Sondaggite. Anche oggi.

Ed ecco che anche nella discussione sulle Unioni Civili emergono i sondaggi. «I sondaggi dicono…», «I sondaggi affermano…», «Consultando i dati…» ecco, sapete che c’è? Mi sono un po’ stufato di una politica schiava dei sondaggi, che non riesce a prendersi la responsabilità di una decisione sulla base di un’idea, di un orizzonte, di un obiettivo. I sondaggi sono utilissimi. Anzi, sono fondamentali. Ci devono aiutare a prendere decisioni migliori: su questo hanno ragione gli esperti e mai potrei immaginare un universo privo di dati, rilevazioni e sondaggi. Il problema non è lo strumento in sé ma – come sempre – l’uso che se ne fa. Siamo, da anni ormai, in piena ‘sondaggite’: quasi una teologia. Ogni nostro passo deve seguire dei dati che ci confermano che possiamo farlo. Ogni nostra decisione deve essere presa in risposta ad analisi che dimostrano oggettivamente il polso della situazione. Insomma, una politica che non guida, ma risponde. Una politica che non propone, ma para il colpo. Una politica totalmente impotente di offrire una visione, un’idea, qualcosa per cui vale la pena lottare. Insomma, la gestione di un esistente che non sembra nemmeno così esaltante e nessun coraggio di superare un copione già scritto.

Il digitale e la democrazia

Qualcuno potrebbe vagheggiare la nascita di un partito come quello dei Verdi, ma… “digitale”; ecco, non riesco a immaginare un errore più grande. È sbagliato pensare di poter catalogare e incasellare tutta questa roba digitale per poi incaricare giovani e brillanti programmatori di occuparsene. Questa “roba digitale” è di fondamentale importanza per il futuro della privacy, dell’autonomia, della libertà, della democrazie stessa: si tratta di questioni che dovrebbero essere importanti per qualunque partito politico. Per un partito di massa odierno, non curarsi della propria responsabilità sul “digitale” equivale a non curarsi della propria responsabilità sul futuro stesso della democrazia.

Il prezzo dell’ipocrisia in Eugeny Morozov, Silicon Valley: i signori del silicio (Codice 2016, pp. 108-109)

Invece di qualcuno che affronti attenzione e distrazione dal punto di vista socio-economico – come è stato fatto da Walter Benjamin e Sigfried Kracauer per i media del passato – abbiamo Nicholas Carr e il suo rivolgersi alle neuroscienze o Douglas Rushkoff con la sua critica biofisiologica dell’accelerazione. Qualunque sia la rilevanza di interventi simili, finiscono comunque per tener seperati il tecnologico e l’economico tanto che si arriva a discutere di quanto gli schermi degli iPad condizionino la cognizione, e non di quanto le informazioni raccolte dai nostri iPhone condizionino le misure di austerity dei nostri governi. Criticare la tecnologia, oggi, dovrebbe significare mettere in questione come la tecnologia stessa e i suoi amplificatori consentano al sistema attuale di prendere tempo, prevenendo una iris da cui dipende la sua stessa esistenza.

Quanto volete per i vostri dati? in Eugeny Morozov, Silicon Valley: i signori del silicio (Codice 2016, pp. 151)

The Big Picture

In Italia abbiamo un governo retto da un partito di centrosinistra che si accorda con un partito di centrodestra per una situazione di emergenza che diventa via via strutturale anche su questioni che mai avremmo pensato di mettere in discussione come i diritti civili.
In Inghilterra abbiamo una leadership conservatrice che minaccia di uscire dall’Unione Europea nonostante tutto per rincorrere il voto di una larga fetta del popolo britannico da qualche tempo approdato a una falange di pericolosissimo bifolchi che sostengono ancora l’industria del carbone.
In Francia la questione dell’integrazione esplode giorno dopo giorno e nonostante tutto resta viva la minaccia politica di un partito fortemente incline a politiche intransigenti, repressive e violente.
In due paesi scandinavi da anni considerati un fiore all’occhiello, da prendere a esempio per praticamente tutto, si attuano misure coercitive molto gravi per impedire a chi avrebbe potrebbe richiedere il diritto d’asilo di farlo. E intanto continua a girare in cerca di un porto sicuro.
In altri paesi dell’Unione si sta paventando l’ipotesi di chiusura ‘violenta’ delle frontiere: addirittura attraverso un muro. E tanti saluti al trattato di Schengen e all’Europa fondata sulla pace, l’accoglienza e il mutuo soccorso.
In Turchia e in Russia abbiamo situazioni in cui i diritti umani vengono messi in scacco da presidenti eletti ma con un concetto di democrazia e tolleranza del dissenso abbastanza flessibile. Questi stessi presidenti, inoltre, fanno pesare la loro importanza geo-politica e strategica per strappare trattamenti di favore che nessun altro paese, forse, potrebbe ottenere.
Gli Stati Uniti, come ogni quattro anni, rischiano di finire in mano a fanatici religiosi, fondamentalisti, riottosi energumeni convinti di poter dominare il mondo e gestire la politica come se giocasse a ‘Street Fighter’ schiacciando tasti a caso.
Per non parlare di quello che succede nei regimi autoritari, in medio-oriente, nello Stato Islamico, eccetera.
Gli accordi di Parigi sul contrasto al cambiamento climatico sembrano dimenticati. Nel 2050 avremo circa 1 miliardo di persone (che saranno il 10% della popolazione globale) in stato di migrazione. Alcuni analisti affermano che una prossima crisi finanziaria è alle porte e la recente crisi petrolifera è solo una prima avvisaglia. C’è una diffusa isteria collettiva per cui ogni persona diversa da noi è un nemico e quindi va visto con sospetto e distrutto alla prima occasione. Ogni anno il pianeta terra finisce le sue risorse naturali annue prima del previsto e ogni anno anticipa il giorno in cui finisce le scorte.
Insomma, se non c’è un tasto ‘STOP’, almeno mi dite dove posso scendere?

