Il Pirellone, 10 punti per dire che è un errore

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Gotham City, Petunia Ollister

Per tutti quelli che «Se avessero messo i colori della bandiera arcobaleno avreste esultato tutti mentre sarebbe stata la stessa cosa». Sì, avremmo esultato tutti e no, non sarebbe stata la stessa cosa. Dieci motivi:

(1) Il palazzo della Regione Lombardia è il simbolo di una regione, quindi simbolo di tutti gli abitanti di quella regione. La bandiera arcobaleno rappresenta i diritti di tutti e la ricerca dell’uguaglianza. Il Family Day non rappresenta tutti gli abitanti di quella regione.
(2) La Regione è un’istituzione laica. La bandiera arcobaleno è un simbolo laico. Il Family Day non è una manifestazione laica.
(3) La Regione si occupa di realtà, non di fantascienza. Il Family Day difende e attacca due cose che non esistono: la famiglia tradizionale e l’ideologia gender.
(4) La Regione dovrebbe difendere e tutelare i propri cittadini. La bandiera arcobaleno non è un simbolo violento e non fa male a nessuno. Al Family Day partecipano personaggi violentissimi.
(5) I comitati promotori della manifestazione ‪#‎svegliatitalia‬ non ricevono contributi pubblici, non fanno affari con nessuna istituzione pubblica. Anzi, sono retti da volontari che di soldi ne rimettono e anche un bel po’. L’enorme scritta Family Day sembra una mancia elettorale.
(6) Pur riconoscendosi in una più naturale cornice progressista, la bandiera arcobaleno è estremamente politica ma non è né ideologica, né proprietà di nessuno schieramento politico. La scritta Family Day, pur non essendo trademark di uno schieramento politico, è estremamente ideologica ed usata strumentalmente da un partito politico.
(7) Una regione come la Lombardia dovrebbe capire le potenzialità, sociali ed economiche, della lotta per i diritti di tutti. Un paese più aperto e tollerante è un paese più bello in cui vivere. La scritta Family Day diventa un dispositivo opprimente, quasi di propaganda ‘totale’. E non è necessario leggere Foucault per capirlo.
(8) Le più grandi città del mondo, da New York a Parigi, da Berlino a Londra, hanno promosso i diritti di tutti colorando con la bandiera arcobaleno i loro luoghi simbolici. Milano ci fa la figura della città di provincia. Fossi nei milanesi, anche quelli conservatori, un po’ mi arrabbierei.
(9) La bandiera arcobaleno è colorata e gioiosa. La scritta Family Day lugubre e funerea.
(10) Il lettering di quelle luci fa veramente cagare.

Give the people what they want: Matteo Renzi, very normal people

Matteo Renzi è un abilissimo comunicatore, lo sappiamo. Ci sono due modi per essere abili. Il primo, più difficile, è cercare di convincere una platea della tua visione del mondo facendo più fatica a seconda delle situazioni. La seconda, più semplice, e forse più fruttuosa nel breve periodo è «to give the people what they want». Steve Jobs diceva che le persone non sanno cosa vogliono fino a quando non lo vedono. Renzi, invece, pensa che le persone non solo vogliono cose ‘basilari’, ma le vogliono attraverso messaggi ‘basilari’ e meno disturbanti possibili. Del resto, l’attuale presidente del consiglio è un convinto sostenitore della negazione del conflitto sociale: la società non ha contraddizioni, non ha nodi da sciogliere, da analizzare, da risolvere. Ecco perché il messaggio può essere plasmato a seconda dell’audience a cui ti stai rivolgendo. La frase sul Family Day «Rispetto dove c’è popolo» non va letta come un’apertura verso la piazza del 30 gennaio e come un paletto al cammino del DDL Cirinnà – o meglio, non solo, perché ovviamente la frase più inquietante è un’altra: «Se non si trova la sintesi, si vota secondo coscienza» – ma va letta come messaggio ad uso e consumo degli ascoltatori di Rtl 102.5.

Rtl 102.5 è una radio che, da anni, porta avanti uno storytelling (scusate…) di ‘normalità’, ‘mediocrità’, di esaltazione aprioristica della ‘banalità’. La visione del mondo di Rtl 102.5 è fatta di pochi messaggi molto semplici. Un buon senso ‘mediamente conservatore’; i buoni sentimenti ‘non troppo pericolosi’; una armonizzazione attorno a un non meglio precisato ‘specifico italico’ per cui siamo sempre e comunque Un Grande Paese. Rtl 102.5 come radio della maggioranza silenziosa perfettamente sintetizzata dallo slogan che da anni porta avanti con pericolosissimo orgoglio: VERY NORMAL PEOPLE. Questo cosa vuole dire? Che il popolo di Rtl 102.5 è omofobo? Non necessariamente. Vuol dire che il popolo di Rtl 102.5 non vuole che ci siano ‘problemi’, ‘conflitti’, ‘tensioni’. Semplicemente: vuole che non gli si rompa le palle. Insomma, niente di nuovo. Per il resto, io domani in piazza a dire «Sì, lo voglio» ci sarò. Voi?

