Non siamo la generazione Bataclan

Generalizzare, etichettare, incasellare permette di costruire il discorso, facilita l’argomentazione, rende più pratica l’esposizione di una tesi. È una prassi molto in voga in un periodo storico confuso, in cui c’è bisogno – o si crede di aver bisogno – di indirizzare o essere indirizzati. Il problema, però, è che questa passi diventa una vera «ansia», frenetica e indistinta, che per in seguire uno slogan rende tutto uguale a tutto. Quando etichetti ogni cosa e dopo ogni evento, alla fine non etichetti niente, e gli eventi non hanno più distinzione. Questo livellare è pericoloso. Perché porta a privarsi dell’analisi. Della visione complessa. Della prospettiva storica. Ed è per questo che ho letto come se fosse una vera e propria «liberazione» (scusate il gioco di parole) l’articolo di Andrea Coccia. Non siamo la «generazione Bataclan». Siamo, semmai, quelli che volevano evitarlo, il Bataclan. Siamo quelli che vogliono evitare un incastellamento così stupido, arbitrario, alla fine facile dopo che per anni abbiamo cercato di dire che non era questo il mondo in cui volevamo vivere. E a furia di dirlo adesso sembra che non si abbia nemmeno più tanta voce.

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Quando la tua idea del futuro è un’idea (perdente) di passato

Il problema non è il bonus di 500€ ai diciottenni. Il problema è il bonus di 500€ ai diciottenni quando il giorno dopo un tuo ministro afferma che «il voto di laurea è inutile». Un giorno vuoi investire sulla cultura, il giorno dopo affermi – sostanzialmente – che tanto è tutto inutile. Quando un ministro afferma una cosa del genere, non svilisce solo tutti quei giovani che credono nel valore della cultura, della formazione e dell’istruzione, ma svilisce anche l’idea stessa di futuro del paese. Un paese che continua ad abbassare l’asticella delle sue aspettative non avrà altre alternative al futuro (cit.), ma non vuole avere gli strumenti adeguati per affrontarlo.

Il bubbone di piazza Vittorio, lo «slacktivism» e la cultura dell’evento

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La politica contemporanea è schiava della ‘cultura dell’evento’. Stretta nella logica della turbo-comunicazione, dove vale solo quello che è notiziabile, vendibile, esplicito. È la naturale prosecuzione di quell’atteggiamento che ha visto sempre più lo spazio politico privarsi di qualsiasi approfondimento cercando l’indignazione facile, il tweet che risolve tutto, lo «slacktvism» che puoi fotografare. Insomma, la ‘cultura dell’evento’ è quella cosa per cui si indica la luna e tutti continuano a guardare il dito dicendoti che forse dovresti tagliarti le unghie. Ad esempio, a Torino sto leggendo tantissime lamentele, proposte di sit-in, flash-mob e altri rituali della nuova militanza civica per protestare contro una (bruttissima, va detto) struttura temporanea in piazza Vittorio Veneto, rea di deturpare il paesaggio. Tutto giusto, del resto, l’armonia interna del centro di Torino e delle sue ‘piazze auliche’ vanno rispettate. Però, a questo punto, gradirei sit-in di protesta per tutte le strutture temporanee che invadono le nostre piazze (da CioccolaTO ai concerti del primo Maggio). Attaccare il ‘bubbone’ è un ‘evento’ che non impegna: scriviamo uno status, andiamo in piazza, facciamo finta che il problema sia questo. Mi sarebbe piaciuto vedere, però, lo stesso allarmismo diffuso quando l’amministrazione ha cominciato ad architettare una delirante riforma delle circoscrizioni che, questa sì, andrà a incidere sulla nostra vita di tutti i giorni molto più che una tenso-struttura che prima o poi tornerà a farci ammirare piazza Vittorio in attesa del prossimo evento, del prossimo giro di giostra e della prossima indignazione facile.

