Vent’anni fa.

Ci sono due ragazzi che camminano in una strada deserta di Londra. È quasi l’alba. La strada è in centro a stranamente non c’è nessuno. La metropoli non si è ancora svegliata. Non hanno ancora montato i banchi del mercato. Non hanno ancora aperto i negozi. Camminano uno di fronte all’altro e ad un certo punto si incrociano e si salutano. In quel momento, non lontano da loro, un terzo ragazzo sta scattando una foto. Più tardi, guardando quella foto, si renderanno conto di aver trovato un momento in cui la luce è così particolare da essere irripetibile. Un momento che puoi provare altre cento, mille volte, ma non riuscirai più a replicare. È quello lo scatto definitivo. Non c’è un particolare significato dietro o un concept di un certo tipo. Non è una foto che spiega molto, né racconta altro di diverso da quello che mostra. Due persone sfocate che si salutano mentre una giornata nella più grande città del mondo sta per ricominciare. La strada è Berwick Street. La copertina è quella di «(What’s The Story) Morning Glory», il secondo disco degli Oasis. Il disco che farà diventare la band di Manchester la band più famosa del mondo. Usciva vent’anni fa. Una vita fa. È cambiato tutto. Il ruolo della musica. Il senso della musica pop. La capacità di raccontare un momento particolare di una società in evoluzione, alla scoperta di qualcosa di nuovo. «(What’s The Story) Morning Glory» non è solo un disco di canzoni fantastiche. Ma è il disco che racconta una generazione che ‘vuole farcela’. Chi andando dalla provincia alla città. Chi cercando di realizzare qualcosa che abbia un senso (e spesso in Inghilterra lo fai facendo una band). Chi cercando un senso comune assieme a tutta una miriade di giovani che, in diversi stadi della loro vita, si sono sentiti rappresentati dalle canzoni scritte da Noel Gallagher (uno dei più straordinari ‘bricoleur’ di canzoni pop) e cantante da Liam Gallagher, uno che nella vita poteva solo sperare di diventare la rockstar definitiva per non finire tra la galera e il sussidio di disoccupazione permanente. Se c’è un momento in cui l’Inghilterra ha cominciato a credere in quel racconto collettivo che anni dopo hanno definito ‘Cool Britannia’ – sia chiaro: anche nei suoi aspetti negativi che sono sotto gli occhi di tutti – è l’uscita di questo disco. A partire da tutta la bagarre inventata tra loro e i Blur (perché, come dice Umberto Eco, hai bisogno di un nemico per definire i confini di quello che sei e quello che vuoi dire), a partire dal senso di opposizione ‘noi contro il mondo’ e per finire nel trionfo di sentirsi milioni di persone in tutto il mondo cantare a squarciagola cose tipo: «But you and I, we live and die/The world’s still spinning round/We don’t know why», che forse adesso ci sembrano più stupide di quanto non ci sembrassero vent’anni fa ma poi alla fine ti rendi conto che non è minimamente importante. Perché poi ci sono le canzoni. C’è «Roll With It», diventata vero manifesto politico per la scalata alla leadership di Tony Blair. C’è «Don’t Look Back in Anger», che aveva fatto capire a tutti chi era il vero genio. C’è «Cast No Shadow», che io colpevolmente ho scoperto nella sua grandezza solo molti anni più tardi. C’è «Champagne Supernova».
E poi c’è questa.
Che è una della due canzoni più famose degli anni Novanta (l’altra lo sapete benissimo qual è).
Che è una di quelle canzoni per cui non servono altri commenti.
Non mi ricordo di averla mai postata nella sua versione originale, perché in fondo è un po’ inflazionate.
Ma sapete che c’è? Chi se ne frega.
Oggi sono vent’anni che siamo qui a cantare queste canzoni.
Ci rivediamo fra altri venti. «Caught beneath the landslide».

and after all
you’re my wonderwall.

https://m.youtube.com/watch?v=bx1Bh8ZvH84

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