Qualunque cosa questa parola voglia dire

A Torino ci sono tanti Caffè storici, o quanto meno tradizionali (qualunque cosa questa parola voglia dire). Ai tavolini di questi Caffè, spesso, trovi dei clienti anziani. Non è importante a che ora tu ci vada, li troverai sempre. Lo troverai. La troverai. Entra, saluta, prende il solito – da chissà quanti anni – paga la consumazione per il nipote («E se vuole pagare lei gli dica di no!»), legge il giornale, aspetta. Ha il suo tavolino. Ha la sua routine. Ha la sua tradizione (qualunque cosa questa parola voglia dire). Ecco, io non mi chiedo tanto noi trentenni arriveremo mai ad avere quel tipo di routine, quel tipo di abitudine, quel tipo di tradizione (qualunque cosa questa parola voglia dire), ma se arriveremo mai ad avere quel tipo di serafica tranquillità nell’affrontare le cose. Quella capacità di piegare il tempo alle proprio esigenze. Se arriveremo mai anche noi ad avere i nostri Caffè storici, o quanto meno tradizionali (qualunque cosa questa parola voglia dire) in cui prendere il solito – da chissà quanti anni – in cui pagare le consumazioni ai nostri nipoti («E se vuole pagare lei gli dica di no!»), in cui leggere il giornale chissà su che nuovo aggeggio, in cui aspettare. Perché abbiamo sempre l’ansia di arrivare da qualche parte e spesso non sappiamo nemmeno noi dove. E quando ci arriviamo, spesso, scopriamo che il caffè è pure cattivo.

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