La nuova dimensione pubblica

La tirannia dell’intimità psicologizza e personalizza ogni cosa. Neppure la polita le sfugge. Così, i politici non vengono giudicati in base alle loro azioni, ma l’interesse generale è indirizzato verso la persona, e ciò produce in essa una costrizione alla messa in scena. La perdita della dimensione pubblica si lascia dietro un vuoto, nel quale si riversano intimità e riservatezze. Al posto della dimensione pubblica subentra la pubblicizzazione della persona. La dimensione pubblica diventa, in questo modo, un luogo di esposizione. Si allontana sempre più dallo spazio dell’agire comune.

Byung-Chul Han, La società della trasparenza, nottetempo 2014, p. 61

Non contare su Roma

Piantala di autocommiserarti e stammi a sentire. Io sto dalla tua parte. Ma non contare su Roma. Non esiste al mondo una città più scivolosa di questa. Qui i grandi amori e gli odi eterni durano lo spazio di un caffè, Martin. Qui re, papi, duci e imperatori sono stati esaltati e abbattuti nel giro di un soffio di vento. Questa è una città che ogni minuto accende una passione e ne spegne mille. Roma ti riconosce finché ti guarda dal basso in alto. Quando scendi dal piedistallo, sei uno come anti, e avanti un altro.

Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, La notte di Roma, Einaudi 2015 (p. 214-5)

La recensione di «Spectre». Per punti [sì] e punti [no]. E qualche micro-spoiler.

[Sì]
– Il carnevale citazionista (vestiti, arredi, situazioni, cattivi) di Sam Mendes che conclude il processo che «riporta tutto a casa» facendo in modo che Bond faccia pace con il mito di Bond.
Daniel Craig, che alla fine ci mancherà davvero. Se Bond fa pace col mito di Bond, è soprattutto merito suo.
– Gli attori di contorno, mai così fondamentali. Lo spazio maggiore dato a Q e M che concilia il fatto che, va bene, «There is no school like the old school», ma se hai un nerd dalla tua parte ce la fai meglio.
Lea Seydoux.
– La riconfigurazione ormai totale dei cattivi come terroristi dei Big Data. Poi possiamo discutere sul trattamento, ma è una cosa interessante.

[No]
– Il poco spazio dato a Andrew Scott. Il suo Denbigh è, a tutti gli effetti, il suo Moriarty in Sherlock. Cattivissimo. Inesorabile. Inevitabile. Doveva essere più centrale, diciamo. Così come il bellissimo edificio dei super-servizi-segreti.
– Come diavolo fa Bautista a entrare in una Ferrari?
– Gli occhiali da sole di Bond. Per me un grande no.
– La canzone & i titoli di apertura. In assoluto i più brutti mai visti e sentiti nei film di 007. E ci sono stati gli anni Ottanta.
– Ridurre «l’origine di tutti i mali» a un enorme ‘daddy issue’ può essere rischioso. Potevano gestirla meglio in sede di sceneggiatura, diciamo.

La sindrome delle belle bandiere: su SEL a Milano

Leggo che, qualora Beppe Sala decidesse di correre alle Primarie di Milano, SEL si chiamerebbe fuori perché «con Sala non sono più Primarie di centrosinistra». Spero sia una provocazione, perché il senso delle Primarie è proprio la definizione del disegno politico a partire dalle idee e dalle visioni sulle città. Ed è sbagliato sgomberare il campo lasciando vuoto lo spazio, perché altrimenti viene occupato da quello che a parole si vorrebbe arginare. Lo spauracchio della «destra» non si combatte con lo spauracchio della «sinistra», ma con una piattaforma di idee e pratiche realizzabili e confrontabili. Se questa scelta non fosse solo una semplice provocazione, si rievocherebbe la sindrome delle “Belle Bandiere” di cui Ilda Curti ha scritto ieri su Minima e Moralia. La sfida politica si vince accettandola, non rifiutandola.