Se il Cirinnà non passa com’è, perdiamo tutti.

La questione è molto semplice. Il ddl Cirinnà è da tempo considerata una legge ‘al ribasso’, è vero: ma è il punto di partenza minimo da cui partire per iniziare il cammino verso l’uguaglianza totale. In questa legge – presente nel programma di Italia Bene Comune (2013) e apprezzata anche durante il congresso da Matteo Renzi stesso (la sua famosa «posizione timida») – la parte fondamentale non è tanto quella sulle unioni civili, ma quella relativa alla stepchild adoption: anche passassero le unioni civili, resterebbe il problema del figlio del partner, privo di diritti.

Delle due strade prospettate da Renzi oggi all’Assemblea Nazionale del Partito Democratico solo una è percorribile. E sarebbe anche quella più ‘da Renzi’ per come ci ha abituato. Ripresentare la legge in aula così com’è e sfidare il Movimento 5 Stelle al dibattito. Una prova di forza. Votiamoli tutti, gli emendamenti, e vediamo (a) chi si stanca prima e (b) chi sta veramente facendo il doppio gioco.

Cercare l’accordo di governo, stralciando la parte delle adozioni, sarebbe una sconfitta su tutta la linea. E qui non è questione di porre o meno la fiducia (è vero, il governo può tecnicamente metterla, ma mette a rischio l’equilibrio di maggioranza e sappiamo che non lo farà mai allo stato attuale delle cose), è questione proprio di perdere una battaglia fondamentale sui valori e su cosa vuol dire essere di ‘sinistra’ oggi.

Il Partito Democratico ha da tempo deciso da che parte stare su questo tema (vorrei ricordarvi che la famosa componente Cattodem che per molti è l’origine di tutti i mali conta uno sparuto numero di Senatori, che pesano perché incardinati in un Senato figlio della non-vittoria del 2013). Siamo in ritardo, è vero. Ma ci siamo. Se perdiamo questa sfida, perdiamo davvero tantissimo.

Feel the Bern?

Va bene, siamo agli inizi. Va bene, sono due stati con pochi voti e con una conformazione dell’elettorato ben preciso. Va bene, la corsa è molto lunga e vedremo come andrà. Va bene, non succede ma se succede. Però vogliamo dirlo che la vittoria di Bernie Sanders alle primarie del New Hampshire – per oltre 20 punti, eh: non è un risultato casuale – rappresenta un significativo game change? Ora bisogna vedere cosa succederà negli altri stati (il New Hampshire è uno stato essenzialmente bianco e di sinistra: praticamente lo stato dei lettori di Repubblica), ma questo risultato suggerisce che certe tematiche – il lavoro e il ruolo della grande finanza, il welfare, il debito studentesco, i diritti civili e individuali – sono diventate sempre più importanti nell’agenda democratica. Si parlerà ancora meglio e in modo ancora più radicale di disuguaglianze, ci si concentrerà ancora di più sulle contraddizioni del sistema dopo la crisi economica del 2007. Si parlerà di ambiente e di futuro e costringe anche una moderata come Hillary Clinton a spostarsi a sinistra. Poi, certo, andrà come andrà e guardiamo anche cosa succede nella casa dei pazzi repubblicani, ma adesso il tavolo è cambiato. A me sembra una grandissima vittoria culturale e politica.

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Lost in the Supermarket

Ho capito qual è il problema.
Fare la spesa, fondamentalmente, mi mette ansia.
Entri nel supermercato all’ora di punta. Piove e fa freddo. Un luogo intasato di persone che, come te, non hanno nessuna voglia di stare lì e vogliono solo tornare a casa, farsi una doccia e mettersi a leggere/guardare un film/guardare una serie tv sul divano. Ti aggiri per i corridoi intasati di ogni ben di dio con sguardo bovino e ti viene la labirintite, l’agorafobia, la claustrofobia. Tutto assieme. Tutte assieme. Forse pure un po’ la sindrome di Stoccolma perché ti senti vittima di qualche sorta di complotto globale. Come se l’eccesso di scelta diventasse un deterrente: puoi scegliere tutto, quindi non scegli niente. Chilometri e chilometri di cibo, di roba, di confezioni coloratissime che ti suggeriscono infinite possibilità. Cammini per i corridoi con aria sempre più spersa, dimentichi le cose fondamentali e prendi cazzate compensative. Non riesci a programmare oltre alla cena di stasera e ti dici «tanto ci torno domani» ma sai benissimo che domani vorrai fare di tutto pur di non tornarci, in quel posto. Tonnellate di cibo. Tonnellate di distrazioni. Tonnellate di stimoli che vogliono solo essere colti «Scegli me, in un mondo che non vuoi» e perché diavolo ti vengono in mente i Verdena ora, eh? E poi non scegli niente. Non ti viene nemmeno da provare quelle cose interessanti che ti spingerebbero, magari, diciamolo sottovoce, addirittura a cucinare. No. Non oggi. Ci torno domani anche se so che non ci torno domani. E così prendi, paghi quelle tre cose che sei riuscito a mettere nel cestino e torni a casa. Torni a casa più in fretta che puoi. L’importante è la sopravvivenza e anche oggi riesco a mangiare qualcosa, ti dici. Hai vinto. Anche oggi hai vinto tu. Ancora non ti sei accorto di esserti dimenticato il dentifricio.

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