Kobane Calling: il romanzo politico dei nostri anni

13220946_10153821911938409_5167125775333234838_nNon ho ancora le idee chiare su cosa vogliano dire o essere questi anni. Per certi versi mi sembra che non lo abbiano capito bene nemmeno loro. Di sicuro non lo abbiamo capito noi che in questi anni diventiamo grandi, finiamo di studiare e iniziamo a lavorare. Non abbiamo capito come approcciarli, come sfidarli, come farli nostri. Sembra esserci un forte senso di resa prima ancora di cominciare a giocare per davvero. Abbiamo ereditato tutto: stili di vita, ricette per affermarci sul mercato del lavoro, vocabolario politico, approccio critico. Qualunque cosa voglia, questa generazione, non sa come identificarlo e non sa come ottenerlo. Di conseguenza, non sa nemmeno come impostare la propria voce per parlare di sé.

In Italia capita anche nella musica e nella letteratura. Ci sono delle traiettorie, delle tracce, dei frammenti che emergono qui e là cercando di spiegare questi anni ma sembra sempre un progetto abbozzato, monco, che non mantiene mai pienamente le premesse. Forse perché siamo sopraffatti dal contesto e non riusciamo più a organizzare qualcosa in grado di rovesciare lo schema, o quantomeno ripensarlo. Forse perché non ci sentiamo abbastanza forti e non riusciamo a trasformare la rabbia passiva in rabbia attiva.

Mi chiedo spesso quali possano essere le voci di questi anni e uno dei casi più convincenti è Kobane Calling di Zerocalcare (BAO Publishing). Arrivo, buon ultimo, a tesserne le lodi non tanto per la conferma di essere riuscito a superare gli scetticismi dovuti al successo (del resto siamo sempre stronzi: prima ci lamentiamo che una cosa ce la guardiamo in quattro, poi quando ce la guardiamo in quattrocento ci sentiamo usurpati), ma perché Kobane Calling è un capolavoro assoluto. Il mix tra la Storia monumentale e la storia personale spiega perfettamente quel senso di incompiuto che muove i trentenni occidentali di oggi. Confrontandoci con qualcosa di molto più grande di noi, troviamo un senso e cerchiamo di raccontarlo. Mettendo le mani dentro quella materia oscura e strana di cui sentiamo parlare solo a distanza. Soprattutto, recuperiamo un pur vago impegno che potremmo in qualche modo definire Politico. Un impegno che viene raccontato, però, non con le parole del passato, con le ricette facili di chi ha vissuto e combattuto prima di noi; ma attraverso un linguaggio assolutamente dubitativo, che mette le proprie certezze in discussione, che cerca di capire come siano “le persone” il centro del discorso (persone che poi diventano comunità e che poi diventano agenti attivi dell’azione). Rappresentazione – il viaggio a Kobane, il racconto di quello che si vede – e autorappresentazione – le conseguenze di quello che si vede nella vita di noi occidentali e la dialettica che ci fa mettere tutto in discussione – al servizio di un racconto che tocca corde profonde, che ti dice le cose commuovendo mentre ridi.

Bisogna avere il coraggio di entrare nella materia oscura di questi anni. Per trovare un nostro linguaggio, una nostra azione che non sia solo la stanca ripetizione delle vite, delle battaglie di chi ci ha preceduto. Forse sarà velleitario, però mi sembra l’unico modo per guardarsi allo specchio la sera senza essere preso dallo sconforto di “essere come tutti” (sì, mi riferisco proprio a quella roba lì). Una materia oscura da cercare nell’apparente resa personale e nell’incapacità di decifrare i codici del presente. Non so se Zerocalcare sia il cantore di questi anni, ma di sicuro ne parla la lingua e riesce a raccontarli come pochi altri della nostra età stanno riuscendo.

(pubblicata su Facebook)