Se Condé Nast compra Pitchfork

Condé Nast compra Pitchfork, e tutti si chiedono quali siano le conseguenze. Secondo me il contributo su quella che è sostanzialmente una non-notizia è stato scritto da Enzo Baruffaldi su Rockit.it. Mi permetto di aggiungere solo uno spunto di riflessione, partendo da quanto afferma Fred Santarpia di Condé Nast sull’arricchimento del gruppo grazie a «un pubblico di appassionati maschi millennial». A conferma non solo che ogni elemento del cosiddetto mondo alternativo cresce fino a quando non diventa monetizzabile e assimilabile da un grande gruppo mainstream – è sempre successo e sempre succederà (e per questo che l’alternativa e l’indipendenza non vadano più cercati nel sistema produttivo ma nelle qualità stilistiche e politiche del soggetto di cui stiamo parlando) – ma soprattutto che la nostra generazione, che è cresciuta con Pitchfork in un contesto culturale tra la fine del mercato discografico come lo conoscevamo e l’inizio di qualcos’altro, non ha mai visto l’indie come un atto politico. Da un lato per smarcarsi da una certa «serietà» ultra-rigoroso nell’approccio (disegnando qui il terreno dello scontro con la generazione precedente). Dall’altro perché si tratta di una generazione a-rivoluzionaria. Una generazione completamente assorbita nei meccanismi ‘soliti’ e che non ha avuto l’opportunità di pensare o ipotizzare qualcosa di ‘grande’, un racconto nuovo (come scrive Dave Eggers: «(…) sono abbastanza sicuro che sarei venuto su meglio, tutti quelli che conosco sarebbero venuti su meglio, se avessimo preso parte a una lotta universale, a una causa più grande di noi»). Insomma, una generazione cresciuta con il solo scopo di auto-mantenersi cercando di far crescere i propri ‘prodotti’ e venderli quando questi non sono diventati grandi. Per carità, è una cosa giustissima. Ma forse è la migliore delle cose possibili. Forse è un po’ un limite.

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