La morte delle idee

Berlusconi contribuì a far passare l’Italia da quella […] cultura basata sula stampa del XIX e XX secolo in cui la politica era uno scontro di ideologie, a un mondo postmoderno in cui le forze motrici della politica sono la personalità, la celebrità, il denaro e il controllo dei mezzi di comunicazione.
Una conseguenza positiva ci fu: gli italiani smisero di morire per la politica. A fronte di un effetto negativo: non c’erano più idee politiche per cui valesse la pena d lottare o di discutere.

Alexander Stille, Citizen Berlusconi. La vita, le imprese, la politica (Garzanti 2010, p. 17)

Italian Indie 2015

Quelli che amano Calcutta. Quelli che odiano Calcutta perché odiano le sue canzoni. Quelli che odiano Calcutta perché odiano quello che Calcutta rappresenta.
Quelli che pensano che Appino abbia fatto bene a ‘non mandarle a dire’ al tizio di The Voice. Quelli che Appino se la deve credere meno. Quelli che ‘se l’avessimo fatto noi saremmo stati dei poveri stronzi’.
Quelli che i Cani sono il male della musica italiana. Quelli che non capisci, senza i Cani staremmo ancora qui a rivalutare gli 883.
Quelli che non rivalutano gli 883.
Quelli che ‘io ascoltavo Go Dugong da prima’. Quelli che ‘Go Dugong ha sempre fatto schifo’.
Quelli che vanno al Pigneto a Roma o a San Salvario a Torino perché credono che sia un’esperienza autentica. Quelli che non vanno al Pigneto a Roma o a San Salvario a Torino perché pensano di restare autentici.
Quelli che leggono Rockit. Quelli che odiano Rockit.
Quelli che leggono Noisey perché ‘non capite le provocazioni’. Quelli che odiano Noisey perché ‘queste provocazioni hanno stufato’.
Quelli che hanno un blog e una trasmissione radio. Quelli che pensano che i blog siano inutili e le trasmissioni radio non le ascolta più nessuno.
Quelli che fanno le foto. Quelli che odiano quelli che fanno le foto.
Quelli che danno ancora retta a Manuel Agnelli. Quelli che non hanno mai dato retta a Manuel Agnelli.
Quelli che fanno il deejay. Quelli che ‘a mettere i dischi sono capaci tutti’.
Quelli che comprano un sacco di dischi e trattano quelli che usano solo Spotify come dei dementi. Quelli che ascoltano musica su Spotify e trattano quelli che comprano i dischi come dei rottami del Novecento.
Quelli che Lo Stato Sociale non li avete capiti. Quelli che pensano che Lo Stato Sociale abbiano rovinato tutto.
Quelli che…
E poi mi chiedete perché uno si rompe i coglioni.

Questa non è una recensione di Star Wars

Questa non è una recensione di Star Wars: The Force AwakensIn rete ce ne sono già tantissime e che coprono tutta la gamma di emozioni, dal ‘capolavoro’ alla ‘sola’. Essendo un film destinato a far discutere, ci sta. Per quanto mi riguarda, sono d’accordo in tutto e per tutto con quanto espresso da Stanlio Kubrick su i400calci.com. Questa che segue è più una raccolta di spunti di riflessione attorno al film e al cinema. Potevo raccontarvi anche delle sequenze visivamente straordinarie di cui questo film è pieno, ma ho preferito fare altro. Ovviamente ci sono SPOILER. Quindi, se non avete visto niente, continuate a vostro rischio e pericolo.

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1. Se sei una ragazza o un ragazzo nato in Occidente negli anni Ottanta, il cinema è ancora ‘il più grande spettacolo del mondo’ costruito sulla solidissima asse formata da Steven Spielberg, George Lucas e Robert Zemeckis. Il cinema era il luogo della favola, della meraviglia, della fantasmagoria: il luogo dove si costruivano universi alternativi e si rendeva possibile un’idea di futuro fantastica; il luogo in cui i dinosauri prendevano vita; il luogo in cui i confini nel mondo materiale e della finitezza umana semplicemente non avevano più senso. Una missione piccola e banale che sanno ancora fare in pochi, principalmente dalle parti della Disney (che, non a caso, è proprietaria di Pixar, Marvel e del brand Star Wars, praticamente le tre linee di espansione del mondo materiale attualmente in circolazione). Se sei una ragazza o un ragazzo nato in Occidente negli anni Ottanta, capisci perfettamente il senso profondo che muove il cinema di J.J. Abrams e lo ami in modo incondizionato dal momento in cui ti sei scoperto commosso alla fine di Super 8.

