamo in mente per il futuro? Quali sono le visioni strategiche per i prossimi dieci, o vent’anni? Tutto questo andrebbe discusso in un confronto aperto e partecipato: e legittimato dalle primarie.

Dal congresso nel 2013 molte cose sono cambiate: la velocità che abbiamo imparato a conoscere ha sconvolto tutto, rendendo inattuali i programmi precedentemente votati. Occorre tornare al confronto: anche per allargare, per andare a prendere il meglio del dialogo e confronto tra mondi, società e persone che non si iscrivono ai partiti ma vogliono essere, comunque, cittadini attivi nel XXI secolo.

Se la leadership più ‘aperta’ e ‘disintermediata’ della storia politica italiana si chiudesse nelle ‘oscure botteghe’ per decidere tutto a tavolino in base a una convenienza politica del breve periodo e non del confronto la perdita sarebbe di tutti.

Una fetta consistente di iscritti al Partito Democratico non ha accettato l’idea delle primarie. Penso sia un retaggio di chi è intimamente convinto – in assoluta buona fede – che solo i partiti organizzati abbiano in sé gli strumenti per la selezione della classe dirigente e gli anticorpi per espellere le impurità che rischiano di compromettere il disegno politico complessivo sull’onda della tradizionale contrapposizione tra «politica» e «società civile». Non credo sia così: le strategie dell’attività politica sono cambiate e la militanza in senso tradizionale va riconfigurata intorno alle esigenze della società del 2015, senza rinchiudersi nel solo ricorso a consultazioni interne, per evitare che le nostre configurazioni mentali si trasformino in ‘filtri’ perdenti, facendoci leggere la realtà non per come è ma per come vogliamo che sia, o per come la riconosciamo in base alle ‘nostre’ categorie. Come se anche nella ‘vita vera’ ci fosse la «filter bubble» di cui parla Eli Pariser. Se ci chiudiamo non vediamo più la realtà, ma un filtro del reale dove interpretiamo solo quello che ci fa comodo. La politica non riesce più a subordinare a sé la società in un grande progetto complessivo e se c’è qualcosa di «liquido» non è il partito, ma la delega di rappresentanza. Insomma, quando ti chiudi in te stesso credi di avere delle finestre molto grandi da cui guardare il mondo, ma spesso invece si tratta di un bunker.

Si accusano le primarie di aver favorito infiltrazioni di vario genere, da quelle, più leggere, di elettori di destra che votano esponenti del PD più vicini alla loro sensibilità, a quelle, ben più gravi, di gruppi di interesse più o meno leciti. Non sono le primarie il problema. Lo dico sinceramente: sono contento se un elettore che ha sempre votato a destra arriva a votarmi se l’ho convinto della validità del mio programma e della forza delle mie idee; sono meno contento se questo elettore mi vota semplicemente perché ho iniziato ad assomigliare a lui, ma questo capiterebbe con o senza le primarie.

Le infiltrazioni altre, poi, sono ‘inutili’ se non hai delle persone da votare, e le persone vengono votate se raccolgono un certo numero di firme per presentare la loro candidatura. Queste firme si raccolgono dentro il partito: ed ecco emergere la mitologica figura del ‘capataz’ e dei suoi pacchetti di tessere. Pacchetti. Di. Tessere. Tessere di partito. Iscritti fantasma che firmano a comando per far candidare le ‘sue’ persone e sostenere, quindi, un disegno che di politico ha ben poco. Il caso di Roma lo conosciamo tutti, ormai. Ma non è isolato, purtroppo. E questo accadrebbe anche senza primarie.

Il Partito Democratico nasce con le primarie. Sono d’accordo con Daniele Viotti quando dice che PD è sinonimo di primarie. I fattori di rischio ci sono ma devono semplicemente essere ridotti con regole certe. Non dobbiamo rinunciare alla partecipazione e all’allargamento, anche perché quando ci si rinchiude si fa capire di avere paura, e quando si fa capire di aver paura è finita. Perché si smette di avere idee, di disegnare un orizzonte e di fare politica e ci si limita semplicemente a gestire ‘il condominio’, chiudendosi in quello che si sapeva ieri senza interessarsi a quello che si saprà domani.

Non puoi occuparti di politica se vuoi semplicemente gestire l’esistente.