(pubblicato su Facebook)

Eccola, la vostra famiglia tradizionale

Siamo una generazione con famiglie disastrate, famiglie spaccate e disgregate. Siamo figli della ‘generazione del divorzio’, che per la prima volta poteva emanciparsi legalmente per cambiare una situazione insostenibile. Siamo figli di genitori che tradivano il partner, che si costruivano vite parallele, che si piegavano senza volerlo a una situazione ‘che era data’, ma che alla fine non era data per niente. Siamo figli di chi ha preso il conflitto e lo ha messo sotto il tappeto, negandolo, facendo finta che non esistesse. Siamo figli che hanno visto prima ‘evaporare il padre’ (cit.) e poi ci siamo resi conto che nemmeno la madre stava poi così bene. Siamo cresciuti con la scuola al pomeriggio, il doposcuola e tutte le altre attività che ci tenevano lontani da casa. Perché la mamma e il papà non c’erano. Siamo cresciuti con la televisione, con la baby-sitter e con le pesantissime aspettative che un contesto di puro ottimismo di facciata esigeva da noi. Siamo arrivati a trent’anni senza un’ideologia, senza una grande narrazione, senza un idolo (si era sostanzialmente fatto saltare il cervello troppo presto), senza una struttura, una rete protettiva. Semmai, una rete soffocante. E sì, siamo anche figli di famiglie tradizionali che si amano e che superano assieme tutti i problemi.

Eppure ce l’abbiamo fatta. Eppure siamo cresciuti.
Siamo i prodotti disfunzionali della famiglia disfunzionale nella società disfunzionale.
Eppure siamo qui.

Perché vedete, cari difensori della famiglia tradizionale, se c’è una cosa che davvero non esiste da nessuna parte è la vostra idea di mondo, la vostra idea di società, la vostra idea di amore (che non è amore, è qualcos’altro). Quando volete mettere al centro del vostro discorso la tutela dei bambini, andate a parlarci, con questi bambini. Andate a chiedere cosa vogliono, cosa sognano, di cosa hanno bisogno. Andate a chiedere cosa pensano dell’amore, cosa pensano delle loro famiglie, cosa vedono quando tornano a casa. In fondo aveva ragione quello lì, quello che scriveva racconti. Prima di chiederci di che cosa parliamo quando parliamo di famiglia, chiediamoci di cosa parliamo quando parliamo d’amore.

(pubblicato su facebook)

Contro le superstizioni.

Certo, anche io ho fatto qualche battuta a riguardo. Certo, anche io ho pensato «ma dai!». Però io ci darei un taglio a questa faccenda della ‘maledizione di Aaron Ramsey’. Per quanto lo possiamo usare ironicamente, questo ritornello, corriamo un rischio profondissimo legato all’uso irresponsabile delle parole. Viviamo in una società con un tasso di analfabetismo funzionale imbarazzate. In Italia siamo al 47% circa, mentre nel Regno Unito veleggiamo attorno ad un comunque preoccupante 22%. Vuol dire che su 100 persone, 22 persone non riescono a capire il testo che stanno leggendo. Non capiscono il significato, non capiscono il tono, non capiscono le citazioni, i doppi sensi e i sottintesi. Viviamo in una società, inoltre, ancora profondamente superstiziosa e ancora legata a rituali scaramantici: da chi segue la stessa routine prima di un appuntamento importante a chi evita determinati comportamenti perché portano male. L’ambiente del calcio, poi, è particolarmente superstizioso e superficiale. Sia dal punto di vista dei giocatori, sia dal punto di vista degli addetti ai lavori, sia dal punto di vista dei tifosi. Ci vuole davvero pochissimo a rovinare una persona quando comincia a diffondersi la voce dell’untore. Spesso le nostre azioni hanno conseguenze inaspettate perché se non esiste nessuna maledizione, esistono le coincidenze (e queste di Ramsey lo sono), esiste il ‘caso’ ed esiste il ‘caos’, e anche una piccola, innocente, cazzata scritta alla leggera su Facebook rischia di diventare un caso e rovinare la quotidianità di una persona. Stiamo tutti scherzando, ma forse dovremmo darci un taglio. Pensate, adesso, a come si sente Ramsey ogni volta che scende in campo. Pensate al compagno che lo vede solo davanti al portiere e magari non gli passa più il pallone perché ‘hai visto mai’. Pensate al tifoso, che di solito durante quei 90 minuti perde qualsiasi legame con la razionalità. Insomma, stiamo sempre girando attorno al concetto di «responsabilità di parola». Inoltre sappiamo benissimo – perché ci siamo passati tutti (chi più, chi meno) – che non c’è niente di peggio di andare in giro quando comincia a diffondersi la fama di portare sfortuna.