2. Hanno ragione tutti: J.J. Abrams è l’unica persona al mondo che può prendere quello che è, semplicemente, il più grande contributo della civiltà occidentale all’epica e rintracciarne i fili profondi, riannodarli e riportarli sui binari giusti del mito. Roland Barthes affermava che, per essere tale, il mito doveva uscire dal flusso della storia per destinarsi all’immortalità. Star Wars, che è sempre stato affare dell’immortale, va trattato così. Se ci si perde a parlare di nostalgia e di citazionismo non abbiamo compreso le regole del gioco.

3. Star Wars. Episode IV: A New Hope è uno dei film più importanti della storia del cinema sia dal punto di vista commerciale, sia dal punto di vista culturale (non devono essere queste brevi righe scritte a caldo a ricordare tutta la cosmogonia che ne é derivata in modo tutto sommato casuale, dacché il film fu un grandissimo azzardo di un regista sull’orlo di una crisi di nervi). Inoltre, è uno dei punti fondamentali di quella stagione apparentemente senza fine che chiamiamo postmoderno. Secondo Umberto Eco, ogni epoca ha il suo postmoderno e ogni postmoderno può essere inteso come una forma di manierismo. Il vero difetto della seconda trilogia di George Lucas, tanto bistratta quanto interessante da più punti di vista (pur contenendo cadute di stile veramente deplorevoli), è proprio quella di essere stilisticamente ed esteticamente manierista. L’universo di Star Wars si basa su un arcaismo post-nucleare, un medioevo spirituale in una cornice di tecnologia avanzatissima: sognavamo il futuro, ma con un’anima. La seconda trilogia usciva da questa cornice per entrare a piene mani in un contemporaneismo che ha avuto il solo effetto di far invecchiare tremendamente dei melodrammi costruiti per collegarsi allo spirito del tempo. Quando il mito diventa ‘umano’, allora crea un cortocircuito e smette di funzionare. Attaccare Jar Jar Binks è solo la punta dell’iceberg. J.J. Abrams, invece, ritorna nei luoghi della nostra infanzia (anche si siamo nati dieci anni dopo la prima uscita al cinema) e non fa altro che rimetterli in moto: prende la più grande saga epica del postmoderno e la fa dialogare con il contemporaneo.

4. Questo dialogo funziona perché il mito viene riaggiornato nei suoi caratteri funzionali, non nelle sue radici profonde. Si rimette in moto la macchina narrativa, si ritorna sulle traiettorie purissime del viaggio dell’eroe, ma lo si fa creando le condizioni per non sembrare posticcia. Un racconto problematico che mette assieme politica, tensioni sociali, tradizione e ‘eternità’, fallibilità dell’essere umano davanti al metafisico. Lo schema universale della prima trilogia era semplice: da un lato l’impero, dall’altro la resistenza; la seconda trilogia mostrava il passaggio da una repubblica utopica alla disopia imperiale; la terza complica ancora di più la faccenda. Che cos’è il Nuovo Ordine? È ‘legale e riconosciuto’ o si tratta di uno straordinario atto di forza contro lo status quo? Ma soprattutto, qual è lo status quo? Come dialogano la Repubblica e il Nuovo Ordine (sì, ok, a cannonate spaziali che devastano pianeti, ma non è questo il punto)? E se la Repubblica è in qualche modo il sistema vigente, come mai il suo esercito si chiama resistenza? Insomma, J.J. Abrams e Lawrence Kasdan spazzano via la distinzione manichea tra bene & male che, di fatto, era già il grande non detto dietro la dinamica complesse tra forza e lato oscuro (il che ha sempre reso così interessante il personaggio di Dart Vader) e la gettano in politica all’altezza di questi nostri tempi interessanti (cfr. Slavoj Žižek). Il Nuovo Ordine è ovviamente cattivissimo e si basa sul conflitto per il primato del comando tra Kylo Ren – che è un Sith o qualcosa del genere: un Jedi cattivo – e il generale Hux, uno che, in barba a tutta questa metafisica tradizionale, crede sostanzialmente nella legge militare del più forte: il primato della tecnica sull’umano, pura distopia (non a caso, il generale è un para-nazista che comanda uomini-macchina al servizio dello scopo supremo: il nazismo ha sacrificato le ideologie, le utopie del progresso e le grandi narrazioni sull’altare del grande disegno hitleriano). I germogli di questo conflitto sulla plancia della navicella del male, ad oggi, possono riservare molte sorprese andando al di là della banalità del male. Anche perché Kylo Ren – di cui capiamo già i tormenti interiori sia per il modo in cui reagisce ai disappunti degli errori di percorso (= sfasciando tutto); sia per come risolve senza nessuna epica e nessuna etica il conflitto con la (inesistente) figura paterna di Han Solo – non sembra destinato a essere il ‘cattivo definitivo’ della saga: altrimenti non avrebbero scelto Adam Driver, altrimenti non lo avrebbero mostrato per così tanto tempo senza maschera.

