E poi c’è l’Italia

In Francia, Benoît Hamon diventa candidato presidente del partito socialista proponendo reddito di cittadinanza, politiche ambientaliste e un programma di tutele sociali per tutti. Quasi sicuramente non diventerà presidente – il PS è molto basso nei sondaggi – ma sta segnando un netto cambio di rotta rispetto alle idee “inevitabiliste” di Valls. Negli Stati Uniti, si sta scendendo in piazza a cadenza regolare per protestare contro gli ordini esecutivi assurdi, razzisti, escludenti di Donald Trump. Probabilmente non porteranno a nessun risultato politico sul breve periodo (per quanto gli avvocati che, pro bono, stanno lavorando per scoprire le falle del decreto per tenere fuori dal paese gli abitanti di sette stati musulmani, abbiano riportato qualche piccola vittoria) ma si tratta di un segnale importante per un paese che è sempre stato all’avanguardia per le battaglie ‘civili’ e che ha permesso a un personaggio come Bernie Sanders di dire alcune cose importanti e a dirle a un numero sempre crescente di persone. In Spagna ci sono Podemos e Ada Colau, sindaca di Barcellona, su cui possiamo avere tutte e perplessità del caso ma che ad oggi rappresentano l’avanguardia di quel “populismo di sinistra” che in tanti evocano nella forma ma che pochi sanno come trasformare in consenso e sostanza politica. Insomma, da qualche parte, andando per tentativi, e magari in modo imperfetto, si comincia a pensare, fare e costruire qualcosa di diverso. E poi c’è l’Italia. Dove si parla dei problemi interni del Pd, della voglia ostinata e sorda di una persona sola – Matteo Renzi – di andare a votare in barba a qualsiasi logica di progetto, visione e pensiero sul paese, come se fosse una ‘vendetta personale’ (contro chi, poi?) e dove tra scissioni, creazioni, distruzioni, campi aperti, massimidalemi e la ormai cronica mancanza di idee, l’unica cosa di Sinistra che ancora si riesce a vedere è quell’autoreferenzialità conservativa che a breve porterà tutti noi a farci molte domande su dove, come, quando e soprattutto perché cazzo abbiamo cominciato a sbagliare e a non riprenderci proprio più.

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I problemi della Sinistra

Dopo aver letto l’ennesimo articolo molto innovativo, lungo, elaborato, ben scritto e pieno di citazioni sulla crisi della Sinistra e della socialdemocrazia colpevoli di non aver vinto la sfida del lavoro, di aver accettato supinamente le regole economiche della destra e di non aver proposto nessuna visione del futuro chiedendo che si trovi una soluzione politica e sociale, ne sono uscito affranto e sconfortato. Ma non posso lamentarmi e basta. Bisogna agire. Fare. Pensare. Scrivere. Adesso comincio ad elaborare il mio punto di vista definitivo sulla crisi della Sinistra e della socialdemocrazia. Lo svilupperò in un articolo molto innovativo, lungo, elaborato, spero ben scritto ma sicuramente pieno di citazioni. Un articolo dove indicherò come punti deboli non aver vinto la sfida del lavoro, aver accettato supinamente le regole economiche della destra e non aver proposto nessuna visione del futuro. E terminerò chiedendo che si trovi una soluzione politica e sociale.

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Contro i giovani?

Intervistato dal Corriere della Sera, oggi, Romano Prodi ha dichiarato che i giovani «deludono sempre». Posta la natura strettamente politica della frecciatina, io sono convinto che gran parte dei problemi che ‘bloccano’ quelli della mia generazione sia proprio il terrore di sbagliare, di deludere e lo stigma sociale che ne deriva. Come se sentissimo una pressione metafisica che, per paura di non farcela, ci impedisce di provare a fare alcunché pena l’esclusione, il dileggio, il fallimento. I giovani – e lo dice uno che da qualche parte del mondo non è più considerato giovane (giustamente) – non solo devono essere liberi di sbagliare, deludere, cadere e rialzarsi dopo aver imparato, ma devono anche, forse soprattutto, fregarsene quanto basta del parere dei Padri. Anche di quelli nobili e illuminati come Prodi, soprattutto quando si dimenticano che le parole sono importanti.

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Legge elettorale: the world won’t listen

Interessantissime tutte le discussioni sulla legge elettorale, ci mancherebbe. Il punto, ora, sarà capire se tenere questa legge (armonizzandola per il Senato) o farne una ex-novo in Parlamento. La divisione, quindi, è tra chi vuole votare subito e chi vuole aspettare. Mentre tutti noi filosofeggiamo su questioni che sembrano sostanzialmente relativa alla convenienza e sopravvivenza immediata di uno o l’altro gruppo politico, però, stanno uscendo dati che ci dicono altro.

Ci dicono che la sfiducia verso il futuro sia così alta da portare le persone ad avere sempre più sfiducia nei confronti della politica e sempre più richiesta etica e morale verso il mercato, il consumo e il mondo dell’impresa. Come se i decisori non avessero più nessun potere immediato per migliorare effettivamente la vita dei cittadini. Percependo come tutto inutile, si va a cercare altro e si chiede direttamente al “mittente” più etica, più diritti, più costruzione di comunità attraverso il consolidamento e la reputazione del proprio brand (leggere Dino Amenduni qui).

Al solito, mentre continuiamo a discutere dentro il circolo chiuso, alimentando le nostre camere dell’eco, il mondo va da un’altra parte. Giusto preoccuparsi di “come” andare a votare. Qualcuno dovrebbe cominciare a preoccuparsi di “cosa” chiedere di votare. La politica salva se stessa solo se esce da se stessa.

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