Un non elogio delle minoranze

Mi rendo sempre più conto di come ogni aspetto della mia vita sia legato al concetto di minoranza. Dalla squadra di calcio al percorso di formazione, dal modo di fare politica alla posizione nelle battaglie fondamentali, dai gusti musicali e cinematografici agli aspetti legati alle routine quotidiane, ho sempre un approccio di minoranza. Non lo faccio, però, come forma di rivendicazione snob – quel meccanismo per cui ci facciamo forti tutti quanti dei nostri codici condivisi e ci chiudiamo a testuggine – ma come approccio naturale. È capitato, semplicemente. In tanti hanno questo mio approccio e, grazie ai social network (dai forum alle chat fino ad arrivare a Facebook), abbiamo potuto creare connessioni, contatti autentici e qualcosa che assomigliasse vagamente a una comunità.

Non c’è niente di speciale, credo, nell’ascoltare musica indipendente, nello spendere metà del proprio stipendio in libri, nel fare politica in un grande partito ma stare sempre e comunque dalla parte di chi perde tutto o tifare una squadra che non regala mai soddisfazioni ma solo un senso vago di superiorità morale. No. Non credo proprio ci sia qualcosa di speciale. Ce la siamo raccontata in tutti questi anni per motivare il fatto di essere sempre degli eterni insoddisfatti. Degli eterni ‘cercatori’ di non si sa bene cosa. Anche perché poi la ‘ricerca’ finisce. O per mancanza di ulteriori stimoli (la minoranza logora), o perché qualcosa – da qualche parte – si spegne, e allora ti chiedi a cosa è servita tutta quella fatica.

Niente elogio delle minoranze, vi prego: ne abbiamo avuti fin troppi e sono stati più degli esercizi di consolazione collettiva che altro. Sarebbe ora, tutti quanti, di fare un salto di qualità. Solo che non ho idea di quale possa essere.

Pubblicato su Facebook e anche qui.

Il marketing dei vitelloni

La Lega Nord non ha mai fatto politica. Da quando è nata, è sempre stata una sorta di compagnia di giro la cui unica preoccupazione era trovare un passatempo e un’occupazione a dei vitelloni che non avevano nessuna intenzione di lavorare. Il suo programma è sempre stato un bignami di rivendicazioni da strapaese in un dato periodo storico. Queste rivendicazioni cambiano dal 1992 al 2016, e con loro, cambiano anche gli attori che devono portarle avanti. L’esercizio leghista, da Bossi a Salvini, non è quello di fare politica, ma fare del marketing politico portando all’esasperazione i toni del fantomatico uomo della strada. Le soluzioni ai mali del paese, si sa, si trovano al bar. E la Lega, attraverso l’istituzionalizzazione di un senso comune livoroso e rancoroso, ha dato voce a un manipolo di persone che ha sempre cercato l’origine del problema altrove: il fisco, i clandestini, Roma, l’Europa. Il vitellone ha trovato i suoi simili. La Lega ha spettacolarizzato, prima in Italia, lo scaricabarile come ethos pubblico. Le responsabilità non sono mai nostre, sono sempre di qualcun’altro. Un grandissimo esercizio di consolazione collettiva che trova ampio seguito proprio perché saremo sempre portati a stare con chi ci dice che la colpa non è nostra. E Salvini, in questo, è un maestro. Lui non è un politico, è un uomo di spettacolo con dietro una grande squadra di pubblicitari e spin doctor. Quello che ha fatto ieri – mostrando una totale mancanza di vergogna e senso del ridicolo – rispetta perfettamente il copione. È uno spettacolo. Di merda, ma sempre spettacolo. Noi possiamo sempre cambiare canale.