Facciamole, queste benedette primarie. Facciamole il 7 Febbraio. Da Torino a Napoli, da Roma a Milano. Facciamole per confrontarci e per disegnare il paese che vogliamo a partire dalle nostre città. Non rinunciamo agli strumenti di partecipazione solo perché hanno dei rischi. Non rinunciamo all’apertura. Smettiamo di rinunciare. Perché qui sta cominciando a mancare l’aria.

Vent’anni fa.

Ci sono due ragazzi che camminano in una strada deserta di Londra. È quasi l’alba. La strada è in centro a stranamente non c’è nessuno. La metropoli non si è ancora svegliata. Non hanno ancora montato i banchi del mercato. Non hanno ancora aperto i negozi. Camminano uno di fronte all’altro e ad un certo punto si incrociano e si salutano. In quel momento, non lontano da loro, un terzo ragazzo sta scattando una foto. Più tardi, guardando quella foto, si renderanno conto di aver trovato un momento in cui la luce è così particolare da essere irripetibile. Un momento che puoi provare altre cento, mille volte, ma non riuscirai più a replicare. È quello lo scatto definitivo. Non c’è un particolare significato dietro o un concept di un certo tipo. Non è una foto che spiega molto, né racconta altro di diverso da quello che mostra. Due persone sfocate che si salutano mentre una giornata nella più grande città del mondo sta per ricominciare. La strada è Berwick Street. La copertina è quella di «(What’s The Story) Morning Glory», il secondo disco degli Oasis. Il disco che farà diventare la band di Manchester la band più famosa del mondo. Usciva vent’anni fa. Una vita fa. È cambiato tutto. Il ruolo della musica. Il senso della musica pop. La capacità di raccontare un momento particolare di una società in evoluzione, alla scoperta di qualcosa di nuovo. «(What’s The Story) Morning Glory» non è solo un disco di canzoni fantastiche. Ma è il disco che racconta una generazione che ‘vuole farcela’. Chi andando dalla provincia alla città. Chi cercando di realizzare qualcosa che abbia un senso (e spesso in Inghilterra lo fai facendo una band). Chi cercando un senso comune assieme a tutta una miriade di giovani che, in diversi stadi della loro vita, si sono sentiti rappresentati dalle canzoni scritte da Noel Gallagher (uno dei più straordinari ‘bricoleur’ di canzoni pop) e cantante da Liam Gallagher, uno che nella vita poteva solo sperare di diventare la rockstar definitiva per non finire tra la galera e il sussidio di disoccupazione permanente. Se c’è un momento in cui l’Inghilterra ha cominciato a credere in quel racconto collettivo che anni dopo hanno definito ‘Cool Britannia’ – sia chiaro: anche nei suoi aspetti negativi che sono sotto gli occhi di tutti – è l’uscita di questo disco. A partire da tutta la bagarre inventata tra loro e i Blur (perché, come dice Umberto Eco, hai bisogno di un nemico per definire i confini di quello che sei e quello che vuoi dire), a partire dal senso di opposizione ‘noi contro il mondo’ e per finire nel trionfo di sentirsi milioni di persone in tutto il mondo cantare a squarciagola cose tipo: «But you and I, we live and die/The world’s still spinning round/We don’t know why», che forse adesso ci sembrano più stupide di quanto non ci sembrassero vent’anni fa ma poi alla fine ti rendi conto che non è minimamente importante. Perché poi ci sono le canzoni. C’è «Roll With It», diventata vero manifesto politico per la scalata alla leadership di Tony Blair. C’è «Don’t Look Back in Anger», che aveva fatto capire a tutti chi era il vero genio. C’è «Cast No Shadow», che io colpevolmente ho scoperto nella sua grandezza solo molti anni più tardi. C’è «Champagne Supernova».
E poi c’è questa.
Che è una della due canzoni più famose degli anni Novanta (l’altra lo sapete benissimo qual è).
Che è una di quelle canzoni per cui non servono altri commenti.
Non mi ricordo di averla mai postata nella sua versione originale, perché in fondo è un po’ inflazionate.
Ma sapete che c’è? Chi se ne frega.
Oggi sono vent’anni che siamo qui a cantare queste canzoni.
Ci rivediamo fra altri venti. «Caught beneath the landslide».

and after all
you’re my wonderwall.

https://m.youtube.com/watch?v=bx1Bh8ZvH84