Tutto tranne che un problema

A quelli che dicono «Con tutti i problemi che ci sono, dobbiamo sempre occuparci degli omosessuali?» Ecco, proprio perché i problemi sono davvero ben altri si deve far passare il DDL Cirinnà così com’è. Senza perdere ulteriore tempo. Così torniamo a occuparci dei problemi veri. La questione infatti è tutto tranne che un problema.

(pubblicato su Facebook)

Talent is an accident of genes, and a responsibility: Alan Rickman (1946-2016)

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Hai presente quegli attori a cui vuoi bene? Ecco, Alan Rickman era quel tipo di attore lì. Oltre ad essere, oggettivamente, bravissimo (sia che facesse lo Sceriffo di Nottingham o il marito in crisi di mezza età: poi lì c’era anche Emma Thompson, quindi…), era proprio uno di quegli attori capaci di attirare magneticamente l’attenzione su di sé. Uno di quelli che da un lato metteva in ombra tutti gli altri; dall’altro li potenziava e potenziava tutto il film. Ci sono quelle persone che quando entrano in una stanza, semplicemente, cambiano la temperatura, non si limitano a registrarla. Ecco, quando leggevo che in un film ci sarebbe stato Alan Rickman avevo la certezza ci sarebbe stata quella esatta sensazione. «Talent is an accident of genes, and a responsibility», aveva detto una volta.

(pubblicato su Facebook)

Contro il cinismo da social

Prevedibile. Ogni volta che muore qualcuno che ha significato qualcosa per molti di noi, ogni volta che molti di noi si lasciano un attimo alle spalle ogni sovrastruttura, arrivano quelli che, più furbi degli altri, ci spiegano come va la vita in nome di un fastidiosissimo cinismo stantio. Mi piacerebbe che, un giorno, queste persone ci dicessero a cosa diavolo serve essere così ‘sopra le righe’ nel negare qualsiasi coinvolgimento emotivo e, anzi, prendere in giro chi vuole semplicemente ricordare – magari non sempre completamente a fuoco, vero – un personaggio che ha avuto un senso. E quindi via di citazioni di Zerocalcare (quando muore uno famoso il cordoglio serve per scopare). E quindi via di citazioni di Nanni Moretti (l’ultima, fantastica, «Mi si nota di più…» a sottolineare l’opportunismo per il Like). E quindi via di commenti finto-arguti cercando sempre di mettere in ridicolo chi, invece, in questi casi, è semplicemente e onestamente triste. E quindi via verso la più totale negazione dei piaceri. Come se fosse una colpa sentire ancora qualcosa e essere ancora dispiaciuti perché una persona che ti ha accompagnato a suo modo per anni adesso non c’è più. Forse è tutto commisurato nella natura perversa dei social network (a proposito allego una bella riflessione di Nicola Lagioia). Forse aveva davvero ragione David Foster Wallace quando metteva in guardia dall’ironia come chiave di interpretazione del mondo. Forse al posto di scrivere ad ogni piè sospinto il bisogno di «restare umani» bisognerebbe semplicemente esserlo, umani. Niente battute da quattro soldi, vi prego. Non oggi. E magari nemmeno domani. Domani è ‘The Next Day’ e noi saremo qui. Qualcun altro no. Ma qualcosa rimane, e potremmo ascoltarlo ancora e ancora. Parafrasando quello che ha scritto un mio amico: per noi la musica è qualcosa di fondamentale, qualcosa di sacro. Non importa non essere fan di David Bowie, importa amare e essere ‘toccati’ per qualche motivo in qualche modo e a qualche latitudine. Tutto questo importa. Tutto il resto no. E nemmeno questo cinismo da quattro soldi, che dura poco, sa di vecchio, e alla fine non rende questo luogo un posto migliore. Sapete cosa lo rende un posto migliore?
La musica. Ecco.

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