Dalle rovine

funettaOgni tanto capita di leggere un romanzo che, dopo aver passato una notte insonne perché sentivi di doverlo finire a tutti i costi, ti lascia profondamente turbato perché capace di smuovere alcune corde e alcune sensazioni che – probabilmente – erano lì da tempo e aspettavano solo una scossa. Ogni tanto capita ancora, al netto di tutto. A me è capitato pochi giorni fa leggendo Dalle rovine, l’esordio di Luciano Funetta edito da Tunué.

Un romanzo, questo, che parla di ‘vita’ ma – soprattutto – parla di ‘morte’. Attraverso il rapporto d’amore di un uomo finito, un uomo annullato con i suoi serpenti, il romanzo indaga in quella che potremmo definire ‘materia oscura dell’esistenza’. Personaggi che si muovono sul confine dell’abiezione; luoghi che diventano vivi proprio nel loro rapporto dialettico con la morte (la città di Fortezza, ma anche una Barcellona verissima seppur trasfiguratissima); una storia che racconta di un’umanità già sconfitta e che non può fare altro che scavare dentro di sé, dentro le proprie perversioni e le proprie vere pulsioni mortifere. Non è, però, un culto della morte, ma più una radiografia di una dannazione. Come se questa discesa negli inferi della pornografia, dello snuff, questa pulsione primordiale, sia semplicemente inevitabile.

Dalle rovine sfida il ‘visibile’ di questa epoca (cosa possiamo mostrare? cosa possiamo far vedere? cosa possiamo raccontare?) e – attraverso uno stile rigorosissimo e molto secco – fa quello che deve fare un romanzo: rivoltare l’ottica di chi legge per fargli vedere il mondo da un’altra prospettiva. A distanza di giorni ci penso ancora e quel senso di turbamento non è andato via.

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