5. Le dinamiche della resistenza sono sostanzialmente sempre le stesse: rubiamo i piani segreti e puntiamo tutto sull’effetto a sorpresa perché abbiamo i piloti più spericolati della galassia. Insomma, per trent’anni dopo la fuga di Luke Skywalker hanno dovuto avvalersi della purissima tecnologia perché la metafisica aveva deciso di mettersi in stand-by.

6. Il cavaliere Jedi è in sé una figura cristologica. Non ho le competenze in materia, ma credo proprio che ci sia una metafora biblica consistente. Da Anakin Skywalker a Rey, la ragazza-profeta che maneggia i prodromi della Forza in pochissimo tempo (forse perché la situazione politica attuale comporta un diverso stato d’eccezione e perché la realtà accelerata non permette tempi morti e addestramenti tanto lunghi), si tratta di conflitti tra figure semi-divine, alberi della tentazione e sacrifici come redenzione dai peccati della galassia. Si vedrà nel secondo capitolo (Episodio VIII) come il profeta Luke Skywalker, esiliato come Cristo nel deserto, ricondurrà l’allieva ai principi della forza. J.J. Abrams ha fatto tantissimo riconciliando Star Wars con la sua storia, come se solo attraverso il ritorno alle origini – non è un remake, è un reboot – potesse permetterci di ripartire. Se non fosse già stato scritturato un secondo regista per il nuovo film (Rian Johnson, già regista di Looper), si potrebbe dire: «Va bene J.J. Abrams, ora che hai la nostra attenzione, facci vedere cosa sai fare».

Ci sarebbero molte altre cose da aggiungere. Magari arriveranno. Però volevo lasciarvi con un’immagine dell’arrivo della Resistenza a bordo degli X Wing. Ecco. In quel momento, in barba a tutte le considerazioni analitiche, la fantasmagoria ritorna e la magia del cinema esplode nella sua essenza più bella. Diavolo di un J.J. Abrams, ce l’hai fatta ancora.

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Musica 2015 – Top 10

Eccola qui. La mia Top 10 del 2015 in musica. Direi che rispecchia molto bene il tipo di anno che ho vissuto. Come sempre, si tratta di una classifica autobiografica al 101%. Insomma, se guardate bene, un bel disco con le chitarre jangle-pop lo abbiamo trovato anche quest’anno zeppo di elettronica.

