Non siamo la generazione Bataclan

Generalizzare, etichettare, incasellare permette di costruire il discorso, facilita l’argomentazione, rende più pratica l’esposizione di una tesi. È una prassi molto in voga in un periodo storico confuso, in cui c’è bisogno – o si crede di aver bisogno – di indirizzare o essere indirizzati. Il problema, però, è che questa passi diventa una vera «ansia», frenetica e indistinta, che per in seguire uno slogan rende tutto uguale a tutto. Quando etichetti ogni cosa e dopo ogni evento, alla fine non etichetti niente, e gli eventi non hanno più distinzione. Questo livellare è pericoloso. Perché porta a privarsi dell’analisi. Della visione complessa. Della prospettiva storica. Ed è per questo che ho letto come se fosse una vera e propria «liberazione» (scusate il gioco di parole) l’articolo di Andrea Coccia. Non siamo la «generazione Bataclan». Siamo, semmai, quelli che volevano evitarlo, il Bataclan. Siamo quelli che vogliono evitare un incastellamento così stupido, arbitrario, alla fine facile dopo che per anni abbiamo cercato di dire che non era questo il mondo in cui volevamo vivere. E a furia di dirlo adesso sembra che non si abbia nemmeno più tanta voce.

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