Funzioniamo perché dimentichiamo

Borges ha scritto la novella Funes el memorioso dove racconta di un personaggio che ricorda tutto, ogni foglia che ha visto su ogni albero, ogni parola che ha udito nel corso della sua vita, ogni refolo di vento che ha avvertito, ogni sapore che ha assaporato, ogni frase che ha letto. Eppure (anzi, proprio per questo) Funes è un completo idiota, un uomo bloccato dalla sua incapacità di selezionare e di buttare via. Il nostro inconscio funziona perché butta via. Poi, se c’è qualche inghippo, si va dallo psicanalista per recuperare quel poco che serviva e che per sbaglio abbiamo buttato via. Ma tutto il resto per fortuna è stato eliminato e la nostra anima è esattamente il prodotto della continuità di questa memoria selezionata. Se avessimo l’anima di Funes saremmo persone senz’anima.

Umberto Eco, Tra dogmatismo e fallibilismo, 2010 (contenuta in Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida, La Nave di Teseo 2016, p. 105)

Un patto tra le generazioni, a sinistra.

Poi vediamola come vogliamo, facciamo tutte le analisi del caso e ognuno prenda la sua parte. Però non possiamo sottovalutare che le ultime due personalità capaci di accendere sincero entusiasmo in una fetta di popolazione che da tempo guarda male la politica partitica – cioè i giovani under-25 e quelli che stanno per votare per la prima volta – sono stati Jeremy Corbyn (66 anni) e Bernie Sanders (74 anni). Questo ‘patrimonio’ risvegliato è un segnale che va oltre la sconfitta alle Primarie americane (che è ormai acclarata anche se una vittoria di Bernie Sanders sarebbe stata la più grande scossa sistemica allo status quo democratico dai tempi di FDR) e le preoccupazioni sul futuro del Labour in Gran Bretagna (nonostante i sondaggi non siano poi tanto male). Questo ‘patto’ tra due nonni e una generazione di ‘nipoti’ dovrebbe far riflettere sull’inconsistenza della ‘generazione dei padri’ e segnalare qualche piccolo segnale di risveglio da un torpore abbastanza preoccupante.

I nostri preferiti nei nostri anni importanti

Riflettevo sul fatto che molti – quasi tutti – dei nostri gruppi, dei nostri scrittori/romanzi, dei nostri film preferiti sono quelli che abbiamo conosciuto e amato tra il liceo e l’università, come se esistesse una sorta di barriera biologica per cui dopo una certa età è possibile innamorarsi di un gruppo/scrittore/regista ma difficilmente come ci si è innamorati dei primi gruppi/scrittori/registi. Quando penso ai miei romanzi preferiti, ad esempio, penso a Il giovane Holden (letto a 15 anni), a L’opera struggente di un formidabile genio (letto a 18 anni), a Underworld (leggo a 21 anni). Quando mi chiedono i miei gruppi preferiti rispondo Replacements, gli Smiths e Big Star, che ho amato all’università. Oppure gli Oasis, che mi hanno accompagnato per tutti gli anni bui delle medie e del liceo.O Springsteen, vera e propria ossessione fino ai 25. Così come i miei registi preferiti e a cui sono più affezionato, da Steven Spielberg a Wes Anderson passando per Noah Baumbach e David Fincher: tutto formato tra liceo e università (Spielberg prima, ma ci siamo capiti).

Capita così anche a voi?

È la naturale tendenza dell’uomo a essere un animale nostalgico, oppure un meccanismo affettivo-sentimentale per cui alla fine quei posti sono presi e restano al netto di tutto? Come se ci si potesse affezionare, appassionare, innamorare sì, ma non al punto da considerarli i nostri preferiti? Come se il nostro gusto si formasse fino ai 30 anni e poi solo cambi di rotta controllati, deviazioni considerate quasi delittuose perché hai sempre e solo letto/ascoltato/visto certa roba e «ehi, da te proprio non me lo aspettavo!». Insomma, è nostalgia? Chiusura mentale? Idealizzazione dell’entusiasmo e dell’ingenuità dei nostri anni migliori, quando assorbivamo tutto come una spugna?

Me lo chiedo perché abbiamo sempre considerato, giustamente, film, canzoni e libri come parte fondamentale del nostro grande racconto autobiografico e forse questa cosa per cui l’amore preferito sta da qualche parte tra l’adolescenza e la post-adolescenza ci dice qualcosa. Ma non so cosa.