Contro le superstizioni.

Certo, anche io ho fatto qualche battuta a riguardo. Certo, anche io ho pensato «ma dai!». Però io ci darei un taglio a questa faccenda della ‘maledizione di Aaron Ramsey’. Per quanto lo possiamo usare ironicamente, questo ritornello, corriamo un rischio profondissimo legato all’uso irresponsabile delle parole. Viviamo in una società con un tasso di analfabetismo funzionale imbarazzate. In Italia siamo al 47% circa, mentre nel Regno Unito veleggiamo attorno ad un comunque preoccupante 22%. Vuol dire che su 100 persone, 22 persone non riescono a capire il testo che stanno leggendo. Non capiscono il significato, non capiscono il tono, non capiscono le citazioni, i doppi sensi e i sottintesi. Viviamo in una società, inoltre, ancora profondamente superstiziosa e ancora legata a rituali scaramantici: da chi segue la stessa routine prima di un appuntamento importante a chi evita determinati comportamenti perché portano male. L’ambiente del calcio, poi, è particolarmente superstizioso e superficiale. Sia dal punto di vista dei giocatori, sia dal punto di vista degli addetti ai lavori, sia dal punto di vista dei tifosi. Ci vuole davvero pochissimo a rovinare una persona quando comincia a diffondersi la voce dell’untore. Spesso le nostre azioni hanno conseguenze inaspettate perché se non esiste nessuna maledizione, esistono le coincidenze (e queste di Ramsey lo sono), esiste il ‘caso’ ed esiste il ‘caos’, e anche una piccola, innocente, cazzata scritta alla leggera su Facebook rischia di diventare un caso e rovinare la quotidianità di una persona. Stiamo tutti scherzando, ma forse dovremmo darci un taglio. Pensate, adesso, a come si sente Ramsey ogni volta che scende in campo. Pensate al compagno che lo vede solo davanti al portiere e magari non gli passa più il pallone perché ‘hai visto mai’. Pensate al tifoso, che di solito durante quei 90 minuti perde qualsiasi legame con la razionalità. Insomma, stiamo sempre girando attorno al concetto di «responsabilità di parola». Inoltre sappiamo benissimo – perché ci siamo passati tutti (chi più, chi meno) – che non c’è niente di peggio di andare in giro quando comincia a diffondersi la fama di portare sfortuna.

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