(1) Holly Herndon, Platform
[https://youtu.be/nHujh3yA3BE]

(2) Beach House, Depression Cherry
[https://youtu.be/GfITojs_mNg]

(3) Courtney Barnett, Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit
[https://youtu.be/2ZOGlFdReMM]

(4) Grimes, Art Angels
[https://youtu.be/Tv9YoYCKNoE]

(5) Natalie Prass, Natalie Prass
[https://youtu.be/HXJJSPUpAQE]

(6) Four Tet, Morning/Evening
[https://youtu.be/nWJV83LyBz8]

(7) Tobias Jesso Jr., Goon
[https://youtu.be/TEeueAZUVeM]

(8) Martin Courtney, Many Moons
[https://youtu.be/vvN4wroh2Wc]

(9) Julia Holter, Have You In My Wilderness
[https://youtu.be/X2JgMniIpRM]

(10) Father John Misty, I Love You, Honeybear!
[https://youtu.be/khk77JHALmU]

Fuori classifica Kendrick Lamar, che lo state mettendo tutti.
Disco che avrei voluto mettere ma non ho ascoltato a sufficienza: Tame Impala.
Delusione cocente Chvrches: ci avevo sperato tanto e invece hanno fatto un disco insignificante e quasi innocuo.

Il vero capolavoro pop

[…] sentendo parlare adesso di quegli anni leggendo i libri di storia degli anni Ottanta che cominciano a uscire, e che parlano soprattutto di Dallas e Dinasty, dei Nuovi Condottieri Gardini De Benedetti Berlusconi Agnelli, della Milano da bere, delle vacanze in yatch, libri che dicono insomma le cose che tutti sanno e si ricordano, le cose che tutti allora vedevano e che già sembravano strane o interessanti o epocali allora – viene il dubbio che il vero capolavoro pop degli anni Ottanta stia proprio in questa gigantesca lezione di irrealtà: aver fatto credere a tutti, anche agli storici di oggi, che quella era la vita, quelle le cose che davvero contavano e definivano lo spirito del tempo, mentre invece tutta questa Apparenza era forse soltanto apparenza, e la vita vera correva su tutt’altri binari, e tutta un’altra realtà – reale, questa – si stava preparando.

Claudio Giunta, Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo (Il Mulino 2013, p. 270)

Italodance e il nichilismo

Torino è letteralmente tappezzata di manifesti – anche molto grossi – che pubblicizzano la festa di capodanno che si terrà alle famigerate Rotonde di Garlasco (provincia di Pavia, 150 km da Piazza Castello) con dj resident Gigi D’Agostino. Probabilmente, l’aggressiva strategia di marketing è dovuta dai sabaudi natali del noto personaggio tanto in voga negli anni Novanta. Probabilmente, l’aggressiva strategia di marketing che si sviluppa in un’ampia offerta che prevede anche quattro diversi menù con diverse offerte fino alla fatidica ‘notte in albergo’, è dovuta all’ampio sfruttamento della ‘nostalgia’ per un passato che non tornerà più presso una delle ultime generazioni che forse riesce in qualche modo a spendere ancora dei soldi: dalle cassettine di HitMania Dance al capodanno con 10 ore di musica non stop per ricordarci di quando eravamo immortali. Tutta questa offerta di eterna giovinezza all’interno di una cornice di chiassoso ‘cafonal’ e colonna sonora dei BPM Italodance da immaginario collettivo post-Billionaire è forse la cosa più vicina agli ultimi giorni di Pompei che io riesca a ipotizzare. In tutto questo probabilmente da Torino partiranno le navette per Garlasco (provincia di Pavia, 150 km da Piazza Castello) e probabilmente ci sarà non solo il tutto esaurito, ma pure la gente fuori. Puro nichilismo. Pura ‘locura’. Verrà la morte, e avrà gli occhi vuoti di chi non crede più in niente.

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La commedia dell’arte applicata alla storia

Gli italiani, il popolo che non ha mai fatto una rivoluzione, hanno un concetto di “passione” assimilabile al tifo sportivo e rileggono gli spartiacque della storia come la moviola delle partite di calcio: tifando. È così impossibile costruire una memoria collettiva solida, ci si limita a una sfuggente e fumosa memoria basata sul conflitto dell’interpretazione di una storia che è sempre dubbiosa ed enigmatica, anche quando non lo è. Gli eventi di ieri sono condannati a ripetersi, usati come canoni per catalogare i fatti di oggi: le maschere di un eterno presente, la commedia dell’arte applicata alla storia.

Tommaso Cerno, A Noi! Cosa resta del fascismo nell’epoca di Berlusconi, Grillo e Renzi (Rizzoli 2015, pp. 175-6)